Il carisma di papa Francesco non è formale, ha radici profonde come l'essenziale rispetto al marginale.
Col motto "carità nella verità" il predecessore (Benedetto), volendo
contestualizzare la carità, aveva riaffermato la centralità dottrinale e
istituzionale della chiesa rispetto al cosiddetto laicismo e
relativismo. La "verità nella carità" di papa Francesco attua
un'inversione di rotta: significa che la carità è la verità. Chi ama il
prossimo (giusto o peccatore, amico o
rivale, giovane o vecchio, sano o handicappato, colto o ignorante,
bianco o nero, in ogni angolo storico e culturale) nell'atto in cui ama
opera nella verità e realizza il suo senso.
Nella logica di
Francesco il Vangelo è universale e la chiesa, lungi dall'essere
clericale e dogmatica, è una comunità aperta con un unico fondamento:
l'amore del prossimo. L'amore del prossimo, che nell'imperativo
evangelico coincide con l'amore di Dio (l'uno è la verifica dell'altro),
è la radice di ogni autentico spirito religioso e di ogni etica non
convenzionale.
La misericordia di Dio, tema del giubileo appena
annunciato, è in piena sintonia: Dio ama l'uomo e l'uomo non può non
fidarsi di Dio come del principio e fine del proprio esistere, che è
comunitario, sociale.mt
Freitag, 20. März 2015
Montag, 2. Februar 2015
Buon giorno, caro presidente Mattarella!
Non può non far piacere che
il nuovo presidente della nostra Repubblica sia un uomo pensante che
non dice parole di troppo; un onesto che non si occupa della propria
immagine mediatica e non insulta mai nessuno; un democratico che
garantisce con la vita la lotta alla corruzione e alla mafia e tutela le
nostre istituzioni; un religioso che nello Stato opera con spirito
laico (come ogni vero cristiano dovrebbe) nel rispetto dei diritti di
tutti e di ciascuno; un uomo comune che circola con una utilitaria alla
papa Francesco e che potrebbe farci la sorpresa di ritirarsi in una
modesta "Santa Marta", così che l'immenso e sfarzoso Quirinale verrebbe a
trasformarsi in un museo singolare con l'arte che già contiene e con
capolavori sublimi ora accatastati negli scantinati di tanti altri musei
italiani.
Buon lavoro, caro Presidente!
mt
Buon lavoro, caro Presidente!
mt
Mittwoch, 14. Januar 2015
Non sono Charlie ovvero la paura dell'islamizzazione
Trovo
strano il modo di onorare la memoria delle vittime del terrorismo
islamico di Parigi con una grande speculazione editoriale: la rivista
satirica Charlie che sull'onda della giusta indignazione di massa e
della tanta retorica politica e mediale passa da 30 mila a 5 milioni di
esemplari ripubblicando caricature che, senza far ridere, urtano il
sentimento religioso di milioni di persone non terroristiche nè
aggressive. Senza questa provocazione il successo di tiratura sarebbe stato legittimo, anzi lodevole.
La libertà di stampa è certamente un pilastro della nostra democrazia perchè stimola la gente alla riflessione e al confronto. Ma se travalica i limiti del rispetto degli altri (individui e gruppi) anche la penna o la matita (per usare un simbolo dilagante) può diventare (come spesso in casi più gravi avviene) un'arma che con la denigrazione può avvilire e con la calunnia uccidere. È vero, le nostre legislazioni lo vietano, ma non è possibile portare tutto in tribunale, quando la misura dovrebbe essere il compito di una coscienza civile basata sul principio dell'inviolabilità della dignità umana. È facile banalizzare la libertà in uno slogan vuoto, quando invece andrebbe interpretata e articolata in un contesto di democrazia solidale. È libertà quella del mercato che mercifica persone, natura e animali? È libertà quella di certa stampa gestita con precisi interessi da colossi commerciali rispetto ai quali i singoli e i più deboli non possono che soccombere?
