Samstag, 27. Juni 2020

L'inferno, filosoficamente.


L’inferno, filosoficamente

Una interpretazione della metafora biblica


Il paradiso e l’inferno non sono invenzioni di fantasia, ma rispondono ad un postulato ontologico, sono metafore del nostro esistere come dono ricevuto e libera accettazione o rifiuto del dono. L’espressione qui usata di „dono ricevuto“ è di per sè impropria perchè il beneficiato non esiste fuori del dono; l’esistere infatti non ha nè riceve l’esistere, ma lo è. Nella rivelazione cristiana Dio „si fa uomo“, condivide cioè la nostra condizione umana per elevarla alla sfera divina. Quel racconto biblico è un vissuto di amore, di perdono e di riscatto, ma eccezionalmente si altera nella raffigurazione dell‘inferno quasi come sconfitta di Dio di fronte all‘impenitente che gli rifiuta il dono dell‘esistere e l‘offerta di riconciliazione.  

Nel Vangelo, accanto al tema dominante del regno di Dio, l’alternativa dell’inferno è esplicita e univoca: "Verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti.” (Mt 13, 47-50). Sarà lui stesso, il Figlio di Dio e dell’uomo, ad apostrofare alla sua sinistra i condannati al supplizio: “Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo" (Mt 25, 31-46). Per l’Apocalisse (20,10) l’inferno è “uno stagno di fuoco e di zolfo dove sono anche la “bestia” ed il “falso profeta”, tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli”. “Chi di noi potrà resistere al fuoco divorante?" esclamava già il profeta Isaia (33,14).
Quella fine impietosa è indicata da Gesù anche come pena esemplare per la colpa contro l’innocenza indifesa: “Se uno sarà di scandalo a uno dei piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una mola asinaria e sia precipitato nel fondo del mare… Se la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno…. E se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo che essere gettato con due occhi nella Geenna del fuoco" (Mt 18, 6-9). La Geenna o Valle dell'Hinnom era un luogo vicino a Gerusalemme dove si incenerivano le immondizie, ma anche dove al tempo del dominio cananeo venivano eseguiti nel fuoco sacrifici di bambini. Il Vangelo ne fa simbolo della condanna divina nel giorno del giudizio.
Il riferimento all’inferno ritorna anche in passi evangelici collaterali, come nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) e in quella dello stolto debitore: "Quando vai col tuo avversario dal magistrato, procura durante il cammino di accordarti con lui: affinchè egli non ti trascini davanti al giudice, e il giudice ti consegni all’agente, e l’agente ti metta in prigione. Io ti dico che non ne uscirai finché non avrai pagato fino all'ultimo centesimo" (Lc 12, 58-59). 

L’aspetto più atroce dell’inferno così delineato consiste nella sua durata: per sempre, "nei secoli dei secoli". Nessuna nostra immagine intuitiva o aritmetica potrà farci capire le dimensioni di quella immensità: senza sosta, senza svolta, senza fine. Una certa teologia classica motiva l’eternità della condanna così: Dio è infinito, quindi un “peccato” grave contro di lui reclama una punizione equivalente, cioè infinita. Ma questo argomento pare non tenga conto del fatto che autore del peccato è l’uomo, per cui l’infinito o eterno rivolto contro di lui, che è finito e caduco, risulterebbe sproporzionato, ingiusto.
L’immaginazione umana, che in genere si raffigura il tempo come successione di momenti e l’eternità come successione infinita di tempi, tende a falsare il divenire esistenziale, dove passato e futuro sono raccolti in un presente fluido non esteso; ma anche in quest’ottica la punizione senza fine (come nel mito di Sisifo o nella logica del contrappasso adottata da Dante) potrebbe sembrare insaziabile cinismo divino. Ma Dio non può essere ingiusto e cinico. E allora?

