Samstag, 27. Juni 2020

L'inferno, filosoficamente.


L’inferno, filosoficamente

Una interpretazione della metafora biblica


Il paradiso e l’inferno non sono invenzioni di fantasia, ma rispondono ad un postulato ontologico, sono metafore del nostro esistere come dono ricevuto e libera accettazione o rifiuto del dono. L’espressione qui usata di „dono ricevuto“ è di per sè impropria perchè il beneficiato non esiste fuori del dono; l’esistere infatti non ha nè riceve l’esistere, ma lo è. Nella rivelazione cristiana Dio „si fa uomo“, condivide cioè la nostra condizione umana per elevarla alla sfera divina. Quel racconto biblico è un vissuto di amore, di perdono e di riscatto, ma eccezionalmente si altera nella raffigurazione dell‘inferno quasi come sconfitta di Dio di fronte all‘impenitente che gli rifiuta il dono dell‘esistere e l‘offerta di riconciliazione.  

Nel Vangelo, accanto al tema dominante del regno di Dio, l’alternativa dell’inferno è esplicita e univoca: "Verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti.” (Mt 13, 47-50). Sarà lui stesso, il Figlio di Dio e dell’uomo, ad apostrofare alla sua sinistra i condannati al supplizio: “Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo" (Mt 25, 31-46). Per l’Apocalisse (20,10) l’inferno è “uno stagno di fuoco e di zolfo dove sono anche la “bestia” ed il “falso profeta”, tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli”. “Chi di noi potrà resistere al fuoco divorante?" esclamava già il profeta Isaia (33,14).
Quella fine impietosa è indicata da Gesù anche come pena esemplare per la colpa contro l’innocenza indifesa: “Se uno sarà di scandalo a uno dei piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una mola asinaria e sia precipitato nel fondo del mare… Se la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno…. E se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo che essere gettato con due occhi nella Geenna del fuoco" (Mt 18, 6-9). La Geenna o Valle dell'Hinnom era un luogo vicino a Gerusalemme dove si incenerivano le immondizie, ma anche dove al tempo del dominio cananeo venivano eseguiti nel fuoco sacrifici di bambini. Il Vangelo ne fa simbolo della condanna divina nel giorno del giudizio.
Il riferimento all’inferno ritorna anche in passi evangelici collaterali, come nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) e in quella dello stolto debitore: "Quando vai col tuo avversario dal magistrato, procura durante il cammino di accordarti con lui: affinchè egli non ti trascini davanti al giudice, e il giudice ti consegni all’agente, e l’agente ti metta in prigione. Io ti dico che non ne uscirai finché non avrai pagato fino all'ultimo centesimo" (Lc 12, 58-59). 

L’aspetto più atroce dell’inferno così delineato consiste nella sua durata: per sempre, "nei secoli dei secoli". Nessuna nostra immagine intuitiva o aritmetica potrà farci capire le dimensioni di quella immensità: senza sosta, senza svolta, senza fine. Una certa teologia classica motiva l’eternità della condanna così: Dio è infinito, quindi un “peccato” grave contro di lui reclama una punizione equivalente, cioè infinita. Ma questo argomento pare non tenga conto del fatto che autore del peccato è l’uomo, per cui l’infinito o eterno rivolto contro di lui, che è finito e caduco, risulterebbe sproporzionato, ingiusto.
L’immaginazione umana, che in genere si raffigura il tempo come successione di momenti e l’eternità come successione infinita di tempi, tende a falsare il divenire esistenziale, dove passato e futuro sono raccolti in un presente fluido non esteso; ma anche in quest’ottica la punizione senza fine (come nel mito di Sisifo o nella logica del contrappasso adottata da Dante) potrebbe sembrare insaziabile cinismo divino. Ma Dio non può essere ingiusto e cinico. E allora?