Sono convinto anch'io del fatto che il terrorismo, il fondamentalismo, il fanatismo o anche la semplice arroganza contro gli altri non possono essere religione, semmai ne sono la strumentalizzazione e la caricatura. Eppure resta la paura dell'islamizzazione dell'Occidente. È fondata, ma la colpa non è della forte identità culturale degli islamici, non tutti animati da un presunto spirito di colonizzazione del mondo. Il problema sta nella debolezza del riconoscimento della nostra identità. Per un malinteso laicismo (l'estremismo laicistico è il contrario della laicità) l'Europa istituzionale ha rinunciato a definire la propria identità anche solo con un riferimento alla sua storia millenaria: eppure è un dato di fatto che il cristianesimo e l'illuminismo insieme caratterizzano il nostro immaginario culturale ed etico, linguistico e simbolico, di credenti e non credenti. Con la nostra debolezza e ambiguità non potremo reggere al confronto inevitabile con la cultura del mondo islamico, che oggi ci illudiamo di evitare limitandoci a snobbarla in blocco come medievale.
Ancora. La strage di Parigi è tragica nelle motivazioni e nella crudeltà, ma proprio perchè il mondo è globale dovremmo dedicare almeno altrettanta attenzione e preoccupazione alle tante aggressioni terroristiche di ben altre dimensioni e sistematicità in altre parti del nostro mondo che crediamo lontane. Anche qui sta la nostra miopia politica e mentale. Mario Tamponi
La libertà di stampa è certamente un pilastro della nostra democrazia perchè stimola la gente alla riflessione e al confronto. Ma se travalica i limiti del rispetto degli altri (individui e gruppi) anche la penna o la matita (per usare un simbolo dilagante) può diventare (come spesso in casi più gravi avviene) un'arma che con la denigrazione può avvilire e con la calunnia uccidere. È vero, le nostre legislazioni lo vietano, ma non è possibile portare tutto in tribunale, quando la misura dovrebbe essere il compito di una coscienza civile basata sul principio dell'inviolabilità della dignità umana. È facile banalizzare la libertà in uno slogan vuoto, quando invece andrebbe interpretata e articolata in un contesto di democrazia solidale. È libertà quella del mercato che mercifica persone, natura e animali? È libertà quella di certa stampa gestita con precisi interessi da colossi commerciali rispetto ai quali i singoli e i più deboli non possono che soccombere?
Sono convinto anch'io del fatto che il terrorismo, il fondamentalismo, il fanatismo o anche la semplice arroganza contro gli altri non possono essere religione, semmai ne sono la strumentalizzazione e la caricatura. Eppure resta la paura dell'islamizzazione dell'Occidente. È fondata, ma la colpa non è della forte identità culturale degli islamici, non tutti animati da un presunto spirito di colonizzazione del mondo. Il problema sta nella debolezza del riconoscimento della nostra identità. Per un malinteso laicismo (l'estremismo laicistico è il contrario della laicità) l'Europa istituzionale ha rinunciato a definire la propria identità anche solo con un riferimento alla sua storia millenaria: eppure è un dato di fatto che il cristianesimo e l'illuminismo insieme caratterizzano il nostro immaginario culturale ed etico, linguistico e simbolico, di credenti e non credenti. Con la nostra debolezza e ambiguità non potremo reggere al confronto inevitabile con la cultura del mondo islamico, che oggi ci illudiamo di evitare limitandoci a snobbarla in blocco come medievale.