Al presunto cinismo di Dio si ispira la minaccia dell‘inferno praticata nel passato da certi lugubri predicatori per indurre fedeli sotto panico ad evitarlo  collezionando opere buone e accaparrandosi indulgenze come polizze assicurative sull’aldilà. Proprio contro questa concezione e prassi mercantilistica è esplosa la protesta di Lutero e di altri. Col tempo anche in ambito cattolico l’inferno ha perso la sua inquietante fisicità di luogo o stato di pena per assottigliarsi in un riferimento simbolico; e i pochi che oggi continuano a predicarlo alla lettera rischiano di passare per bigotti o sadomasochisti. I biblisti se ne occupano sempre meno e i sacerdoti in genere privilegiano gli aspetti più immanenti della solidarietà sociale, magari lasciando intendere un paradiso per tutti dopo la comune valle di lacrime.   
Dalla liturgia è quasi scomparso il canto del „Dies irae“ sul terrificante giorno del giudizio che una volta accompagnava funerali e commemorazioni funebri. Quella melodia minacciosa nelle versioni di Mozart o di Verdi viene riproposta oggi soprattutto in templi filarmonici per esaltarne il virtuosismo musicale, quasi mai nelle chiese per non turbare la coscienza dei fedeli e la sensibilità dei familiari dei defunti. In capolavori letterari, come nella Divina Commedia, l’inferno viene letto come raffigurazione del percorso morale di ogni uomo; e le brutali modalità del contrappasso vengono gustate nella loro lirica umanità, da preferire persino alle pagine più monotone sul paradiso.
È certamente positivo che nella spiritualità cristiana una certa enfasi spaventapasseri sia decaduta come strumentale e sviante. Ma sostituendo la falsa idea di un Dio collerico e vendicativo con la realtà del Padre misericordioso sarebbe illogico lasciare irrisolto l‘enigma dell’inferno. Se per i credenti il Vangelo è verità, dovrebbe essere vero anche l’inferno che vi si annuncia. Sarebbe quindi un errore capitale limitarsi a rimuoverlo o a banalizzarlo piuttosto che cercare di coglierne il significato razionale nella metafora biblica in cui si esprime. Del resto sotto un’ottica filosofica misericordia e inferno sono antinomici ma non contraddittori; sono strettamente correlati come nell’universo fisico dell’atomo e dell’elettromagnetismo lo sono polo positivo e polo negativo; e nella sfera ontologica l’esistere e il non-esistere.

Proprio all’esistere e al non-esistere dovremmo ricondurre il filo del nostro discorso. Ma cos’è l’esistere personale? Non è solo vita biologica e facoltà riflessiva, non è solo percezione del mondo „esterno“ che sembra contenerci. Nell’esistere, dentro ogni esistere, si raccoglie tutto il reale: certamente l’intero cosmo dalle galassie al nanometrico, dal neurologico al genetico… ma non solo. L‘universo fisico di una immensità da vertigini e di una bellezza mozzafiato, le scienze matematiche che cercano di interpretarlo e le tecnologie che si propongono di riprodurlo non sono ancora il tutto. Del reale sono anzi la componente più mutevole e fragile che si frantuma nell’evanenscenza delle nostre esperienze o che appare e scompare nella labilità della nostra memoria; sono la componente che vacilla e sprofonda nel silenzio della nostra psiche o che delira fino a inabissarsi nella profondità del nostro coma. Dentro l’esistere di ognuno c’è anche l’intera comunità umana, storica e contemporanea, con tutta la sua creatività e operosità interattiva; dentro l’esistere c’è la mia vocazione a ridimensionare il male col bene dei miei progetti e intenzioni e a estenderne il contagio; dentro c’è la mia centralità assieme a quella di ogni altro singolo che mi rassomiglia; e nella mia centralità la mia libertà. Ma com’è possibile che dentro ci sia tutto questo e altro ancora, se ognuno di noi è anche così evanescente e inconsistente a dispetto della sua frequente presunzione di essere qualcosa di più? Certamente è folle presumere che il mio esistere, in equilibrio instabile tra grandezza e nullità, si sia autogenerato o sia stato generato dalla stessa „natura“ che dentro il mio esistere si configura e ne è contenuta!
L’esistere personale è concepibile solo come partecipazione all’Esistere assoluto. La necessaria correlazione di contingente e Assoluto è il principio base, certamente diversificato, di ogni metafisica e di ogni fenomenologia esistenziale della nostra cultura occidentale e non solo. Una volta il pensiero filosofico, rigorosamente fondato sui principi della saggezza greca della non-contraddizione e della causalità, si sviluppava in sistemi logici e in strutture universali; la filosofia contemporanea post-metafisica e meno dogmatica si ispira invece alla fluidità di eventi e relazioni, col sostegno esterno della scienza naturale con i modelli vincenti della relatività einsteiniana e del quantistico principio di indeterminazione. Ma la correlazione di contingente e Assoluto, variamente concepita o denominata, resta sempre valida, e con ciò la filosofia si conferma come contenitore logico anche del procedere scientifico, come proiezione del particolare nell’universale, come ricerca di ragione e di senso.

