Beitrag von Mario Tamponi.
Samstag, 28. Juni 2014
Mittwoch, 25. Juni 2014
Sonntag, 22. Juni 2014
Samstag, 21. Juni 2014
Sonntag, 15. Juni 2014
In viaggio
Nel mondo come ospite, lo recita anche il salmo 118: “hospes ego sum in
terra”. Vi nasco in un’alba di luce, vivo giusto il tempo per prenderne atto...
e all’imbrunire mi affretto ad andarmene. Come ogni altro compagno di viaggio,
e con le generazioni che vi si avvicendano tutto scorre. Non ho una dimora
fissa dove possa illudermi di possedere qualcosa, nonostante il bozzolo morbido in cui cerco di
avvolgermi con istinto protettivo. Del mio alloggio con finestre e terrazza
condivido con tutti, clienti e presunti albergatori, la condizione di nomade.
Appena vi arrivo con la mia valigetta 24 ore, ne tiro fuori cose molteplici, le
gonfio a pieni polmoni e le colloco ciascuna al suo posto. Vi dispiego la
campagna con alberi da frutta, farfalle e coccodrilli, le città con la vita
frenetica e il progresso, il mare luccicante che brulica di vita nascosta, il
cielo con la sua volubile leggerezza, i genitori, gli amici e le variegate
comunità di simili, gli affetti e le aspirazioni, il proprio destino e quello
imprescrutabile degli altri.
E tutto sgonfio al momento di
sloggiare per ricomporlo nella valigetta un pò consunta: la campagna con alberi
da frutta, farfalle e coccodrilli, le città con la vita frenetica e il
progresso, il mare luccicante che brulica di vita nascosta e il cielo con la
sua volubile leggerezza, i figli e i nipoti, gli amici e le variegate comunità
di simili, le facce marmoree delle persone scomparse, gli affetti e le
aspirazioni, il destino proprio e quello collettivo, ancora aperto; il mondo
intero diventato più intenso e articolato. Ci metto dentro gli abissi
vertiginosi delle galassie che mi sovrastano e quelli della psiche che mi
opprime, i contratti di compravendita e i diari incompiuti delle giornate
difficili, i conflitti della storia con le lezioni non apprese, le poesie
consolatorie, le foto ingiallite di luoghi visitati o soltanto sognati, la
Commedia di Dante e il Castello di
Kafka, l’Eroica di Beethoven e la formula di Einstein, le monadi di Leibniz e
la Critica di Kant, il Cantico del poverello d’Assisi e i quanti di Planck, il
Discorso della Montagna e la preghiera del Padre nostro. Ci metto dentro il
bene e il male, quello fatto e quello subìto, con un bilancio, spero, in
pareggio. Senza vanità o voglia di rivalsa, col rammarico di essere stato
indegno di tanta magia.
Ci infilo anche l’alloggio con
gli ultimi ospiti e i presunti gestori. Per andare. Non mi chiedo dove. Anche
la meta è già dentro, e la valigetta è portatile per agevolarmi la corsa. Mi
affretto alla stazione dove un treno mi aspetta con la locomotiva che fuma. E
quando il capostazione fischia per annunciare la partenza tutto vi si infila:
il capostazione e la sua divisa, gli amici che dal marciapiede mi salutano in
lacrime e i loro fazzoletti, il convoglio in movimento. Persino il sorriso di
compiacimento che mi scappa per non aver dimenticato nulla a terra; anche
quello vi si raggomitola come i venti del dio Eolo nelle otri che richiudendosi
garantiscono bonaccia. Una bonaccia che è sonno pesante dopo un’immane fatica.
Sembra che ogni cosa dentro perda peso e volume. Mi ci infilo anch’io nel buio
carezzevole come di morbida bambagia. Appare ovvio che varcherò l’estremo
limite di ogni miraggio, l’orizzonte delle forme evanescenti.