Ancora. La strage di Parigi è tragica nelle motivazioni e nella crudeltà, ma proprio perchè il mondo è globale dovremmo dedicare almeno altrettanta attenzione e preoccupazione alle tante aggressioni terroristiche di ben altre dimensioni e sistematicità in altre parti del nostro mondo che crediamo lontane. Anche qui sta la nostra miopia politica e mentale. Mario Tamponi
Samstag, 6. Dezember 2014
Televisione del consumo
Nella televisione italiana anche pubblica ormai è un vizio ordinario
che il conduttore interrompa il suo spettacolo culturale o
d’intrattenimento e nello stesso ambiente o in uno contiguo si trasformi
nel protagonista di una scenetta-spot per garantire col suo prestigio e
parola d’onore che quell’acqua minerale è la più povera di sodio, quel
dentifricio il più candeggiante, quel caffè il più beatificante. A fine
prestazione, per lo più legnosa e comunque spudorata, la platea
applaude; i telespettatori non sanno che in studio un operatore addetto,
importante quanto lo scenografo o il regista, sollecita e dosa come un
burattinaio l’espressione del consenso dei presenti.
Se n’è fatta di strada da quando, decine d’anni fa, Fellini, Visconti ed altri mostri sacri del cinema protestavano per impedire nel piccolo schermo l’interruzione pubblicitaria di film e produzioni artistiche! Non furono ascoltati dai politici di destra e di sinistra. E oggi, nello spirito del mercato totale, anche nella televisione di stato sfilze logorroiche di spot interrompono in ogni momento del giorno e della notte qualsiasi programma; alcuni vengono espressamente sponsorizzati ed etichettati come se non fosse possibile vederli senza l’intervento di magnanimi produttori di gustosi mangimi per cani e gatti o di miracolose pasticche contro la diarrea.
Tra i telespettatori di una volta c’era un fastidio diffuso, poi è subentrata l’assuefazione come a ogni cosa che sembri fatale. Padroni e politici sono riusciti a far capir loro che l’industria e la finanza sono mecenati indispensabili e che maggiori sono gli introiti pubblicitari, più facile diventa realizzare la proclamata “televisione di qualità" e di "servizio”. Accettato il principio, non è più un problema far lievitare la quantità, e così nelle interminabili interruzioni la RAI può permettersi di inserirvi anche autopropaganda e di ripeterla fino allo stordimento. Si tratta di annunci di propri programmi talvolta con mesi di anticipo, ma anche di slogan da angelo custode come: La RAI ti stimola, la RAI ti illumina, la RAI ti accompagna, la RAI ti protegge.
Negli ultimi tempi per accrescere gli introiti la presenza della pubblicità è diventata sempre più intrigante e sibillina. Gli spot si inseriscono in notiziari d’assalto o nelle fasi cruciali di partite di calcio o di gare di formula uno: interruzioni brevi ma ben più proficue per i prodotti da vendere. Nelle suspence dell’anima il messaggio mercantile ti sorprende, ti scuote, ti penetra e quanto ti coglie il sospetto d’essere stato aggirato non te lo scrolli più di dosso. Talvolta non c’è neppure interruzione: mentre sei concentrato su un’azione di Totti o su un sorpasso di Vettel scorre un messaggio a tradimento che, anche volendo, non avresti il tempo di leggere, tantomeno di decifrare; eppure affonda nell’inconscio per condizionarti riflessi e abitudini. Per sdradicarlo, per chi ne sentisse il bisogno, non basterebbero neppure trattamenti mirati sul lettino di Freud.
Ormai tutti i conduttori annunciano con compiacimento le interruzioni pubblicitarie come conferma e misura del proprio successo. E a fine anno i dirigenti della tv pubblica si gonfiano d’orgoglio quando possono sbandierare attivi di bilancio; chiamano la RAI azienda alla stregua di un salumificio o di una fabbrica di bottoni. Col profitto possono ampliarne l’apparato, rendere più sfavillanti di scenografie e nudi sinuosi gli spettacoli d’intrattenimento, distribuire soldi in quiz banali e lotterie anche in tempi di crisi, strapagare operatori diventati personaggi… e inviati di guerra, che per salti di carriera confondono il ruolo di reporter con quello di soldati da trincea e vanno in giuggiola quando hanno l’opportunità di farsi riprendere tra esplosioni e corpi maciullati.
