Nella televisione italiana anche pubblica ormai è un vizio ordinario
che il conduttore interrompa il suo spettacolo culturale o
d’intrattenimento e nello stesso ambiente o in uno contiguo si trasformi
nel protagonista di una scenetta-spot per garantire col suo prestigio e
parola d’onore che quell’acqua minerale è la più povera di sodio, quel
dentifricio il più candeggiante, quel caffè il più beatificante. A fine
prestazione, per lo più legnosa e comunque spudorata, la platea
applaude; i telespettatori non sanno che in studio un operatore addetto,
importante quanto lo scenografo o il regista, sollecita e dosa come un
burattinaio l’espressione del consenso dei presenti.
Se n’è fatta di strada da quando, decine d’anni fa, Fellini, Visconti ed altri mostri sacri del cinema protestavano per impedire nel piccolo schermo l’interruzione pubblicitaria di film e produzioni artistiche! Non furono ascoltati dai politici di destra e di sinistra. E oggi, nello spirito del mercato totale, anche nella televisione di stato sfilze logorroiche di spot interrompono in ogni momento del giorno e della notte qualsiasi programma; alcuni vengono espressamente sponsorizzati ed etichettati come se non fosse possibile vederli senza l’intervento di magnanimi produttori di gustosi mangimi per cani e gatti o di miracolose pasticche contro la diarrea.
Tra i telespettatori di una volta c’era un fastidio diffuso, poi è subentrata l’assuefazione come a ogni cosa che sembri fatale. Padroni e politici sono riusciti a far capir loro che l’industria e la finanza sono mecenati indispensabili e che maggiori sono gli introiti pubblicitari, più facile diventa realizzare la proclamata “televisione di qualità" e di "servizio”. Accettato il principio, non è più un problema far lievitare la quantità, e così nelle interminabili interruzioni la RAI può permettersi di inserirvi anche autopropaganda e di ripeterla fino allo stordimento. Si tratta di annunci di propri programmi talvolta con mesi di anticipo, ma anche di slogan da angelo custode come: La RAI ti stimola, la RAI ti illumina, la RAI ti accompagna, la RAI ti protegge.
Negli ultimi tempi per accrescere gli introiti la presenza della pubblicità è diventata sempre più intrigante e sibillina. Gli spot si inseriscono in notiziari d’assalto o nelle fasi cruciali di partite di calcio o di gare di formula uno: interruzioni brevi ma ben più proficue per i prodotti da vendere. Nelle suspence dell’anima il messaggio mercantile ti sorprende, ti scuote, ti penetra e quanto ti coglie il sospetto d’essere stato aggirato non te lo scrolli più di dosso. Talvolta non c’è neppure interruzione: mentre sei concentrato su un’azione di Totti o su un sorpasso di Vettel scorre un messaggio a tradimento che, anche volendo, non avresti il tempo di leggere, tantomeno di decifrare; eppure affonda nell’inconscio per condizionarti riflessi e abitudini. Per sdradicarlo, per chi ne sentisse il bisogno, non basterebbero neppure trattamenti mirati sul lettino di Freud.
Ormai tutti i conduttori annunciano con compiacimento le interruzioni pubblicitarie come conferma e misura del proprio successo. E a fine anno i dirigenti della tv pubblica si gonfiano d’orgoglio quando possono sbandierare attivi di bilancio; chiamano la RAI azienda alla stregua di un salumificio o di una fabbrica di bottoni. Col profitto possono ampliarne l’apparato, rendere più sfavillanti di scenografie e nudi sinuosi gli spettacoli d’intrattenimento, distribuire soldi in quiz banali e lotterie anche in tempi di crisi, strapagare operatori diventati personaggi… e inviati di guerra, che per salti di carriera confondono il ruolo di reporter con quello di soldati da trincea e vanno in giuggiola quando hanno l’opportunità di farsi riprendere tra esplosioni e corpi maciullati.
Per avere più pubblicità e meglio remunerata l'azienda tende ovviamente a far salire gli indici di ascolto, che non sempre o quasi mai concidono con qualità culturale, informativa e formativa. Per calamitare il pubblico bisogna spettacolarizzare ogni cosa, telegiornali compresi, con lo scombussolamento gerarchico di eventi e valori. Così la televisione non è più lo specchio della realtà; trasmette nell’utente bisogni artificiali, rende frenetico il ritmo di ogni racconto, lo frammenta, assottiglia ogni tempo residuo di riflessione per la totale colonizzazione psicologica e mentale. Persino talk show con l’apparenza di approfondimento e dialogo sono dominati da quel tempo veloce che reprime l’intelligenza; le striminzite opinioni di ciascuno sono asserzioni senza corpo e contesto, col risultato di convergenze o battibecchi verbali senza capo né coda; benvenute anche le zuffe primitive come pepe da rappresentazione teatrale.
