Mittwoch, 18. November 2020
Dienstag, 17. November 2020
Dienstag, 28. Juli 2020
Evviva la moda mobile!
Evviva
la moda mobile!
È alta la febbre della moda. Abito e accessori si
sintonizzano per affinità o contrasto persino con le mutevoli condizioni
metereologiche, e il tempo è lunatico. Altro se c’è sole o nebbia, pioggia o
neve, brezza o vento. Mutano i colori, la luce e il paesaggio, bisogna quindi adeguarvi
in tempo reale l’intero abbigliamento.
Bisognerebbe
farlo anche quando ci si mette in viaggio, supponiamo da Kiel verso Rimini
passando dal celeste fumo del mare del nord al verde umido delle colline renane,
al castano terreo delle foreste bavaresi, al violaceo cianotico delle prealpi,
al marrone frastagliato delle Alpi austriache, al fosforescente prima e dopo il
Brennero, al rosa lampone delle vallate altoatesine, allo smeraldo della
Padania fino all’azzurro in fibrillazione dell’Adriatico. L’uomo o la donna elegante
dovrà portarsi appresso camicie, magliette, pantaloni, gonne, giacche e cravatte
idonee per ciascuna delle situazioni che si susseguono con tonalità prevedibili
e cautelativamente anche per quelle solo probabili.
Lui o lei non
può pensare solo a come cambiarsi appena arrivato a destinazione limitandosi lungo
tutto il viaggio a qualcosa di generico, dato che in macchina nessuno potrà
osservarli, solo in qualche area di servizio, di notte in un motel d’autostrada.
E no! L’uomo o la donna di stile non si limita ad apparire, a far scena, si
veste innanzitutto per sé, per gustarsi nell’intimo la simbiosi dello spirito con
l’ambiente. Perché – come si dice – “lo stile è l’uomo”. Ed è così che al
servizio della persona mobile nasce il guardaroba mobile, ovvero l’armadio della
moda appresso.
Una volta
le valigie venivano chiuse al luogo di partenza e riaperte in quello di arrivo;
oggi invece, viaggiando, il guardaroba dovrebbe restare a portata di mano in
ogni momento per tutti gli usi e capricci. Per gli spostamenti in aereo o in
treno, ma anche in autobus e in metropolitana, accanto o dietro al proprio
sedile dovrebbe esserci un vano apposito dove piazzarlo. Per la macchina c’è
l’inseparabile rimorchio-furgoncino. Non è più all’altezza dei tempi neppure andare
in giro o a passeggio senza l’armadio scorrevole che tiri o spingi come un cagnolino
appiccicoso o un amico fedele. Si aggiornano persino le pompe funebri che nella
bara, accanto al defunto in abito scuro e scarpe lucide, posano un vestito di
ricambio stirato per quando il corpo comincerà a cambiare colore e consistenza;
non che il morto potrà cambiarsi da solo, ma se si ragionasse così non ci
sarebbe neppure bisogno di vestirlo a festa per il giorno del funerale.
E allora,
cari stilisti, non stancatevi di lavorare per le soluzioni di domani, che
ovviamente non saranno quelle di ieri o di oggi! Guardatevi dal lasciarvi
spiazzare dall’ora che arriva senza preavviso! Non fatevi scoraggiare dai
critici che, magari all’insegna del risparmio, insinuano che la moda qualche
volta potrebbe anche fermarsi per rimettere in vita pezzi di ieri passati
inosservati o dimenticati. Quei critici sono come certi cultori del naturismo secondo
cui anche gli esseri umani sotto sotto sono tutti uguali… e diffondono l’idea sbrigativa che con un pò di
indulgenza o meno fantasia molte cose si equivalgono. Ebbene, non ascoltateli
perchè sono nemici della civiltà elegante, insensibili al voluttuoso richiamo
del nudo velato, della frivola leggerezza che anima il bello diffuso.
Queste considerazioni non hanno una morale. A scanso di
equivoci l’autore dichiara di credere che l’abito non faccia il monaco, che
l’uomo cioè non sia quello che indossa. Eppure… evviva la creatività che è il
contrario dell’esibizionismo da spreco, del consumismo di chi ama le cose più
di se stesso! Il creativo non ama le cose e il loro posessso, ma la mutevolezza
delle loro forme e della propria. E chi creativo cerca di esserlo fuori,
potrebbe diventarlo di più anche dentro.
Mario Tamponi (19.7.2020)
Donnerstag, 23. Juli 2020
Ma la Bibbia è Parola di Dio?
Ma la Bibbia è
Parola di Dio?
Kant:
Il Vangelo è la fonte da cui scaturisce la nostra
civiltà.
Croce:
Non possiamo non dirci „cristiani“.
Brecht:
La Bibbia è il mio libro preferito!
Verso la propria „terra
promessa“
Per
moltitudini di ogni tempo la Bibbia è Parola di Dio… ma in che senso? La Bibbia
non è teologia per Dio, perchè Dio non ne ha bisogno. Non è neppure teologia
per l’uomo, perchè Dio non è autore di trattati accademici, che all’uomo non
servono. “La Bibbia non è un
sistema di verità”, precisa Hans Urs von Balthasar, “ma è il racconto dell'incontro
di Dio con l’uomo, dell’uomo con Dio.”
