Oggi si parla tanto della
corruzione dei dipendenti del Comune di Sanremo e di tante altre istituzioni
dello Stato dove l’assenza lavorativa viene registrata come presenza attiva
nella miracolosa macchinetta d’ingresso. Ma se quasi la metà dei dipendenti di
un Comune fa così, statisticamente significa che almeno un quarto dei moralisti
di certi salotti televisivi, in condizioni analoghe, farebbe lo stesso. Con una
ipocrita condanna da parte di esibizionisti sotto maschera non si risolve, anzi
si aggrava il problema.
Ancora. Se un dipendente
pubblico è capace di simili sotterfugi per meritare lo stipendio senza
lavorare, quale garanzia può offrire di lavorare effettivamente se costretto
solo alla presenza fisica? Per impiegati non motivati, in ufficio è sempre
possibile passare il tempo a leggere barzellette, a compilare cruciverba, a
chiacchierare al bar, a sbrigare faccende private al telefono o al computer.
Un primo tentativo di
soluzione politica sarebbe, ad esempio in un Comune, quello di obbligare il
sindaco (e il direttore generale) a sorvegliare sulla presenza e
sull’efficienza dell‘intero personale: e ciò con una legge (da approvare
subito) che preveda severe sanzioni penali anche in casi di inadempienze parziali.
Un dipendente pubblico che non lavora (o che consente ad altri di non lavorare)
truffa i colleghi che lavorano e la collettività costretta con le tasse a
finanziare un parassitismo assurdo.
Ma perchè questo tipo di
truffa non si confonda con un semplice atto di furbizia, ci sarebbe bisogno di
una inversione culturale, cioè di una rivoluzione etica in ciascuno di noi. Il
principio ispiratore di questa rivoluzione non sta ovviamente nella logica del
profitto e delle convenienze personali, ma nel rispetto dell’altro. Solo se
capisco che l’altro è parte di me, la trasgressione cosciente e sistematica di
questo principio dovrebbe farmi sentire un pò simile al verme... con tutto il
rispetto per l‘utile laboriosità in natura di questo animaletto. mt
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