L’inferno,
filosoficamente
Una
interpretazione della metafora biblica
Il
paradiso e l’inferno non sono invenzioni di fantasia, ma rispondono ad un postulato
ontologico, sono metafore del nostro esistere come dono ricevuto e libera
accettazione o rifiuto del dono. L’espressione qui usata di „dono ricevuto“ è di
per sè impropria perchè il beneficiato non esiste fuori del dono; l’esistere infatti
non ha nè riceve l’esistere, ma lo è. Nella rivelazione cristiana Dio „si fa
uomo“, condivide cioè la nostra condizione umana per elevarla alla sfera divina.
Quel racconto biblico è un vissuto di amore, di perdono e di riscatto, ma eccezionalmente
si altera nella raffigurazione dell‘inferno quasi come sconfitta di Dio di
fronte all‘impenitente che gli rifiuta il dono dell‘esistere e l‘offerta di riconciliazione.
Nel Vangelo, accanto al tema dominante del regno di Dio, l’alternativa
dell’inferno è esplicita e univoca: "Verranno gli angeli e separeranno i
malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e
stridor di denti.” (Mt 13, 47-50). Sarà lui stesso, il Figlio di Dio e dell’uomo,
ad apostrofare alla sua sinistra i condannati al supplizio: “Via lontano da me,
maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo" (Mt 25, 31-46). Per
l’Apocalisse (20,10) l’inferno è “uno stagno di fuoco e di zolfo dove sono
anche la “bestia” ed il “falso profeta”, tormentati giorno e notte nei secoli
dei secoli”. “Chi di noi potrà resistere al fuoco divorante?" esclamava
già il profeta Isaia (33,14).
Quella fine impietosa è indicata da Gesù anche come pena esemplare per la
colpa contro l’innocenza indifesa: “Se uno sarà di scandalo a uno dei piccoli
che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una mola
asinaria e sia precipitato nel fondo del mare… Se la tua mano o il tuo piede ti
è di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita
monco o zoppo che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno…. E
se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te
entrare nella vita con un occhio solo che essere gettato con due occhi nella Geenna
del fuoco" (Mt 18, 6-9). La Geenna o Valle dell'Hinnom era un luogo vicino
a Gerusalemme dove si incenerivano le immondizie, ma anche dove al tempo del
dominio cananeo venivano eseguiti nel fuoco sacrifici di bambini. Il Vangelo ne
fa simbolo della condanna divina nel giorno del giudizio.
Il riferimento all’inferno ritorna anche in passi evangelici collaterali,
come nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) e in
quella dello stolto debitore: "Quando vai col tuo avversario dal
magistrato, procura durante il cammino di accordarti con lui: affinchè egli non
ti trascini davanti al giudice, e il giudice ti consegni all’agente, e l’agente
ti metta in prigione. Io ti dico che non ne uscirai finché non avrai pagato fino
all'ultimo centesimo" (Lc 12, 58-59).
L’aspetto più atroce dell’inferno così delineato consiste nella sua durata:
per sempre, "nei secoli dei secoli". Nessuna nostra immagine intuitiva
o aritmetica potrà farci capire le dimensioni di quella immensità: senza sosta,
senza svolta, senza fine. Una certa teologia classica motiva l’eternità della
condanna così: Dio è infinito, quindi un “peccato” grave contro di lui reclama una
punizione equivalente, cioè infinita. Ma questo argomento pare non tenga conto
del fatto che autore del peccato è l’uomo, per cui l’infinito o eterno rivolto
contro di lui, che è finito e caduco, risulterebbe sproporzionato, ingiusto.
L’immaginazione umana, che in genere si raffigura il tempo come successione
di momenti e l’eternità come successione infinita di tempi, tende a falsare il divenire
esistenziale, dove passato e futuro sono raccolti in un presente fluido non
esteso; ma anche in quest’ottica la punizione senza fine (come nel mito di
Sisifo o nella logica del contrappasso adottata da Dante) potrebbe sembrare insaziabile
cinismo divino. Ma Dio non può essere ingiusto e cinico. E allora?