Al presunto cinismo di Dio si ispira la minaccia dell‘inferno praticata nel passato da certi lugubri predicatori per indurre fedeli sotto panico ad evitarlo  collezionando opere buone e accaparrandosi indulgenze come polizze assicurative sull’aldilà. Proprio contro questa concezione e prassi mercantilistica è esplosa la protesta di Lutero e di altri. Col tempo anche in ambito cattolico l’inferno ha perso la sua inquietante fisicità di luogo o stato di pena per assottigliarsi in un riferimento simbolico; e i pochi che oggi continuano a predicarlo alla lettera rischiano di passare per bigotti o sadomasochisti. I biblisti se ne occupano sempre meno e i sacerdoti in genere privilegiano gli aspetti più immanenti della solidarietà sociale, magari lasciando intendere un paradiso per tutti dopo la comune valle di lacrime.   
Dalla liturgia è quasi scomparso il canto del „Dies irae“ sul terrificante giorno del giudizio che una volta accompagnava funerali e commemorazioni funebri. Quella melodia minacciosa nelle versioni di Mozart o di Verdi viene riproposta oggi soprattutto in templi filarmonici per esaltarne il virtuosismo musicale, quasi mai nelle chiese per non turbare la coscienza dei fedeli e la sensibilità dei familiari dei defunti. In capolavori letterari, come nella Divina Commedia, l’inferno viene letto come raffigurazione del percorso morale di ogni uomo; e le brutali modalità del contrappasso vengono gustate nella loro lirica umanità, da preferire persino alle pagine più monotone sul paradiso.
È certamente positivo che nella spiritualità cristiana una certa enfasi spaventapasseri sia decaduta come strumentale e sviante. Ma sostituendo la falsa idea di un Dio collerico e vendicativo con la realtà del Padre misericordioso sarebbe illogico lasciare irrisolto l‘enigma dell’inferno. Se per i credenti il Vangelo è verità, dovrebbe essere vero anche l’inferno che vi si annuncia. Sarebbe quindi un errore capitale limitarsi a rimuoverlo o a banalizzarlo piuttosto che cercare di coglierne il significato razionale nella metafora biblica in cui si esprime. Del resto sotto un’ottica filosofica misericordia e inferno sono antinomici ma non contraddittori; sono strettamente correlati come nell’universo fisico dell’atomo e dell’elettromagnetismo lo sono polo positivo e polo negativo; e nella sfera ontologica l’esistere e il non-esistere.

Proprio all’esistere e al non-esistere dovremmo ricondurre il filo del nostro discorso. Ma cos’è l’esistere personale? Non è solo vita biologica e facoltà riflessiva, non è solo percezione del mondo „esterno“ che sembra contenerci. Nell’esistere, dentro ogni esistere, si raccoglie tutto il reale: certamente l’intero cosmo dalle galassie al nanometrico, dal neurologico al genetico… ma non solo. L‘universo fisico di una immensità da vertigini e di una bellezza mozzafiato, le scienze matematiche che cercano di interpretarlo e le tecnologie che si propongono di riprodurlo non sono ancora il tutto. Del reale sono anzi la componente più mutevole e fragile che si frantuma nell’evanenscenza delle nostre esperienze o che appare e scompare nella labilità della nostra memoria; sono la componente che vacilla e sprofonda nel silenzio della nostra psiche o che delira fino a inabissarsi nella profondità del nostro coma. Dentro l’esistere di ognuno c’è anche l’intera comunità umana, storica e contemporanea, con tutta la sua creatività e operosità interattiva; dentro l’esistere c’è la mia vocazione a ridimensionare il male col bene dei miei progetti e intenzioni e a estenderne il contagio; dentro c’è la mia centralità assieme a quella di ogni altro singolo che mi rassomiglia; e nella mia centralità la mia libertà. Ma com’è possibile che dentro ci sia tutto questo e altro ancora, se ognuno di noi è anche così evanescente e inconsistente a dispetto della sua frequente presunzione di essere qualcosa di più? Certamente è folle presumere che il mio esistere, in equilibrio instabile tra grandezza e nullità, si sia autogenerato o sia stato generato dalla stessa „natura“ che dentro il mio esistere si configura e ne è contenuta!
L’esistere personale è concepibile solo come partecipazione all’Esistere assoluto. La necessaria correlazione di contingente e Assoluto è il principio base, certamente diversificato, di ogni metafisica e di ogni fenomenologia esistenziale della nostra cultura occidentale e non solo. Una volta il pensiero filosofico, rigorosamente fondato sui principi della saggezza greca della non-contraddizione e della causalità, si sviluppava in sistemi logici e in strutture universali; la filosofia contemporanea post-metafisica e meno dogmatica si ispira invece alla fluidità di eventi e relazioni, col sostegno esterno della scienza naturale con i modelli vincenti della relatività einsteiniana e del quantistico principio di indeterminazione. Ma la correlazione di contingente e Assoluto, variamente concepita o denominata, resta sempre valida, e con ciò la filosofia si conferma come contenitore logico anche del procedere scientifico, come proiezione del particolare nell’universale, come ricerca di ragione e di senso.

Il prodigio dei prodigi dell’esistere personale viene enunciato nel racconto allegorico della Genesi: „Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza“, cioè libero. Creazione, che significa appunto partecipazione dell’esistere personale all’esistere Assoluto, è improprio pensarla come rapporto di „dipendenza“. Un oggetto dipende da chi lo sceglie, ma non una libertà. L’uomo è tanto libero, ontologicamente libero, da essere coinvolto anche nella creazione di se stesso col suo dover scegliere se accettare o meno il dono dell‘esistere. L’Assoluto ci ha „donato“ – ci „dona“! – l’esistere-che-siamo chiedendoci il consenso nella reale alternativa di accettazione o rifiuto. L’auspicato „si“ della nostra risposta non è solo un‘operazione logica o mentale, non è una professione verbale, ma si esprime nel dispiegarsi di ogni vita come riconoscimento dell‘Assoluto nell’amore del prossimo, come scelta della nostra relazionalità contro una solitudine impossibile, contro la nevrosi di onnipotenza.