Il prodigio dei prodigi dell’esistere personale viene enunciato nel racconto allegorico della Genesi: „Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza“, cioè libero. Creazione, che significa appunto partecipazione dell’esistere personale all’esistere Assoluto, è improprio pensarla come rapporto di „dipendenza“. Un oggetto dipende da chi lo sceglie, ma non una libertà. L’uomo è tanto libero, ontologicamente libero, da essere coinvolto anche nella creazione di se stesso col suo dover scegliere se accettare o meno il dono dell‘esistere. L’Assoluto ci ha „donato“ – ci „dona“! – l’esistere-che-siamo chiedendoci il consenso nella reale alternativa di accettazione o rifiuto. L’auspicato „si“ della nostra risposta non è solo un‘operazione logica o mentale, non è una professione verbale, ma si esprime nel dispiegarsi di ogni vita come riconoscimento dell‘Assoluto nell’amore del prossimo, come scelta della nostra relazionalità contro una solitudine impossibile, contro la nevrosi di onnipotenza.

Ma è possibile un „no“, cioè il rifiuto dell’esistere che contiene il nostro tutto, la totalità del nostro reale e potenziale? È possibile, tragicamente possibile! Il rifiuto dell’esistere è la presunzione di essere noi i „creatori“ di noi stessi, è la sfrontatezza di misconoscere la nostra identità ontologica. È un‘assurdità, ma resa possibile proprio dall‘opzione che con l’esistere ci viene proposta e in cui consiste appunto la nostra stessa libertà. Nel racconto biblico Adamo ed Eva, testimoni diretti della loro origine, non hanno rivolto al Dio creatore neppure un cenno di gratitudine, come se il loro esistere fosse un fatto scontato o un atto dovuto. Neppure un cenno di stupore! La prima e unica risposta è stato il tentativo maldestro di invertire i ruoli col furto della facoltà della „conoscenza del bene e del male“. Il biblico peccato „originale“, come quello che si ripete nella storia personale di ognuno, non è la trasgressione di un articolo di legge – come l’etica dogmatica sembra insegnarci – ma  il tradimento del nostro rapporto fondamentale, è lo stravolgimento dell’evidenza primaria, la nostra autonegazione ontologica, il suicidio totale di cui quello biologico è solo una pallida immagine.
Persino nella nostra esperienza ordinaria un dono senza riscontro può lasciarci interdetti. Pensiamo alla villa sulla Costa Smeralda regalata ad un conoscente nullatenente, che però non si scompone neppure con un sorriso distratto. Pensiamo ad un amico a cui abbiamo inteso risolvere i problemi di indigenza donandogli la metà della nostra eredità, ma che poi ci reclama anche diritti inesistenti con la contraffazione dell’atto notarile. Ma si tratta di esempi del tutto inadeguati perchè nel caso dell’esistere il regalo è il tutto senza nulla fuori, è il respiro, il battito del cuore, la luce degli occhi, la soggettività con un nome esclusivo, è la propria libertà con tutte le possibili aspirazioni, è lo spazio siderale come palcoscenico della nostra singolare avventura: persino quella coreografia cosmica riflettendosi nella nostra anima diventa bellezza senza i contorni del dentro-fuori, inafferrabile, ineffabile.
Nota al margine: C’è qui un eccesso di immanentismo? Assolutamente no. Semmai vi si esalta la trascendenza nella vita, col riconoscimento anche del ruolo della materia nella sua fisicità, che un materialismo banale mistifica rifiutandosi di capirla.
Altra nota: Oggi si indaga molto anche a livello neurologico sulla libertà dell‘uomo: molte delle sue scelte appaiono illusorie, determinate cioè da condizionamenti ignoti o inconsci. Questo dubbio di illusorietà non può però riguardare la sua libertà fondamentale, pena il non-senso totale.

