Meschini sono i diffamatori di ogni
specie. Sia quelli che la maldicenza la promuovono e pilotano, sia
quelli che vi si associano e la fiancheggiano. I più scrupolosi si
mettono la coscienza a posto: in fondo – pensano – non è un delitto
limitarsi a ridimensionare la reputazione di chi qualcosa dovrà pure
averla fatta!
E invece la diffamazione è furto e persino omicidio.
Furto, perchè la buona fama è per molti il capitale più prezioso.
Omicidio, perchè la cattiva fama può
privare la vittima della fiducia in sè e di ogni motivazione sociale.
Quanti suicidi per pubblico disonore! Chi la diffamazione l'avvia non è
poi in grado di controllarla e, se si ravvede, di fermarla. Una volta
partita, avanza di forza propria, si alimenta di risorse nuove, si
allarga a macchia d’olio con la partecipazione di tanti per interesse o
per svago. Gli autori della diffamazione sgretolano con denunce e
allusioni i loro bersagli; e coinvolgono nella chiacchiera anche persone
in buona fede che, credendoci, pensano di dover contribuire alla
moralità pubblica isolando i presunti corrotti.
“Non giudicare per
non essere giudicato”: è un principio di umiltà cristiana, ma anche di
giustizia civile. Chi sente maldicenze, invece di associarsi
all’oppressione, dovrebbe per principio solidarizzare con la vittima.
Neppure la sentenza di tribunale giustifica la distruzione della dignità
del “condannato”, anche perchè nessun giudice è infallibile, talvolta
neppure imparziale. Nella società etica dovrebbe esserci posto anche per
i deboli, forse meno per i violenti che si arrogano il diritto di
abusarne. Ma così non è perchè la tecnica dei professionisti della
diffamazione è subdola, ben più sottile degli articoli del codice
penale. Mario Tamponi
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