Ma è possibile un „no“, cioè il rifiuto dell’esistere che contiene il nostro tutto, la totalità del nostro reale e potenziale? È possibile, tragicamente possibile! Il rifiuto dell’esistere è la presunzione di essere noi i „creatori“ di noi stessi, è la sfrontatezza di misconoscere la nostra identità ontologica. È un‘assurdità, ma resa possibile proprio dall‘opzione che con l’esistere ci viene proposta e in cui consiste appunto la nostra stessa libertà. Nel racconto biblico Adamo ed Eva, testimoni diretti della loro origine, non hanno rivolto al Dio creatore neppure un cenno di gratitudine, come se il loro esistere fosse un fatto scontato o un atto dovuto. Neppure un cenno di stupore! La prima e unica risposta è stato il tentativo maldestro di invertire i ruoli col furto della facoltà della „conoscenza del bene e del male“. Il biblico peccato „originale“, come quello che si ripete nella storia personale di ognuno, non è la trasgressione di un articolo di legge – come l’etica dogmatica sembra insegnarci – ma  il tradimento del nostro rapporto fondamentale, è lo stravolgimento dell’evidenza primaria, la nostra autonegazione ontologica, il suicidio totale di cui quello biologico è solo una pallida immagine.
Persino nella nostra esperienza ordinaria un dono senza riscontro può lasciarci interdetti. Pensiamo alla villa sulla Costa Smeralda regalata ad un conoscente nullatenente, che però non si scompone neppure con un sorriso distratto. Pensiamo ad un amico a cui abbiamo inteso risolvere i problemi di indigenza donandogli la metà della nostra eredità, ma che poi ci reclama anche diritti inesistenti con la contraffazione dell’atto notarile. Ma si tratta di esempi del tutto inadeguati perchè nel caso dell’esistere il regalo è il tutto senza nulla fuori, è il respiro, il battito del cuore, la luce degli occhi, la soggettività con un nome esclusivo, è la propria libertà con tutte le possibili aspirazioni, è lo spazio siderale come palcoscenico della nostra singolare avventura: persino quella coreografia cosmica riflettendosi nella nostra anima diventa bellezza senza i contorni del dentro-fuori, inafferrabile, ineffabile.
Nota al margine: C’è qui un eccesso di immanentismo? Assolutamente no. Semmai vi si esalta la trascendenza nella vita, col riconoscimento anche del ruolo della materia nella sua fisicità, che un materialismo banale mistifica rifiutandosi di capirla.
Altra nota: Oggi si indaga molto anche a livello neurologico sulla libertà dell‘uomo: molte delle sue scelte appaiono illusorie, determinate cioè da condizionamenti ignoti o inconsci. Questo dubbio di illusorietà non può però riguardare la sua libertà fondamentale, pena il non-senso totale.

Ma ritorniamo al quesito di origine. Un Dio che „ci ama“ al punto da crearci „a sua immagine e somiglianza“, trasmettendoci cioè il suo esistere nella nostra libertà, può essere così ingiusto e cinico da predisporre per noi un’inferno parallelo? Lo abbiamo già escluso. Vero sembra che il nostro „si“ o „no“ al nostro esistere determini il „destino“ dello stesso esistere, che abbisogna appunto del consenso libero del beneficiato all‘iniziativa del benefattore. L’esistere di Dio è eterno. Ovviamente lo è anche quello donato. Ciò significa che con la morte biologica, che conclude il tempo della nostra scelta, il nostro „si“ conferma l’esistere personale nell‘eterno; il „no“ invece determinerebbe la rievocazione del dono, cioè il ritorno al non-esistere senza coscienza. Non si tratta di una magia da conigli che compaiono e scompaiono, ma di un’evidenza logica: in mancanza dell‘accettazione dell’uomo l’offerta di Dio si annulla come ipotesi irrealizzata e con ciò la nostra storia intermedia si dissolve nell’oblio assoluto del non-esistere.  
Secondo questo ragionamento l’inferno non sarebbe quindi la presunta eternità di sofferenza fisica, ma la fine di una prospettiva di eternità decisa dal soggetto predestinato. Ha quindi senso dire che l’inferno non esiste? Dipende. Certamente l’inferno esiste come metafora di desolazione, come stratagemma comunicativo di Dio per cercare di far capire quanto singolare sia il dono dell‘esistere a chi si ostina a non capirlo dicendogli di „no“. La perdita dell’esistere – e con ciò lo svanire di una incredibile chance „per sempre“ – è forse più terrificante dello spauracchio di tormenti senza fine che la metafora dell’inferno ci raffigura.
Se il Vangelo ci avesse parlato di „esistere sospeso“, di libertà esistenziale e di non-esistere non l’avremmo capito e avremmo rigettato il discorso come di pura astrazione. Ha preferito comunicare nella forma più comprensibile dell‘allegoria con l‘immagine del „fuoco eterno“. Del resto se riuscissimo ad essere sufficientemente lucidi, la coscienza del rischio di perdere l’esistere sarebbe un incubo più lacerante di qualsiasi tumultuoso dolore. Ma normalmente così lucidi non lo siamo o troviamo scomodo esserlo. Pur vivendo un’unica vita, invece di interrogarci sul senso e di trarne le conseguenze, preferiamo per lo più la condizione di sonnolenza e torpore del villeggiante, o quella degli schiavi della caverna del mito platonico. È rara anche la curiosità laica dell‘Ulisse dantesco, che eleva all‘umanità il monito: „Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza“ (Divina Commedia, Inferno, XXVI, 119).

