Dienstag, 4. November 2014

Operatori della diffamazione

Meschini sono i diffamatori di ogni specie. Sia quelli che la maldicenza la promuovono e pilotano, sia quelli che vi si associano e la fiancheggiano. I più scrupolosi si mettono la coscienza a posto: in fondo – pensano – non è un delitto limitarsi a ridimensionare la reputazione di chi qualcosa dovrà pure averla fatta!

E invece la diffamazione è furto e persino omicidio. Furto, perchè la buona fama è per molti il capitale più prezioso. Omicidio, perchè la cattiva fama può privare la vittima della fiducia in sè e di ogni motivazione sociale. Quanti suicidi per pubblico disonore! Chi la diffamazione l'avvia non è poi in grado di controllarla e, se si ravvede, di fermarla. Una volta partita, avanza di forza propria, si alimenta di risorse nuove, si allarga a macchia d’olio con la partecipazione di tanti per interesse o per svago. Gli autori della diffamazione sgretolano con denunce e allusioni i loro bersagli; e coinvolgono nella chiacchiera anche persone in buona fede che, credendoci, pensano di dover contribuire alla moralità pubblica isolando i presunti corrotti.

“Non giudicare per non essere giudicato”: è un principio di umiltà cristiana, ma anche di giustizia civile. Chi sente maldicenze, invece di associarsi all’oppressione, dovrebbe per principio solidarizzare con la vittima. Neppure la sentenza di tribunale giustifica la distruzione della dignità del “condannato”, anche perchè nessun giudice è infallibile, talvolta neppure imparziale. Nella società etica dovrebbe esserci posto anche per i deboli, forse meno per i violenti che si arrogano il diritto di abusarne. Ma così non è perchè la tecnica dei professionisti della diffamazione è subdola, ben più sottile degli articoli del codice penale. Mario Tamponi

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