Al presunto cinismo di Dio si ispira la
minaccia dell‘inferno praticata nel passato da certi lugubri predicatori per
indurre fedeli sotto panico ad evitarlo collezionando
opere buone e accaparrandosi indulgenze come polizze assicurative sull’aldilà. Proprio
contro questa concezione e prassi mercantilistica è esplosa la protesta di
Lutero e di altri. Col tempo anche in ambito
cattolico l’inferno ha perso la sua inquietante fisicità di luogo o stato di
pena per assottigliarsi in un riferimento simbolico; e i pochi che oggi continuano
a predicarlo alla lettera rischiano di passare per bigotti o sadomasochisti. I
biblisti se ne occupano sempre meno e i sacerdoti in genere privilegiano gli aspetti
più immanenti della solidarietà sociale, magari lasciando intendere un paradiso
per tutti dopo la comune valle di lacrime.
Dalla liturgia è quasi scomparso il canto
del „Dies irae“ sul terrificante giorno del giudizio che una volta accompagnava
funerali e commemorazioni funebri. Quella melodia minacciosa nelle versioni di
Mozart o di Verdi viene riproposta oggi soprattutto in templi filarmonici per
esaltarne il virtuosismo musicale, quasi mai nelle chiese per non turbare la
coscienza dei fedeli e la sensibilità dei familiari dei defunti. In capolavori letterari, come nella Divina Commedia, l’inferno viene letto
come raffigurazione del percorso morale di ogni uomo; e le brutali modalità del
contrappasso vengono gustate nella loro lirica umanità, da preferire persino alle
pagine più monotone sul paradiso.
È certamente positivo che nella
spiritualità cristiana una certa enfasi spaventapasseri sia decaduta come
strumentale e sviante. Ma sostituendo la falsa idea di un Dio collerico e
vendicativo con la realtà del Padre misericordioso sarebbe illogico lasciare
irrisolto l‘enigma dell’inferno. Se per i credenti il Vangelo è verità, dovrebbe
essere vero anche l’inferno che vi si annuncia. Sarebbe quindi un errore
capitale limitarsi a rimuoverlo o a banalizzarlo piuttosto che cercare di
coglierne il significato razionale nella metafora biblica in cui si esprime. Del
resto sotto un’ottica filosofica misericordia e inferno sono antinomici ma non contraddittori; sono strettamente correlati come nell’universo
fisico dell’atomo e dell’elettromagnetismo lo sono polo positivo e polo negativo;
e nella sfera ontologica l’esistere e il non-esistere.
Proprio all’esistere e al non-esistere dovremmo
ricondurre il filo del nostro discorso. Ma cos’è l’esistere personale? Non è
solo vita biologica e facoltà riflessiva, non è solo percezione del mondo „esterno“
che sembra contenerci. Nell’esistere, dentro ogni esistere, si raccoglie tutto
il reale: certamente l’intero cosmo dalle galassie al nanometrico, dal neurologico
al genetico… ma non solo. L‘universo fisico di una immensità da vertigini e di
una bellezza mozzafiato, le scienze matematiche che cercano di interpretarlo e
le tecnologie che si propongono di riprodurlo non sono ancora il tutto. Del
reale sono anzi la componente più mutevole e fragile che si frantuma
nell’evanenscenza delle nostre esperienze o che appare e scompare nella
labilità della nostra memoria; sono la componente che vacilla e sprofonda nel
silenzio della nostra psiche o che delira fino a inabissarsi nella profondità
del nostro coma. Dentro l’esistere di ognuno c’è anche l’intera comunità umana,
storica e contemporanea, con tutta la sua creatività e operosità interattiva;
dentro l’esistere c’è la mia vocazione a ridimensionare il male col bene dei
miei progetti e intenzioni e a estenderne il contagio; dentro c’è la mia centralità
assieme a quella di ogni altro singolo che mi rassomiglia; e nella mia centralità
la mia libertà. Ma com’è possibile che dentro ci sia tutto questo e altro
ancora, se ognuno di noi è anche così evanescente e inconsistente a dispetto
della sua frequente presunzione di essere qualcosa di più? Certamente è folle
presumere che il mio esistere, in equilibrio instabile tra grandezza e nullità,
si sia autogenerato o sia stato generato dalla stessa „natura“ che dentro il
mio esistere si configura e ne è contenuta!