Ma ritorniamo al quesito di origine. Un Dio che „ci ama“ al punto da crearci „a sua immagine e somiglianza“, trasmettendoci cioè il suo esistere nella nostra libertà, può essere così ingiusto e cinico da predisporre per noi un’inferno parallelo? Lo abbiamo già escluso. Vero sembra che il nostro „si“ o „no“ al nostro esistere determini il „destino“ dello stesso esistere, che abbisogna appunto del consenso libero del beneficiato all‘iniziativa del benefattore. L’esistere di Dio è eterno. Ovviamente lo è anche quello donato. Ciò significa che con la morte biologica, che conclude il tempo della nostra scelta, il nostro „si“ conferma l’esistere personale nell‘eterno; il „no“ invece determinerebbe la rievocazione del dono, cioè il ritorno al non-esistere senza coscienza. Non si tratta di una magia da conigli che compaiono e scompaiono, ma di un’evidenza logica: in mancanza dell‘accettazione dell’uomo l’offerta di Dio si annulla come ipotesi irrealizzata e con ciò la nostra storia intermedia si dissolve nell’oblio assoluto del non-esistere.  
Secondo questo ragionamento l’inferno non sarebbe quindi la presunta eternità di sofferenza fisica, ma la fine di una prospettiva di eternità decisa dal soggetto predestinato. Ha quindi senso dire che l’inferno non esiste? Dipende. Certamente l’inferno esiste come metafora di desolazione, come stratagemma comunicativo di Dio per cercare di far capire quanto singolare sia il dono dell‘esistere a chi si ostina a non capirlo dicendogli di „no“. La perdita dell’esistere – e con ciò lo svanire di una incredibile chance „per sempre“ – è forse più terrificante dello spauracchio di tormenti senza fine che la metafora dell’inferno ci raffigura.
Se il Vangelo ci avesse parlato di „esistere sospeso“, di libertà esistenziale e di non-esistere non l’avremmo capito e avremmo rigettato il discorso come di pura astrazione. Ha preferito comunicare nella forma più comprensibile dell‘allegoria con l‘immagine del „fuoco eterno“. Del resto se riuscissimo ad essere sufficientemente lucidi, la coscienza del rischio di perdere l’esistere sarebbe un incubo più lacerante di qualsiasi tumultuoso dolore. Ma normalmente così lucidi non lo siamo o troviamo scomodo esserlo. Pur vivendo un’unica vita, invece di interrogarci sul senso e di trarne le conseguenze, preferiamo per lo più la condizione di sonnolenza e torpore del villeggiante, o quella degli schiavi della caverna del mito platonico. È rara anche la curiosità laica dell‘Ulisse dantesco, che eleva all‘umanità il monito: „Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza“ (Divina Commedia, Inferno, XXVI, 119).

In questo nostro rapido excursus resta ancora da sciogliere un equivoco ingombrante. È stato già detto che il „si“ o il „no“ all’esistere si concretizza nel percorso di ogni vita, che però è misteriosa e imperscrutabile. Nessuno quindi può vagliare la propria condotta come risposta e ancor meno la condotta degli altri. Solo Dio può farlo, perchè solo lui ci conosce con tutte le nostre debolezze, i nostri drammi, le nostre colpe. Questa facoltà di giudizio corretto non ci appartiene perchè noi ne abuseremmo nel senso della nostra esclusiva autogiustificazione. Il Vangelo ci mette in guardia da questa presunzione che stravolge ogni verità. Per la stessa ragione e con la medesima determinazione ci mette in guardia dal giudicare anche gli altri: „Non giudicate per non essere giudicati“ (Mt 7, 1-5). Anche giudicare il prossimo è assoluto narcisismo, quindi delitto di lesa maestà. La minima compiacenza, anche solo mentale, di essere migliori di qualsiasi altro è sintomo di grave ipocrisia. E c’è chi quella ipocrisia la rende imperdonabile col solo fatto di voler documentare la propria presunta superiorità, come il fariseo al tempio: „O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo“ (Lc 18, 11-12).
La nostra incapacità di comprendere noi stessi e gli altri è dovuta anche alla ristrettezza e nebulosità del nostro spazio visivo: dove il logico convive col torbido, l’intenzione con la passione, il razionale col convenzionale, il fascino dell’essere con l‘avidità, la creatività col calcolo di convenienza, il coraggio con la maschera, il bisogno di alterità col ripiegamento nell‘isolamento corazzato e aggressivo. Ogni tendenza e istinto contrario si intrecciano e confondono nei nostri comportamenti e progetti, senza un bilancino che ci aiuti a misurarne le dosi. Nessuno di noi è l’entità circoscritta che crede di vedere guardandosi allo specchio e nella propria immaginazione; e nessuno degli altri è l’entità circoscritta che crediamo di vedere con gli occhi e con l’innato istinto di rivalità.