Per avere più pubblicità e meglio remunerata l'azienda tende ovviamente a far salire gli indici di ascolto, che non sempre o quasi mai concidono con qualità culturale, informativa e formativa. Per calamitare il pubblico bisogna spettacolarizzare ogni cosa, telegiornali compresi, con lo scombussolamento gerarchico di eventi e valori. Così la televisione non è più lo specchio della realtà; trasmette nell’utente bisogni artificiali, rende frenetico il ritmo di ogni racconto, lo frammenta, assottiglia ogni tempo residuo di riflessione per la totale colonizzazione psicologica e mentale. Persino talk show con l’apparenza di approfondimento e dialogo sono dominati da quel tempo veloce che reprime l’intelligenza; le striminzite opinioni di ciascuno sono asserzioni senza corpo e contesto, col risultato di convergenze o battibecchi verbali senza capo né coda; benvenute anche le zuffe primitive come pepe da rappresentazione teatrale.
Per l'indice di ascolto si dà ampio spazio alla cronaca rosa e nera, e si usano delitti e tragedie private (Cogne, Garlasco, Yara, Loris...) per costruirvi dei gialli a puntate che si trascinano per mesi e anni in salotti televisivi mattutini e pomeridiani, in telegionali e talk show serali con esperti di chiacchiera per il coinvolgimento dei numerosi teledipendenti come di altrettanti Sherlock Holmes con una finta compassione per le vittime di turno. Il risultato di tanta indecenza è un immenso profitto per l'azienda, ma anche per una certa politica interessata a sviare l'attenzione della gente da problemi e drammi che bruciano (corruzione e mafie, crisi economica e conflitti sociali, calamità socio-naturali...).
Questa televisione del consumo esalta l’apparire sull’essere, spesso la loro presunta coincidenza: apparire per essere. Politici se ne servono abbondantemente come di un palcoscenico per ruoli in maschera a base di pettegolezzo. Se ne servono gli stessi dirigenti di rete e di potere facendosi invitare come ospiti d’onore da un canale all’altro, da una trasmissione all’altra, con l’aria di esserne i proprietari, magari per pubblicizzare gratis un proprio prodotto commerciale (un libro). Con la notorietà del “purchè se ne parli” consolidano la loro inamovibilità. La televisione recicla le figure che crea in circuito chiuso. L’uso nevrotico del telecomando da parte di tanti telespettatori è una sorta di S.O.S. disperato. Quanti dall'altra parte della televisione dovrebbero recepirlo non si preoccupano minimamente della propria sordità. Per loro l’unica cosa che conta è che nessuno spenga quella scatola stregata: perchè non scenda l'indice di ascolto, non importa che cosa si sia condannati a vedere e digerire.
I dirigenti della RAI credono di amministrare una delle migliori televisioni del mondo. Amici tedeschi, a cui l'ho consigliata come strumento di approfondimento linguistico, dopo poche settimane di frequentazione mi hanno confidato il loro sconcerto e disaffezione: troppo show, troppe canzonette, troppa cronaca, troppo salotto, troppo pettegolezzo, troppa pubblicità... troppa fuga nell'irreale. Mario Tamponi
Se n’è fatta di strada da quando, decine d’anni fa, Fellini, Visconti ed altri mostri sacri del cinema protestavano per impedire nel piccolo schermo l’interruzione pubblicitaria di film e produzioni artistiche! Non furono ascoltati dai politici di destra e di sinistra. E oggi, nello spirito del mercato totale, anche nella televisione di stato sfilze logorroiche di spot interrompono in ogni momento del giorno e della notte qualsiasi programma; alcuni vengono espressamente sponsorizzati ed etichettati come se non fosse possibile vederli senza l’intervento di magnanimi produttori di gustosi mangimi per cani e gatti o di miracolose pasticche contro la diarrea.