L’esistere personale è concepibile solo come
partecipazione all’Esistere assoluto. La necessaria correlazione di contingente
e Assoluto è il principio base, certamente diversificato, di ogni metafisica e
di ogni fenomenologia esistenziale della nostra cultura occidentale e non solo.
Una volta il pensiero filosofico, rigorosamente fondato sui principi della
saggezza greca della non-contraddizione e della causalità, si sviluppava in
sistemi logici e in strutture universali; la filosofia contemporanea post-metafisica
e meno dogmatica si ispira invece alla fluidità di eventi e relazioni, col
sostegno esterno della scienza naturale con i modelli vincenti della relatività
einsteiniana e del quantistico principio di indeterminazione. Ma la
correlazione di contingente e Assoluto, variamente concepita o denominata, resta
sempre valida, e con ciò la filosofia si conferma come contenitore logico anche
del procedere scientifico, come proiezione del particolare nell’universale,
come ricerca di ragione e di senso.
Il prodigio dei prodigi dell’esistere
personale viene enunciato nel racconto allegorico della Genesi: „Dio creò l’uomo
a sua immagine e somiglianza“, cioè libero. Creazione, che significa appunto partecipazione
dell’esistere personale all’esistere Assoluto, è improprio pensarla come
rapporto di „dipendenza“. Un oggetto dipende da chi lo sceglie, ma non una
libertà. L’uomo è tanto libero, ontologicamente libero, da essere coinvolto anche
nella creazione di se stesso col suo dover scegliere se accettare o meno il
dono dell‘esistere. L’Assoluto ci ha „donato“ – ci „dona“! –
l’esistere-che-siamo chiedendoci il consenso nella reale alternativa di
accettazione o rifiuto. L’auspicato „si“ della nostra risposta non è solo un‘operazione
logica o mentale, non è una professione verbale, ma si esprime nel dispiegarsi
di ogni vita come riconoscimento dell‘Assoluto nell’amore del prossimo, come scelta
della nostra relazionalità contro una solitudine impossibile, contro la nevrosi
di onnipotenza.
Ma è possibile un „no“, cioè il rifiuto dell’esistere
che contiene il nostro tutto, la totalità del nostro reale e potenziale? È
possibile, tragicamente possibile! Il rifiuto dell’esistere è la presunzione di
essere noi i „creatori“ di noi stessi, è la sfrontatezza di misconoscere la
nostra identità ontologica. È un‘assurdità, ma resa possibile proprio
dall‘opzione che con l’esistere ci viene proposta e in cui consiste appunto la
nostra stessa libertà. Nel racconto biblico Adamo ed Eva, testimoni diretti
della loro origine, non hanno rivolto al Dio creatore neppure un cenno di gratitudine,
come se il loro esistere fosse un fatto scontato o un atto dovuto. Neppure un
cenno di stupore! La prima e unica risposta è stato il tentativo maldestro di
invertire i ruoli col furto della facoltà della „conoscenza del bene e del
male“. Il biblico peccato „originale“, come quello che si ripete nella storia personale
di ognuno, non è la trasgressione di un articolo di legge – come l’etica
dogmatica sembra insegnarci – ma il
tradimento del nostro rapporto fondamentale, è lo stravolgimento dell’evidenza primaria,
la nostra autonegazione ontologica, il suicidio totale di cui quello biologico
è solo una pallida immagine.