Per l'indice di ascolto si dà ampio spazio alla cronaca rosa e nera, e si usano delitti e tragedie private (Cogne, Garlasco, Yara, Loris...) per costruirvi dei gialli a puntate che si trascinano per mesi e anni in salotti televisivi mattutini e pomeridiani, in telegionali e talk show serali con esperti di chiacchiera per il coinvolgimento dei numerosi teledipendenti come di altrettanti Sherlock Holmes con una finta compassione per le vittime di turno. Il risultato di tanta indecenza è un immenso profitto per l'azienda, ma anche per una certa politica interessata a sviare l'attenzione della gente da problemi e drammi che bruciano (corruzione e mafie, crisi economica e conflitti sociali, calamità socio-naturali...).
Questa televisione del consumo esalta l’apparire sull’essere, spesso la loro presunta coincidenza: apparire per essere. Politici se ne servono abbondantemente come di un palcoscenico per ruoli in maschera a base di pettegolezzo. Se ne servono gli stessi dirigenti di rete e di potere facendosi invitare come ospiti d’onore da un canale all’altro, da una trasmissione all’altra, con l’aria di esserne i proprietari, magari per pubblicizzare gratis un proprio prodotto commerciale (un libro). Con la notorietà del “purchè se ne parli” consolidano la loro inamovibilità. La televisione recicla le figure che crea in circuito chiuso. L’uso nevrotico del telecomando da parte di tanti telespettatori è una sorta di S.O.S. disperato. Quanti dall'altra parte della televisione dovrebbero recepirlo non si preoccupano minimamente della propria sordità. Per loro l’unica cosa che conta è che nessuno spenga quella scatola stregata: perchè non scenda l'indice di ascolto, non importa che cosa si sia condannati a vedere e digerire.
I dirigenti della RAI credono di amministrare una delle migliori televisioni del mondo. Amici tedeschi, a cui l'ho consigliata come strumento di approfondimento linguistico, dopo poche settimane di frequentazione mi hanno confidato il loro sconcerto e disaffezione: troppo show, troppe canzonette, troppa cronaca, troppo salotto, troppo pettegolezzo, troppa pubblicità... troppa fuga nell'irreale. Mario Tamponi
Se n’è fatta di strada da quando, decine d’anni fa, Fellini, Visconti ed altri mostri sacri del cinema protestavano per impedire nel piccolo schermo l’interruzione pubblicitaria di film e produzioni artistiche! Non furono ascoltati dai politici di destra e di sinistra. E oggi, nello spirito del mercato totale, anche nella televisione di stato sfilze logorroiche di spot interrompono in ogni momento del giorno e della notte qualsiasi programma; alcuni vengono espressamente sponsorizzati ed etichettati come se non fosse possibile vederli senza l’intervento di magnanimi produttori di gustosi mangimi per cani e gatti o di miracolose pasticche contro la diarrea.
Tra i telespettatori di una volta c’era un fastidio diffuso, poi è subentrata l’assuefazione come a ogni cosa che sembri fatale. Padroni e politici sono riusciti a far capir loro che l’industria e la finanza sono mecenati indispensabili e che maggiori sono gli introiti pubblicitari, più facile diventa realizzare la proclamata “televisione di qualità" e di "servizio”. Accettato il principio, non è più un problema far lievitare la quantità, e così nelle interminabili interruzioni la RAI può permettersi di inserirvi anche autopropaganda e di ripeterla fino allo stordimento. Si tratta di annunci di propri programmi talvolta con mesi di anticipo, ma anche di slogan da angelo custode come: La RAI ti stimola, la RAI ti illumina, la RAI ti accompagna, la RAI ti protegge.