La valigetta si restringerà
fino a farsi microscopica, poi ricomincerà a dilatarsi; si riaprirà e le cose
riversandosi fuori si rigonfieranno senza il concorso dei miei polmoni e
saranno più naturali e più belle. Un brivido mi avvertirà d’essere approdato
nella fattoria del Padre, quello del cantico e della preghiera. La natura
intorno ha contorni nitidi e colori intensi, profuma di rosmarino. Lontane le
competizioni per vincere e la corsa frenetica, lontani i politici e gli stati
guardoni, gli avvocati e i tribunali, i moralisti e gli adulatori, le
discriminazioni e le relazioni appiccicose, lontano l’incubo delle ghiande che
in esilio dovevo rubare ai porci per placare la fame! All’ombra di pini
popolati di cicale il tempo non è più quello schiavista che detta il ritmo
forsennato delle faccende da sbrigare; ora modula soltanto il piacere d’esserci
e la voglia di riposare.
Mario Tamponi
Auf Reisen
Auf Erden zu Gast – so heißt es auch im Psalm 118: „Hospes ego sum in terra.“ Eben hier im Licht der Morgendämmerung geboren, lebe ich gerade so lange, um mir dessen bewusst zu werden... und in der Abenddämmerung beeile ich mich fortzugehen. So wie jeder anderer Reisegefährte, und ebenso wie die sich ablösenden Generationen ist alles im Fluss. Ich habe keine feste Bleibe, wo ich mir einbilden könnte, etwas zu besitzen, trotz des weichen Kokons, in den ich mich mit Beschützerinstinkt einzuwickeln versuche. Was meine Unterkunft mit Fenstern und Terrasse anbelangt, teile ich mit allen, Kunden und angeblichen Gastwirten, die Lage eines Nomaden. Kaum komme ich mit meinem 24-Stunden-Köfferchen an, packe ich eine Vielfalt an Dingen aus, blase sie aus voller Lunge auf und setze jedes davon an seinen Platz. Ich entfalte die Landschaft mit Obstbäumen, Schmetterlingen und Krokodilen, die Städte mit ihrer Hektik und dem Fortschritt, das glitzernde Meer, das von verborgenem Leben wimmelt, den Himmel mit seiner unbeständigen Leichtigkeit, die Eltern, die Freunde und die buntscheckigen Gemeinschaften von Gleichgesinnten, die Zuneigungen und die Pläne, das eigene Schicksal und das unergründbare der anderen.
Und dann, im Moment des Weggangs, lasse ich die Luft raus, um alles wieder in meinem etwas abgenutzten Köfferchen zu verstauen: die Landschaft mit Obstbäumen, Schmetterlingen und Krokodilen, die Städte mit ihrer Hektik und dem Fortschritt, das glitzernde Meer, das von verborgenem Leben wimmelt, und den Himmel mit seiner unbeständigen Leichtigkeit, die Kinder und die Enkel, die Freunde und die buntscheckigen Gemeinschaften von Gleichgesinnten, die marmornen Gesichter der Verstorbenen, die Zuneigungen und die Pläne, das eigene und das kollektive, noch offene Schicksal; die ganze lebendiger und differenzierter gewordene Welt. Ich stecke die schwindelerregenden Abgründe der mich überwölbenden Galaxien hinein und die der mich erdrückenden Psyche, die Kaufverträge und die unvollendeten Tagebücher aus schwierigen Zeiten, die Konflikte der Geschichte mit ihren nicht gezogenen Lehren, die Trostgedichte, die vergilbten Aufnahmen aufgesuchter oder nur erträumter Orte, Dantes Komödie und Kafkas Schloss, Beethovens Eroica und Einsteins Formel, Leibniz’ Monaden und Kants Kritik, den Lobgesang des Heiligen von Assisi und die Quanten von Planck, die Bergpredigt und das Vaterunser. Ich stecke das Gute und das Böse hinein, das Getane und von anderen Erlittene, und es hält sich, wie ich hoffe, die Waage. Ohne Eitelkeit oder Rachegelüste, mit Bedauern, all dieser Wunder nicht würdig gewesen zu sein.