L’esistere assoluto è eterno e l’esistere di ciascuno si conferma nell’eterno col „si“ della gratitudine. Bello è il canto solenne dell’Alleluia, ma non è sufficiente. Come potrebbe non essere sufficiente, anche se doveroso, ringraziare al risveglio ogni giorno che nasce e salutarlo all’ora del tramonto. Più importante dovrebbe essere la sopportazione dell‘indigenza vissuta e della discriminazione subìta; la partecipazione solidale alla vita degli altri; la silenziosa condivisione delle tante tragedie del mondo. Anche l‘angoscia da depressione è dolore. È dolore anche la disperazione di Giuda, la paura degli amici che scappano. Dolore è soprattutto l’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, la perversione dell’uomo contro l’uomo.
Dio è l’unico che ci conosce, è anche l’unico che conosce l‘eterno che con l’esistere continua a volerci donare. Chissà se potrà consentire che la nostra volubile libertà, capace di bene e di male, si dissolva nella follia della sua libertá infinita. Se così fosse, avrebbero ragione quelli che nel loro linguaggio pensano che la misericordia di Dio possa svuotare l‘inferno. Nel nostro linguaggio significa che anche gli impenitenti potrebbero con un guizzo d’orgoglio riconoscere in extremis la colpa della propria stupidità e miopia, ed essere redenti all’eterno dallo sconfinato dolore del mondo che sulla croce si congiunge con quello estremo di Dio, con l’“inferno“ della sua Passione.

Mario Tamponi

L'altra faccia della luna.



L’altra faccia della luna

La nostra luna lassù è la stessa
di tutti i nostri antenati con i tanti
sognatori e poeti, musici e pensatori,
scienziati e inventori, esploratori
e condottieri, mistici e profeti.
E lo sarà anche di ognuno dei nostri
posteri di chissà quante generazioni,
con gli animali e le piante dei loro giardini.

Tutti ci accompagna nella vita.
La sua vicinanza è continua e discreta,
generosa oltre ogni misura.
Einstein si emoziona quando costata
che „è lì anche quando non la guarda.“
Leopardi le si rivolge confidenziale:
„Che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai, silenziosa luna!“
E Shakespeare ne esalta
la stupenda fatalità: „Folle è l’uomo
che non presta ascolto alla luna!“

La luna ci si affianca uno per uno
dialogando alla pari, non come il sole
che abbaglia e sovrasta. Il sole
diffonde vita e vigore; la luna
ci dona leggerezza verso l‘„io“,  
ci dona anche la voglia di uscir fuori
a dialogare con le cose, con gli altri
e con quanto ci trascende.
“Potessero le mie mani
sfogliare la luna!”,
sogna Garcia Lorca.

La luna è metafora e ci apre a tutte
le altre – alfabeto della nostra lingua
pensata e parlata, figurativa e musicale,
di ogni ispirazione e invenzione.
È molto più del corpo opaco e rugoso
che telescopi e satelliti osservano e spiano…
e che invoglia astronauti a mettervi piede.  
„Andarvi non è poi così lontano.
Ben più profondo è il viaggio
verso la luna che ci si annida“
nel cuore, osserva Anaïs Nin.
Un viaggio, questo, che potrebbe
essere anche più breve
perchè „nascendo dietro le montagne,
la luna tramonta quasi sempre
dentro di noi.“ (Tonino Guerra)

La luna è più vera della sua corposità
che si finge reale. È presenza
leggera leggera che cresce con noi
per diventarne lo specchio.
„Con la libertà, i libri e la luna
chi non potrebbe essere felice?“,
esulta Oscar Wilde.

Tanti astronomi e tutti gli alienati
nel progresso e nell’ansia di dominio
ambiscono a occuparla, ma chi l’afferra
si ritrova con un pugno di mosche.
Perchè la luna non si fa possedere,
ma solo incontrare. E chi non la incontra
sente amara la solitudine dell’orfano,
la desolazione della notte vuota di luce.
Bisogna ascoltarla per gustare
bellezza e conforto, nella vita  
simili alle vibrazioni nella musica.
Goethe la invoca come musa sovrana:
“Oh, quante volte, o luna,
dinanzi a questo leggio io ho vegliato
tardi nella notte aspettandoti: e tu,
mesta amica, sei pur sempre apparsa
a me su libri e su carte! Oh, potessi
aggirarmi entro la tua amabile luce…
e, sgombro da tutte le vanità 
della scienza, bagnarmi e rinfrancarmi
sui prati nella tua rugiada.”