Negli ultimi tempi per accrescere gli introiti la presenza della pubblicità è diventata sempre più intrigante e sibillina. Gli spot si inseriscono in notiziari d’assalto o nelle fasi cruciali di partite di calcio o di gare di formula uno: interruzioni brevi ma ben più proficue per i prodotti da vendere. Nelle suspence dell’anima il messaggio mercantile ti sorprende, ti scuote, ti penetra e quanto ti coglie il sospetto d’essere stato aggirato non te lo scrolli più di dosso. Talvolta non c’è neppure interruzione: mentre sei concentrato su un’azione di Totti o su un sorpasso di Vettel scorre un messaggio a tradimento che, anche volendo, non avresti il tempo di leggere, tantomeno di decifrare; eppure affonda nell’inconscio per condizionarti riflessi e abitudini. Per sdradicarlo, per chi ne sentisse il bisogno, non basterebbero neppure trattamenti mirati sul lettino di Freud.
Ormai tutti i conduttori annunciano con compiacimento le interruzioni pubblicitarie come conferma e misura del proprio successo. E a fine anno i dirigenti della tv pubblica si gonfiano d’orgoglio quando possono sbandierare attivi di bilancio; chiamano la RAI azienda alla stregua di un salumificio o di una fabbrica di bottoni. Col profitto possono ampliarne l’apparato, rendere più sfavillanti di scenografie e nudi sinuosi gli spettacoli d’intrattenimento, distribuire soldi in quiz banali e lotterie anche in tempi di crisi, strapagare operatori diventati personaggi… e inviati di guerra, che per salti di carriera confondono il ruolo di reporter con quello di soldati da trincea e vanno in giuggiola quando hanno l’opportunità di farsi riprendere tra esplosioni e corpi maciullati.
Per avere più pubblicità e meglio remunerata l'azienda tende ovviamente a far salire gli indici di ascolto, che non sempre o quasi mai concidono con qualità culturale, informativa e formativa. Per calamitare il pubblico bisogna spettacolarizzare ogni cosa, telegiornali compresi, con lo scombussolamento gerarchico di eventi e valori. Così la televisione non è più lo specchio della realtà; trasmette nell’utente bisogni artificiali, rende frenetico il ritmo di ogni racconto, lo frammenta, assottiglia ogni tempo residuo di riflessione per la totale colonizzazione psicologica e mentale. Persino talk show con l’apparenza di approfondimento e dialogo sono dominati da quel tempo veloce che reprime l’intelligenza; le striminzite opinioni di ciascuno sono asserzioni senza corpo e contesto, col risultato di convergenze o battibecchi verbali senza capo né coda; benvenute anche le zuffe primitive come pepe da rappresentazione teatrale.
Per l'indice di ascolto si dà ampio spazio alla cronaca rosa e nera, e si usano delitti e tragedie private (Cogne, Garlasco, Yara, Loris...) per costruirvi dei gialli a puntate che si trascinano per mesi e anni in salotti televisivi mattutini e pomeridiani, in telegionali e talk show serali con esperti di chiacchiera per il coinvolgimento dei numerosi teledipendenti come di altrettanti Sherlock Holmes con una finta compassione per le vittime di turno. Il risultato di tanta indecenza è un immenso profitto per l'azienda, ma anche per una certa politica interessata a sviare l'attenzione della gente da problemi e drammi che bruciano (corruzione e mafie, crisi economica e conflitti sociali, calamità socio-naturali...).
Questa televisione del consumo esalta l’apparire sull’essere, spesso la loro presunta coincidenza: apparire per essere. Politici se ne servono abbondantemente come di un palcoscenico per ruoli in maschera a base di pettegolezzo. Se ne servono gli stessi dirigenti di rete e di potere facendosi invitare come ospiti d’onore da un canale all’altro, da una trasmissione all’altra, con l’aria di esserne i proprietari, magari per pubblicizzare gratis un proprio prodotto commerciale (un libro). Con la notorietà del “purchè se ne parli” consolidano la loro inamovibilità. La televisione recicla le figure che crea in circuito chiuso. L’uso nevrotico del telecomando da parte di tanti telespettatori è una sorta di S.O.S. disperato. Quanti dall'altra parte della televisione dovrebbero recepirlo non si preoccupano minimamente della propria sordità. Per loro l’unica cosa che conta è che nessuno spenga quella scatola stregata: perchè non scenda l'indice di ascolto, non importa che cosa si sia condannati a vedere e digerire.
I dirigenti della RAI credono di amministrare una delle migliori televisioni del mondo. Amici tedeschi, a cui l'ho consigliata come strumento di approfondimento linguistico, dopo poche settimane di frequentazione mi hanno confidato il loro sconcerto e disaffezione: troppo show, troppe canzonette, troppa cronaca, troppo salotto, troppo pettegolezzo, troppa pubblicità... troppa fuga nell'irreale. Mario Tamponi
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