Tra i telespettatori di una volta c’era un fastidio diffuso, poi è subentrata l’assuefazione come a ogni cosa che sembri fatale. Padroni e politici sono riusciti a far capir loro che l’industria e la finanza sono mecenati indispensabili e che maggiori sono gli introiti pubblicitari, più facile diventa realizzare la proclamata “televisione di qualità" e di "servizio”. Accettato il principio, non è più un problema far lievitare la quantità, e così nelle interminabili interruzioni la RAI può permettersi di inserirvi anche autopropaganda e di ripeterla fino allo stordimento. Si tratta di annunci di propri programmi talvolta con mesi di anticipo, ma anche di slogan da angelo custode come: La RAI ti stimola, la RAI ti illumina, la RAI ti accompagna, la RAI ti protegge.
Negli ultimi tempi per accrescere gli introiti la presenza della pubblicità è diventata sempre più intrigante e sibillina. Gli spot si inseriscono in notiziari d’assalto o nelle fasi cruciali di partite di calcio o di gare di formula uno: interruzioni brevi ma ben più proficue per i prodotti da vendere. Nelle suspence dell’anima il messaggio mercantile ti sorprende, ti scuote, ti penetra e quanto ti coglie il sospetto d’essere stato aggirato non te lo scrolli più di dosso. Talvolta non c’è neppure interruzione: mentre sei concentrato su un’azione di Totti o su un sorpasso di Vettel scorre un messaggio a tradimento che, anche volendo, non avresti il tempo di leggere, tantomeno di decifrare; eppure affonda nell’inconscio per condizionarti riflessi e abitudini. Per sdradicarlo, per chi ne sentisse il bisogno, non basterebbero neppure trattamenti mirati sul lettino di Freud.
Ormai tutti i conduttori annunciano con compiacimento le interruzioni pubblicitarie come conferma e misura del proprio successo. E a fine anno i dirigenti della tv pubblica si gonfiano d’orgoglio quando possono sbandierare attivi di bilancio; chiamano la RAI azienda alla stregua di un salumificio o di una fabbrica di bottoni. Col profitto possono ampliarne l’apparato, rendere più sfavillanti di scenografie e nudi sinuosi gli spettacoli d’intrattenimento, distribuire soldi in quiz banali e lotterie anche in tempi di crisi, strapagare operatori diventati personaggi… e inviati di guerra, che per salti di carriera confondono il ruolo di reporter con quello di soldati da trincea e vanno in giuggiola quando hanno l’opportunità di farsi riprendere tra esplosioni e corpi maciullati.
Per avere più pubblicità e meglio remunerata l'azienda tende ovviamente a far salire gli indici di ascolto, che non sempre o quasi mai concidono con qualità culturale, informativa e formativa. Per calamitare il pubblico bisogna spettacolarizzare ogni cosa, telegiornali compresi, con lo scombussolamento gerarchico di eventi e valori. Così la televisione non è più lo specchio della realtà; trasmette nell’utente bisogni artificiali, rende frenetico il ritmo di ogni racconto, lo frammenta, assottiglia ogni tempo residuo di riflessione per la totale colonizzazione psicologica e mentale. Persino talk show con l’apparenza di approfondimento e dialogo sono dominati da quel tempo veloce che reprime l’intelligenza; le striminzite opinioni di ciascuno sono asserzioni senza corpo e contesto, col risultato di convergenze o battibecchi verbali senza capo né coda; benvenute anche le zuffe primitive come pepe da rappresentazione teatrale.
Per l'indice di ascolto si dà ampio spazio alla cronaca rosa e nera, e si usano delitti e tragedie private (Cogne, Garlasco, Yara, Loris...) per costruirvi dei gialli a puntate che si trascinano per mesi e anni in salotti televisivi mattutini e pomeridiani, in telegionali e talk show serali con esperti di chiacchiera per il coinvolgimento dei numerosi teledipendenti come di altrettanti Sherlock Holmes con una finta compassione per le vittime di turno. Il risultato di tanta indecenza è un immenso profitto per l'azienda, ma anche per una certa politica interessata a sviare l'attenzione della gente da problemi e drammi che bruciano (corruzione e mafie, crisi economica e conflitti sociali, calamità socio-naturali...).