Persino nella nostra esperienza ordinaria un
dono senza riscontro può lasciarci interdetti. Pensiamo alla villa sulla Costa
Smeralda regalata ad un conoscente nullatenente, che però non si scompone
neppure con un sorriso distratto. Pensiamo ad un amico a cui abbiamo inteso
risolvere i problemi di indigenza donandogli la metà della nostra eredità, ma
che poi ci reclama anche diritti inesistenti con la contraffazione dell’atto
notarile. Ma si tratta di esempi del tutto inadeguati perchè nel caso
dell’esistere il regalo è il tutto senza nulla fuori, è il respiro, il battito
del cuore, la luce degli occhi, la soggettività con un nome esclusivo, è la
propria libertà con tutte le possibili aspirazioni, è lo spazio siderale come
palcoscenico della nostra singolare avventura: persino quella coreografia
cosmica riflettendosi nella nostra anima diventa bellezza senza i contorni del
dentro-fuori, inafferrabile, ineffabile.
Nota al margine: C’è qui un eccesso di immanentismo?
Assolutamente no. Semmai vi si esalta la trascendenza nella vita, col
riconoscimento anche del ruolo della materia nella sua fisicità, che un
materialismo banale mistifica rifiutandosi di capirla.
Altra nota: Oggi si indaga molto anche a
livello neurologico sulla libertà dell‘uomo: molte delle sue scelte appaiono
illusorie, determinate cioè da condizionamenti ignoti o inconsci. Questo dubbio
di illusorietà non può però riguardare la sua libertà fondamentale, pena il
non-senso totale.
Ma ritorniamo al quesito di origine. Un
Dio che „ci ama“ al punto da crearci „a sua immagine e somiglianza“,
trasmettendoci cioè il suo esistere nella nostra libertà, può essere così
ingiusto e cinico da predisporre per noi un’inferno parallelo? Lo abbiamo già
escluso. Vero sembra che il nostro „si“ o „no“ al nostro esistere determini il
„destino“ dello stesso esistere, che abbisogna appunto del consenso libero del
beneficiato all‘iniziativa del benefattore. L’esistere di Dio è eterno. Ovviamente
lo è anche quello donato. Ciò significa che con la morte biologica, che
conclude il tempo della nostra scelta, il nostro „si“ conferma l’esistere
personale nell‘eterno; il „no“ invece determinerebbe la rievocazione del dono,
cioè il ritorno al non-esistere senza coscienza. Non si tratta di una magia da
conigli che compaiono e scompaiono, ma di un’evidenza logica: in mancanza dell‘accettazione
dell’uomo l’offerta di Dio si annulla come ipotesi irrealizzata e con ciò la
nostra storia intermedia si dissolve nell’oblio assoluto del non-esistere.
Secondo questo ragionamento l’inferno non
sarebbe quindi la presunta eternità di sofferenza fisica, ma la fine di una
prospettiva di eternità decisa dal soggetto predestinato. Ha quindi senso dire
che l’inferno non esiste? Dipende. Certamente l’inferno esiste come metafora di
desolazione, come stratagemma comunicativo di Dio per cercare di far capire quanto
singolare sia il dono dell‘esistere a chi si ostina a non capirlo dicendogli di
„no“. La perdita dell’esistere – e con ciò lo svanire di una incredibile chance
„per sempre“ – è forse più terrificante dello spauracchio di tormenti senza
fine che la metafora dell’inferno ci raffigura.
Se il Vangelo ci avesse parlato di
„esistere sospeso“, di libertà esistenziale e di non-esistere non l’avremmo
capito e avremmo rigettato il discorso come di pura astrazione. Ha preferito
comunicare nella forma più comprensibile dell‘allegoria con l‘immagine del
„fuoco eterno“. Del resto se riuscissimo ad essere sufficientemente lucidi, la
coscienza del rischio di perdere l’esistere sarebbe un incubo più lacerante di
qualsiasi tumultuoso dolore. Ma normalmente così lucidi non lo siamo o troviamo
scomodo esserlo. Pur vivendo un’unica vita, invece di interrogarci sul senso e
di trarne le conseguenze, preferiamo per lo più la condizione di sonnolenza e
torpore del villeggiante, o quella degli schiavi della caverna del mito
platonico. È rara anche la curiosità laica dell‘Ulisse dantesco, che eleva all‘umanità
il monito: „Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e
conoscenza“ (Divina Commedia, Inferno, XXVI, 119).
