Nel mondo come ospite, lo recita anche il salmo 118: “hospes ego sum in
terra”. Vi nasco in un’alba di luce, vivo giusto il tempo per prenderne atto...
e all’imbrunire mi affretto ad andarmene. Come ogni altro compagno di viaggio,
e con le generazioni che vi si avvicendano tutto scorre. Non ho una dimora
fissa dove possa illudermi di possedere qualcosa, nonostante il bozzolo morbido in cui cerco di
avvolgermi con istinto protettivo. Del mio alloggio con finestre e terrazza
condivido con tutti, clienti e presunti albergatori, la condizione di nomade.
Appena vi arrivo con la mia valigetta 24 ore, ne tiro fuori cose molteplici, le
gonfio a pieni polmoni e le colloco ciascuna al suo posto. Vi dispiego la
campagna con alberi da frutta, farfalle e coccodrilli, le città con la vita
frenetica e il progresso, il mare luccicante che brulica di vita nascosta, il
cielo con la sua volubile leggerezza, i genitori, gli amici e le variegate
comunità di simili, gli affetti e le aspirazioni, il proprio destino e quello
imprescrutabile degli altri.
E tutto sgonfio al momento di
sloggiare per ricomporlo nella valigetta un pò consunta: la campagna con alberi
da frutta, farfalle e coccodrilli, le città con la vita frenetica e il
progresso, il mare luccicante che brulica di vita nascosta e il cielo con la
sua volubile leggerezza, i figli e i nipoti, gli amici e le variegate comunità
di simili, le facce marmoree delle persone scomparse, gli affetti e le
aspirazioni, il destino proprio e quello collettivo, ancora aperto; il mondo
intero diventato più intenso e articolato. Ci metto dentro gli abissi
vertiginosi delle galassie che mi sovrastano e quelli della psiche che mi
opprime, i contratti di compravendita e i diari incompiuti delle giornate
difficili, i conflitti della storia con le lezioni non apprese, le poesie
consolatorie, le foto ingiallite di luoghi visitati o soltanto sognati, la
Commedia di Dante e il Castello di
Kafka, l’Eroica di Beethoven e la formula di Einstein, le monadi di Leibniz e
la Critica di Kant, il Cantico del poverello d’Assisi e i quanti di Planck, il
Discorso della Montagna e la preghiera del Padre nostro. Ci metto dentro il
bene e il male, quello fatto e quello subìto, con un bilancio, spero, in
pareggio. Senza vanità o voglia di rivalsa, col rammarico di essere stato
indegno di tanta magia.
Ci infilo anche l’alloggio con
gli ultimi ospiti e i presunti gestori. Per andare. Non mi chiedo dove. Anche
la meta è già dentro, e la valigetta è portatile per agevolarmi la corsa. Mi
affretto alla stazione dove un treno mi aspetta con la locomotiva che fuma. E
quando il capostazione fischia per annunciare la partenza tutto vi si infila:
il capostazione e la sua divisa, gli amici che dal marciapiede mi salutano in
lacrime e i loro fazzoletti, il convoglio in movimento. Persino il sorriso di
compiacimento che mi scappa per non aver dimenticato nulla a terra; anche
quello vi si raggomitola come i venti del dio Eolo nelle otri che richiudendosi
garantiscono bonaccia. Una bonaccia che è sonno pesante dopo un’immane fatica.
Sembra che ogni cosa dentro perda peso e volume. Mi ci infilo anch’io nel buio
carezzevole come di morbida bambagia. Appare ovvio che varcherò l’estremo
limite di ogni miraggio, l’orizzonte delle forme evanescenti.
La valigetta si restringerà
fino a farsi microscopica, poi ricomincerà a dilatarsi; si riaprirà e le cose
riversandosi fuori si rigonfieranno senza il concorso dei miei polmoni e
saranno più naturali e più belle. Un brivido mi avvertirà d’essere approdato
nella fattoria del Padre, quello del cantico e della preghiera. La natura
intorno ha contorni nitidi e colori intensi, profuma di rosmarino. Lontane le
competizioni per vincere e la corsa frenetica, lontani i politici e gli stati
guardoni, gli avvocati e i tribunali, i moralisti e gli adulatori, le
discriminazioni e le relazioni appiccicose, lontano l’incubo delle ghiande che
in esilio dovevo rubare ai porci per placare la fame! All’ombra di pini
popolati di cicale il tempo non è più quello schiavista che detta il ritmo
forsennato delle faccende da sbrigare; ora modula soltanto il piacere d’esserci
e la voglia di riposare.
Mario Tamponi
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