„La poesia è nata la notte in cui l'uomo 
contemplava la luna sapendo 
che non era commestibile”,
racconta Valeriu Butulescu.
Perchè la poesia è voce libera,
non qualcosa di utile,
da baratto commerciale.
„Era una notte solitaria“,
evoca Tagore, „leggevo un libro
finché il mio cuore divenne arido.
Mi pareva che la bellezza fosse
una cosa foggiata da mercanti di parole.
Stanco, chiusi il libro e spensi la candela.
In un istante la stanza fu inondata
dalla luce della luna.“

Anche la scienza è nata con la luna.
Haruki Murakami considera „la sua luce
come regalo caduto dal cielo.“
„Prima del fuoco, degli attrezzi,
del linguaggio, la luna
rischiarava il buio del mondo
e placava la paura degli uomini.
Le sue fasi hanno insegnato
agli umani il concetto di tempo.“

Nata dalla luna e con la poesia,
la scienza ne trae ispirazione
anche per magia matematica.
La scienza è conoscenza sublime,
e sublime è la tecnologia
che ne applica le scoperte.
Ma se tradiscono lo spirito che le genera,
l’una e l’altra si fanno insidiose.
Senza saggezza l’uomo scientifico
e tecnologico è l’esatto opposto di Galileo,
Newton, Einstein e di tanti geni pensanti.
Senza modestia è analfabeta che maneggia
il sapere con arroganza e ambizione
e ne fa strumento di guerra.
Anche la fissione nucleare è prodigio
di conoscenza e raffinata ingegneria…
ma sono follia gli ordigni nucleari
sempre più sofisticati e letali
che stipano gli arsenali dell‘unico mondo
in guerra con se stesso.

Havelock Ellis presume che „anche
la luna sarebbe scomparsa da tempo
se fosse alla portata delle mani predatorie
degli uomini.“ In parte è già successo.
„Questo è un piccolo passo per l’uomo,
un gigantesco balzo per l’umanità“
esclama Neil Armstrong il 20 luglio 1969
nel discendere la scaletta del modulo lunare.
E sulla targa lasciata lassù c’è scritto:
„Siamo venuti in pace per tutta l’umanità“.
Ma accanto dovrebbe essere rimasta
per svista l‘ombra di quei primi esploratori
col lungo naso di Pinocchio.
Perchè l‘ostentata „conquista della luna“   
non è sogno di cooperazione universale,
è sfida e proprietà da guerra fredda.

Le ostili superpotenze di oggi
riprendono a parlare di luna
con gli occhi puntati su Marte
e sull’orbita terrestre già tanto intasata:
per la supremazia economica
e militare degli uni contro gli altri.
E sul palcoscenico mediatico
persino la meraviglia cosmica
sbiadisce in coreografia di facciata,
propaganda per la conquista
anche degli indici di gradimento.

La luna finge di non vedere le umane follie
nel passato e nel presente della nostra storia;  
col silenzio ne denuncia la tragica vanità.
„Dolce e chiara è la notte e senza vento“,
canta Leopardi, „e quieta sovra i tetti
e in mezzo agli orti posa la luna,
e di lontan rivela serena ogni montagna.“
Gli fa eco García Lorca:
“La luna cammina sull'acqua...
com'è tranquillo il cielo!”

Al proprio male l’umanità potrebbe
riparare con un ovvio rito cosmico.
Dovremmo spegnere tutte le lampade
e lampadine artificiali della terra
almeno una notte al mese,
meglio una volta la settimana,
per celebrare i nostri fari naturali,  
e in quello spiraglio di cielo
le nostre origini abissali,
il nostro inafferrabile destino.
In quelle notti – direbbe George Carlin –
persino i lupi si raccoglierebbero
„in silenzio per sentire l’ululo della luna“.

„Si fa notte del tutto“ – leggiamo
nel Don Chisciotte del Cervantes –
„ma la luna manda così gran luce
da poter quasi gareggiare
coll’astro che gliela presta.“
La mite confessione di Adolfo Bécquer:
“Nel maestoso insieme della creazione
non vi è nulla che mi commuova
così profondamente, che accarezzi
il mio spirito e faccia volare insolitamente
la mia fantasia come la luce dolce
e svenevole della luna.”