In questo nostro rapido excursus resta ancora
da sciogliere un equivoco ingombrante. È stato già detto che il „si“ o il „no“
all’esistere si concretizza nel percorso di ogni vita, che però è misteriosa e
imperscrutabile. Nessuno quindi può vagliare la propria condotta come risposta e
ancor meno la condotta degli altri. Solo Dio può farlo, perchè solo lui ci
conosce con tutte le nostre debolezze, i nostri drammi, le nostre colpe. Questa
facoltà di giudizio corretto non ci appartiene perchè noi ne abuseremmo nel
senso della nostra esclusiva autogiustificazione. Il Vangelo ci mette in
guardia da questa presunzione che stravolge ogni verità. Per la stessa ragione e
con la medesima determinazione ci mette in guardia dal giudicare anche gli
altri: „Non giudicate per non essere giudicati“ (Mt 7, 1-5). Anche giudicare il
prossimo è assoluto narcisismo, quindi delitto di lesa maestà. La minima
compiacenza, anche solo mentale, di essere migliori di qualsiasi altro è sintomo
di grave ipocrisia. E c’è chi quella ipocrisia la rende imperdonabile col solo
fatto di voler documentare la propria presunta superiorità, come il fariseo al
tempio: „O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri,
ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la
settimana e pago le decime di quanto possiedo“ (Lc 18, 11-12).
La nostra incapacità di comprendere noi
stessi e gli altri è dovuta anche alla ristrettezza e nebulosità del nostro
spazio visivo: dove il logico convive col torbido, l’intenzione con la passione,
il razionale col convenzionale, il fascino dell’essere con l‘avidità, la
creatività col calcolo di convenienza, il coraggio con la maschera, il bisogno
di alterità col ripiegamento nell‘isolamento corazzato e aggressivo. Ogni tendenza
e istinto contrario si intrecciano e confondono nei nostri comportamenti e
progetti, senza un bilancino che ci aiuti a misurarne le dosi. Nessuno di noi è
l’entità circoscritta che crede di vedere guardandosi allo specchio e nella
propria immaginazione; e nessuno degli altri è l’entità circoscritta che
crediamo di vedere con gli occhi e con l’innato istinto di rivalità.
L’esistere assoluto è eterno e l’esistere di
ciascuno si conferma nell’eterno col „si“ della gratitudine. Bello è il canto
solenne dell’Alleluia, ma non è sufficiente. Come potrebbe non essere
sufficiente, anche se doveroso, ringraziare al risveglio ogni giorno che nasce
e salutarlo all’ora del tramonto. Più importante dovrebbe essere la
sopportazione dell‘indigenza vissuta e della discriminazione subìta; la
partecipazione solidale alla vita degli altri; la silenziosa condivisione delle
tante tragedie del mondo. Anche l‘angoscia da depressione è dolore. È dolore anche
la disperazione di Giuda, la paura degli amici che scappano. Dolore è
soprattutto l’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, la perversione dell’uomo
contro l’uomo.
Dio è l’unico che ci conosce, è anche l’unico
che conosce l‘eterno che con l’esistere continua a volerci donare. Chissà se potrà
consentire che la nostra volubile libertà, capace di bene e di male, si
dissolva nella follia della sua libertá infinita. Se così fosse, avrebbero ragione
quelli che nel loro linguaggio pensano che la misericordia di Dio possa
svuotare l‘inferno. Nel nostro linguaggio significa che anche gli impenitenti
potrebbero con un guizzo d’orgoglio riconoscere in extremis la colpa della propria
stupidità e miopia, ed essere redenti all’eterno dallo sconfinato dolore del
mondo che sulla croce si congiunge con quello estremo di Dio, con l’“inferno“
della sua Passione.
Mario
Tamponi
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