In questo nostro rapido excursus resta ancora da sciogliere un equivoco ingombrante. È stato già detto che il „si“ o il „no“ all’esistere si concretizza nel percorso di ogni vita, che però è misteriosa e imperscrutabile. Nessuno quindi può vagliare la propria condotta come risposta e ancor meno la condotta degli altri. Solo Dio può farlo, perchè solo lui ci conosce con tutte le nostre debolezze, i nostri drammi, le nostre colpe. Questa facoltà di giudizio corretto non ci appartiene perchè noi ne abuseremmo nel senso della nostra esclusiva autogiustificazione. Il Vangelo ci mette in guardia da questa presunzione che stravolge ogni verità. Per la stessa ragione e con la medesima determinazione ci mette in guardia dal giudicare anche gli altri: „Non giudicate per non essere giudicati“ (Mt 7, 1-5). Anche giudicare il prossimo è assoluto narcisismo, quindi delitto di lesa maestà. La minima compiacenza, anche solo mentale, di essere migliori di qualsiasi altro è sintomo di grave ipocrisia. E c’è chi quella ipocrisia la rende imperdonabile col solo fatto di voler documentare la propria presunta superiorità, come il fariseo al tempio: „O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo“ (Lc 18, 11-12).
La nostra incapacità di comprendere noi stessi e gli altri è dovuta anche alla ristrettezza e nebulosità del nostro spazio visivo: dove il logico convive col torbido, l’intenzione con la passione, il razionale col convenzionale, il fascino dell’essere con l‘avidità, la creatività col calcolo di convenienza, il coraggio con la maschera, il bisogno di alterità col ripiegamento nell‘isolamento corazzato e aggressivo. Ogni tendenza e istinto contrario si intrecciano e confondono nei nostri comportamenti e progetti, senza un bilancino che ci aiuti a misurarne le dosi. Nessuno di noi è l’entità circoscritta che crede di vedere guardandosi allo specchio e nella propria immaginazione; e nessuno degli altri è l’entità circoscritta che crediamo di vedere con gli occhi e con l’innato istinto di rivalità.

L’esistere assoluto è eterno e l’esistere di ciascuno si conferma nell’eterno col „si“ della gratitudine. Bello è il canto solenne dell’Alleluia, ma non è sufficiente. Come potrebbe non essere sufficiente, anche se doveroso, ringraziare al risveglio ogni giorno che nasce e salutarlo all’ora del tramonto. Più importante dovrebbe essere la sopportazione dell‘indigenza vissuta e della discriminazione subìta; la partecipazione solidale alla vita degli altri; la silenziosa condivisione delle tante tragedie del mondo. Anche l‘angoscia da depressione è dolore. È dolore anche la disperazione di Giuda, la paura degli amici che scappano. Dolore è soprattutto l’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, la perversione dell’uomo contro l’uomo.
Dio è l’unico che ci conosce, è anche l’unico che conosce l‘eterno che con l’esistere continua a volerci donare. Chissà se potrà consentire che la nostra volubile libertà, capace di bene e di male, si dissolva nella follia della sua libertá infinita. Se così fosse, avrebbero ragione quelli che nel loro linguaggio pensano che la misericordia di Dio possa svuotare l‘inferno. Nel nostro linguaggio significa che anche gli impenitenti potrebbero con un guizzo d’orgoglio riconoscere in extremis la colpa della propria stupidità e miopia, ed essere redenti all’eterno dallo sconfinato dolore del mondo che sulla croce si congiunge con quello estremo di Dio, con l’“inferno“ della sua Passione.

Mario Tamponi

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