Dienstag, 15. März 2016

Europa allo sbando



I nostri politici europei sono spesso caotici e inconcludenti. Da tempo concentrati sul problema dei profughi, cercano solo di tenerlo sotto controllo propensi talvolta a compromessi peggiori del male e non si preoccupano di risolverlo perchè non si occupano seriamente delle cause: innanzitutto la guerra civile in Siria e l‘espandersi del terrorismo islamico in quel paese e in tutta l‘area. Per risolvere la crisi siriana (per le altre la via è analoga) basterebbe non continuare ad armare o finanziare la lotta senza vie d’uscita dei ribelli contro il regime di Assad e favorire piuttosto la riconciliazione interna. Anche la rivolta in Siria è nata con la cosiddetta „primavera araba“, la stessa cha ha spazzato via tanti altri leader come Gaddafi, anche lui dittatore, ma che col caos minaccioso in Libia che ne è derivato molti oggi rimpiangono. La fine delle ostilità in Siria dovrebbe sfociare nell‘opera di ricostruzione, che motiverebbe molti profughi a fermarsi o a ritornarvi per creare il proprio futuro con quello della patria. L’aiuto economico con cui l’Europa dovrebbe contribuire sarebbe persino inferiore alle risorse oggi necessarie per una sensata e umana ospitalità dei profughi al proprio interno. Questo significa cooperazione, non colonialismo; e accoglienza quando la cooperazione fallisce o non basta.

Ma per la soluzione del problema siriano pare indispensabile la collaborazione della Russia di Putin, che in quell’area dispone di rapporti che noi soltanto ci sogniamo. Per motivare quella collaborazione bisognerebbe ovviamente sospendere immediatamente le sanzioni economiche, che tra l’altro penalizzano pesantemente anche parecchi paesi europei, Italia compresa. L’effetto collaterale sarebbbe la fine di un pericoloso clima da guerra fredda assieme al rilancio di una politica di cooperazione con quel „continente“ confinante, la Russia, che è ricco di risorse e opportunità per tutti.

Questo sarebbe realismo politico, e chi questo realismo lo considera utopia è miope e ipocrita: lo sono alcuni paesi anche europei che preferiscono vendere armi alle regioni in conflitto o intraprendere operazioni militari frettolose e unilaterali con malcelate mire di conquista, con la stessa logica con cui hanno alimentato sul nascere la „primavera araba“, poi finita nel disastro totale. Ufficialmente alcuni non possono non condannare l’Isis, ma di fatto lo sostengono con strane alleanze affaristiche collaterali, persino ostacolando intese per interventi efficaci. Col passare del tempo la situazione si aggrava, ora è sotto gli occhi di tutti e per tutti non dovrebbe essere difficile individuarne i complici.

L’Europa ha responsabilità enormi anche nel passato col suo allargamento indiscriminato come spazio commerciale e monetario senza aver risolto prima il problema dell’unione politica e prima ancora quello della definizione costituzionale della propria identità, che è il principio-base perchè un soggetto politico non diventi schizofrenico. Non è mai troppo tardi per rimediare e guarire, ammesso che i medici siano capaci di diagnosi.
Per individuare le nostre radici basterebbe pensare ai nostri millenni di storia e leggere, ad esempio, l‘analisi „Perchè non possiamo non dirci cristiani“ di Bendetto Croce, pensatore laico al di sopra di ogni sospetto, che indica nel „cristianesimo“ la nostra univoca identità culturale.

Qui identità cristiana non è qualcosa di confessionale o medioevale; significa anche rinascimento, illuminismo, socialismo, modernità; dentro ci sono Francesco d’Assisi, Dante e Caterina da Siena, ma anche Giordano Bruno, Galileo, Voltaire, Nietzsche; ci sono anche i mistici e la diffusa mistica religiosa o poetica che ci fa toccare o intuire la sacralità della vita e l’infinito anche quando lo neghiamo. L’identità cristiana non è un rigido e chiuso sistema di pensiero, ma un insieme di coordinate che ispira il pensiero libero e creativo; significa vocazione alla bellezza e all’arte, alla curiosità di sapere con scienza e filosofia; significa l’universo linguistico e valoriale in evoluzione all’interno del quale tutti ci muoviamo e che culmina nell’imperativo etico della inviolabile dignità di ogni singolo uomo e della solidale convivenza sociale: traduzione laica del principio evangelico „Ama il prossimo tuo come te stesso!

Se l’Europa avesse riconosciuto o riconoscesse costituzionalmente questa identità, sarebbe per tutti evidente chi dovrebbe farne parte e chi no per non annacquarla o ingolfarla. Una Europa fondata su una identità chiara e motivata non fagociterebbe o annetterebbe indiscriminatamente altri paesi per far numero; d'altro canto sarebbe rispettosa e aperta al confronto con altre culture, altrettanto degne ma diverse. Questo approccio garantirebbe un dialogo non finto, una cooperazione produttiva e meno diffidente, una solidarietà più autentica e generosa. Tutto questo possiamo ancora capirlo, anche se negli ultimi anni una classe dirigente non all’altezza dei padri fondatori ha fatto del suo meglio per confonderci le idee. Mario Tamponi

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