Con la luna potremmo riscoprire anche
il soave tepore della dimora terrestre.  
Nel corso della sua missione lunare
Jim Lovell esclama: “La terra da quassù
sembra una grande oasi di vita 
nell'immensa vastità dello spazio”.
E ancora: “Dopo aver fatto il giro
della luna e aver rivisto la terra,
il mio punto di vista sulla vita 
e sul mondo è cambiato.
Ho cominciato a pensare alla terra
come ad una navicella spaziale
- sì, proprio come l'Apollo -
in cui i membri dell'equipaggio
devono collaborare e convivere.
Dobbiamo imparare a gestire
con più creatività le risorse 
del nostro pianeta.”

Ma la cura del nostro pianeta
avrà successo solo se assieme
al nostro compagno di viaggio.  
„Quando spunta la luna“,
canta Garcia Lorca,
„tacciono le campane
e i sentieri sembrano
impenetrabili.
Quando spunta la luna
il mare copre la terra
e il cuore diventa
isola nell’infinito.“

Mario Tamponi, 10.6.2020

Freitag, 26. Juni 2020

Il gabinetto solare.



Il gabinetto solare
Nostalgia del sud

Il mio appartamento berlinese non è luminoso come a Roma o in Sardegna. Perchè a Berlino il sole è meno denso e l'illuminazione elettrica degli interni vi si conforma. La luce è tendenzialmente crepuscolare nello spirito diffuso del romanticismo nordico. Anche nelle serate invernali si preferisce creare con ceri e candele l'atmosfera dimessa che nei paesi mediterranei sa invece di camposanto. Su questa familiarità con le ombre, che di per sè favorisono più interiorità, si sono sviluppati gusti e abitudini, una certa sensibilità artistica e musicale, un particolare approccio culturale e filosofico ai problemi dell’esistenza e del quotidiano. Il solare del mediterraneo ispira nei nordici il ritorno all’arcaico nei tempi di vacanza; è la calamita che attrae verso il sud nel difficile tentativo, come per Goethe, di ricomporre la propria spiritualità con la parte mancante.
          Tutto questo l'ho capito meglio o pensato qualche settimana fa quando mia moglie ha sostituito a mia insaputa con brillanti lampioncini LED le varie lampadine tradizionali del gabinetto di casa che via via si erano fulminate. E così quella cameretta della doccia e dei bisogni più umili è diventata d’un colpo l'angolo mediterraneo. Ci vado volentieri per le più frequenti sedute di turno e ci ritorno con mille pretesti non solo per i classici fumetti e cruciverba, ma anche per sfogliare romanzi, saggi di scienza e politica, trattati di filosofia. Dilatandosi i tempi di lettura sono diventati insufficienti i libri disponibili della mia modesta biblioteca, ma rileggendo l’uno o l’altro due, tre e quattro volte si avverte stranamente che è come leggerne dei nuovi. Cambia lo stato d'animo, cambia l'immedesimazione con gli episodi dei racconti, cambiano i parametri interpretativi, praticamente cambiano i libri.
          Vi passo persino le mie vacanze, che altri, soprattutto quelli dei voli law-cost, potrebbero considerare artificiali. E no, magari durano una mezzoretta, ma in una vacanza che si rispetti non si ha mai la percezione del tempo, anche perchè gran parte di quello disponibile viene bruciato da spostamenti, traslochi e altre sfacchinate. E poi quelle vacanze virtuali ai raggi LED hanno tutti i benefici o quasi delle classiche villeggiature anche in paesi esotici, per giunta senza le necessarie prenotazioni, le interminabili preparazioni di bagagli e itinerari, le estenuanti attese in aeroporto, gli aerei strapieni e le non annunciate turbolenze, le furbizie da sopportare durante il soggiorno, il terrore dei ladri di contanti e carte di credito.
Nel gabinetto solare di casa il fascino del sud o dell’estremo oriente lo si vive nella protetta intimità, con comodità che non costano nulla, con la musica che ti piace invece di quella spesso sgraziata di cantanti di strada o di pizzeria dagli occhi languidi che non ti mollano prima di averti spillato gli ultimi spiccioli. Nella tranquillità che ti consente di contemplare dentro la bellezza che sogni con le ali della nuda creatività.

Mario Tamponi