Ich packe auch die Unterkunft dazu mitsamt der letzten Gäste und den angeblichen Verwaltern. Um fortzugehen. Ich frage mich nicht, wohin. Auch das Ziel ist schon drin, und das Köfferchen lässt sich bequem tragen und erleichtert mir so das Laufen. Ich eile zum Bahnhof, wo mich ein Zug mit dampfender Lokomotive erwartet. Und als der Bahnhofsvorsteher das Signal zur Abfahrt pfeift, packt sich alles dazu: der Bahnhofsvorsteher und seine Uniform, die Freunde, die mir weinend vom Bahnsteig aus zuwinken, und ihre Taschentücher, der anfahrende Zug. Sogar das zufriedene Lächeln, das mir entschlüpft, weil ich nichts vergessen habe; auch das wickelt sich auf wie die Winde des Gottes Äolus in ihren Schläuchen, die verschlossen Ruhe schenken. Eine Ruhe, die bleierne Müdigkeit nach ungeheurer Anstrengung ist. Es scheint, als verliere jedes Ding drinnen an Gewicht und Volumen. Auch ich gleite hinein ins watteweiche, zärtliche Dunkel. Es scheint klar, dass ich die äußerste Grenze jeglicher Fata Morgana, den Horizont der verschwimmenden Formen überschreiten werde.
Das Köfferchen wird sich mikroskopisch klein zusammenziehen und sich dann aufs Neue ausdehnen; es wird sich wieder öffnen, und die ausgeschütteten Dinge werden sich von alleine, ohne den Beitrag meiner Lungen, wieder aufblasen, und sie werden natürlicher und schöner sein. Ein Schauer wird mir anzeigen, dass ich am Gut des Vaters angelegt habe, dem Vater des Lobgesangs und des Gebets. Die Natur ringsum hat klare Umrisse und satte Farben, Duft nach Rosmarin. Weit weg die Wettkämpfe, um zu siegen, und der hektische Wettlauf, weit weg die Politiker und die ausspähenden Staaten, die Anwälte und die Gerichte, die Moralisten und die Schmeichler, die Diskriminierungen und die plumpvertraulichen Beziehungen, weit weg der Albtraum von den Eicheln, die ich im Exil den Schweinen stehlen musste, um den Hunger zu stillen! Im Schatten der von Zikaden bevölkerten Pinien ist die Zeit kein Sklaventreiber mehr, der den rasenden Rhythmus der zu erledigenden Dinge diktiert; jetzt gibt es nur die Freude am Dasein und den Wunsch, auszuruhen.
Von diesem Köfferchen habe ich heute Nacht geträumt – mit allem drin, nichts draußen. Ein Traum, der im von Sinnes- und Verstandestäuschung beherrschten Wachzustand nicht weitergeht. Der Wachzustand wird mich weiterhin glauben machen, dass die andere Welt, die neue, nur surreal sei.
Mario Tamponi
Das Jenseits in den Dingen
Samstag, 14. Juni 2014
Samstag, 7. Juni 2014
Per un mondo migliore per tutti
Mi ha impressionato una
considerazione molto vera e poetica
di Luigi Pirandello:
"Prima di giudicare la
mia vita o il mio carattere
mettiti le mie scarpe,
percorri il cammino che ho percorso io;
vivi il mio dolore, i miei
dubbi, le mie risate;
vivi gli anni che ho vissuto
io e cadi là dove sono caduto io
e rialzati come ho fatto
io."
Il passo dovrebbe riguardare
anche il prossimo
e potrebbe essere riformulato
così:
"Prima di giudicare la
vita dell'altro o il suo carattere
mettiti le sue scarpe,
percorri il cammino che ha percorso lui;
vivi il suo dolore, i suoi
dubbi, le sue risate;
vivi gli anni che ha vissuto
lui e cadi là dove è caduto lui
e rialzati come ha fatto
lui."
Naturalmente è impossibile
sostituirsi alla vita dell'altro,
quindi è impossibile e insensato
giudicare l'altro, chiunque sia,
qualunque cosa faccia o
abbia fatto.
Se fossimo coerenti con
questa evidenza il mondo sarebbe
decisamente più sopportabile
e bello per ognuno di noi, per tutti.
Questa coerenza è difficile
perchè va contro l'istinto infantile
e comodo di giudicare gli altri per
giustificare se stessi.
Ma tendervi è il compito
primario per crescere.
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