Questa televisione del consumo esalta l’apparire sull’essere, spesso la loro presunta coincidenza: apparire per essere. Politici se ne servono abbondantemente come di un palcoscenico per ruoli in maschera a base di pettegolezzo. Se ne servono gli stessi dirigenti di rete e di potere facendosi invitare come ospiti d’onore da un canale all’altro, da una trasmissione all’altra, con l’aria di esserne i proprietari, magari per pubblicizzare gratis un proprio prodotto commerciale (un libro). Con la notorietà del “purchè se ne parli” consolidano la loro inamovibilità. La televisione recicla le figure che crea in circuito chiuso. L’uso nevrotico del telecomando da parte di tanti telespettatori è una sorta di S.O.S. disperato. Quanti dall'altra parte della televisione dovrebbero recepirlo non si preoccupano minimamente della propria sordità. Per loro l’unica cosa che conta è che nessuno spenga quella scatola stregata: perchè non scenda l'indice di ascolto, non importa che cosa si sia condannati a vedere e digerire.
I dirigenti della RAI credono di amministrare una delle migliori televisioni del mondo. Amici tedeschi, a cui l'ho consigliata come strumento di approfondimento linguistico, dopo poche settimane di frequentazione mi hanno confidato il loro sconcerto e disaffezione: troppo show, troppe canzonette, troppa cronaca, troppo salotto, troppo pettegolezzo, troppa pubblicità... troppa fuga nell'irreale. Mario Tamponi
Mittwoch, 26. November 2014
Che televisione, la nostra!
Ieri ho guardato la televisione italiana
più del solito. In tarda mattinata ho seguito il Papa al Parlamento
Europeo e al Consiglio d'Europa a Strasburgo: un intervento di alto
profilo internazionale e su temi di drammatica attualità, ma che la
nostra televisione ha soffocato infilandolo nel dibattito ripetitivo
sull'alternativa Renzi-Salvini. Un inguaribile provincialismo salottiero
che mi induce spesso, come ieri ho fatto, a rifugiarmi nei servizi tedeschi della Ard e Zdf.
Nel pomeriggio mi ha sconcertato l'astuta messinscena di Bruno Vespa (la conferenza stampa con la partecipazione di Berlusconi e le ampie riprese televisive anche per i telegiornali serali) per lanciare il suo nuovo libro come se fosse la nostra lettura dell'anno.
La sera mi ha colpito in Ballarò la faziosità con cui il conduttore e quasi tutti gli ospiti invitati sono riusciti a scaricare la responsabilità del calo di partecipazione alle ultime regionali su Renzi e il suo governo (che di per sè le hanno vinte), invece di ricondurla al disarmante spettacolo generale al parlamento e nei partiti e allo scontro sociale in corso. L'attuale contesto di crisi e di urgenza di riforme dovrebbe portarci al buon senso del dialogo e della collaborazione piuttosto che ad antagonismi partitici di altri tempi.
Nel pomeriggio mi ha sconcertato l'astuta messinscena di Bruno Vespa (la conferenza stampa con la partecipazione di Berlusconi e le ampie riprese televisive anche per i telegiornali serali) per lanciare il suo nuovo libro come se fosse la nostra lettura dell'anno.
La sera mi ha colpito in Ballarò la faziosità con cui il conduttore e quasi tutti gli ospiti invitati sono riusciti a scaricare la responsabilità del calo di partecipazione alle ultime regionali su Renzi e il suo governo (che di per sè le hanno vinte), invece di ricondurla al disarmante spettacolo generale al parlamento e nei partiti e allo scontro sociale in corso. L'attuale contesto di crisi e di urgenza di riforme dovrebbe portarci al buon senso del dialogo e della collaborazione piuttosto che ad antagonismi partitici di altri tempi.
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