Più
verosimilmente la Bibbia – pur scritta da molte penne, in varie epoche e circostanze
e in diversi generi letterari – è il racconto dell’uomo in cammino verso
la propria verità e libertà, cioè verso la „terra promessa“, attraverso le
proprie miserie e aberrazioni, ma sotto lo sguardo paziente di Dio che lo
ammonisce, lo perdona e lo incoraggia. È il percorso in cui ogni uomo di ogni
tempo può e dovrebbe riconoscersi. “Chi legge la Bibbia alla ricerca di errori”, avverte
Charles Spurgeon, “vi trova presto soltanto i propri”, ma utili per imparare a
correggere la rotta. La Bibbia – commenta Giorgio La Pira, storico sindaco
di Firenze – „è la carta di navigazione di ogni uomo (e dei popoli) dove si
intravede da dove vieni, dove sei e dove vai.“.
“La leggo ogni giorno”, racconta Jean Alisson, fuoriclasse del calcio; „per me è come un manuale che mi aiuta sempre: quando le cose vanno bene per non andare fuori strada, quando vanno meno bene per non perdere la fiducia.” E il mitico pianista Duke Ellington: „Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola e la Bibbia; ma alla fine è la Bibbia quella che conta di più. E' l'unico libro che dovremmo avere sempre con noi.“
“La leggo ogni giorno”, racconta Jean Alisson, fuoriclasse del calcio; „per me è come un manuale che mi aiuta sempre: quando le cose vanno bene per non andare fuori strada, quando vanno meno bene per non perdere la fiducia.” E il mitico pianista Duke Ellington: „Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola e la Bibbia; ma alla fine è la Bibbia quella che conta di più. E' l'unico libro che dovremmo avere sempre con noi.“
Dio
è assoluta trascendenza, e così la nostra „terra promessa“, che è la sua „casa“,
si rivela all’uomo in modo parziale e graduale. La lingua biblica quindi non è
speculare, cioè visiva o concettuale, ma metaforica: si articola in simboli e allegorie.
Le metafore bibliche sono immagini dal nostro quotidiano, ma con la proprietà
di introdurci in significati sempre più profondi di ciò che è invisibile e ineffabile.
Sono anche lingua universale, accessibile cioè in luoghi e tempi diversi della storia
umana, un pò come la poesia e la musica.
Le
metafore bibliche sono quindi tutt’altro che rappresentazioni ingenue rispetto,
ad esempio, alla conoscenza scientifica, che si muove nella sfera spazio-temporale
con una funzione diversa, ma complementare. „La Bibbia è la
Parola di Dio, la natura ne è la scrittura“ precisa Galileo Galilei,
sicuramente più credente dei suoi dogmatici accusatori. „La scienza descrive,
la Bibbia spiega“, aggiunge Pierre Castans, chimico. Per Galileo la matematica è
logica numerica (con segni e convenzioni) della materia tangibile; le metafore
bibliche sono invece le parole del mistero dell’esistere che ci avvolge e coinvolge
veicolandoci significato. Per Didier Decoin „la Bibbia è una fantastica lettera
d’amore per farci capire che Dio ci ama e che cosa noi possiamo fare della
nostra vita.“
Anche
Platone, sommo filosofo e poeta della classicità, si serve di metafore (che lui
chiama miti) per spiegare ai discepoli e a se stesso le proprie intuizioni sull’Assoluto
e sull’uomo, sul senso del sapere e della vita. La grande letteratura e arte
dell’umanità è piena di metafore. Ma la profondità del simbolismo biblico, che
culmina nelle parabole evangeliche, va ben oltre ogni espressione filosofica e
letteraria. E ispira a sua volta innumerevoli e impareggiabili capolavori artistici
e musicali per propagarne in ogni tempo la magica bellezza.
La
Divina Commedia ad esempio, ispirata dalla Bibbia, si arricchisce di ulteriori
figure allegoriche. Così l’arte di Michelangelo che, volendo rappresentare
eventi del Vecchio e Nuovo Testamento, ne inventa liberamente la raffigurazione
con la propria fantasia teologica. La visione dell’universo e dell’infinito di
Giordano Bruno intende esaltare la trascendenza di Dio con immagini e proiezioni
stupende, che non dovrebbero mai consentire l’intrusione di un tribunale per
sentenze di ortodossia o eresia, tantomeno per la condanna a morte di un
mistico sognatore.
La
sacralità musicale di Bach, Mozart, Beethoven e dei tanti da loro ispirati
oltrepassa i confini di Messe, Requiem e Alleluia per diffondersi e contagiare
anche il profano. In rappresentanza di Giotto, Leonardo, Caravaggio, Dalì e di altri
centomila dell‘ambito figurativo Chagall confessa: „Da sempre la Bibbia mi riempie di visioni sul destino del mondo. Nei tempi
del dubbio la sua grandezza e la sua sublime saggezza poetica mi danno
conforto. Per me è come una una seconda natura. È la più grande fonte di poesia
di tutti i tempi. È una risonanza della natura e dei suoi segreti.”
L‘ingresso
dell’amore nella storia
Il
percorso biblico culmina nel Nuovo Testamento col Vangelo, dove la „terra
promessa“ non è più quella ambita da possedere e governare, ma si focalizza nel
regno universale dell’amore: proclamato, vissuto e mediato dal Dio incarnato,
crocifisso e risorto. Questo prodigio, intravisto nel Vecchio Testamento come
profezia nebulosa, si attua nel Cristo, che è quindi il filo conduttore anche retrospettivo
dell‘intera Bibbia, il principio della sua credibilità.
Henri-Marie de
Lubac si esprime così: “Il contenuto molteplice delle Scritture sparse lungo i
secoli dell'attesa viene interamente a raccogliersi per compiersi, illuminarsi
e trascendersi nel Cristo.”
E
Jean Daniélou:
„L'abisso tra Antico e Nuovo
Testamento è quello che esiste tra l'annuncio di un qualcosa e la sua realtà.”
Nel
Vangelo l’essere-biblico si concretizza in un solo comandamento: „Ama Dio come il
tuo Signore e il prossimo tuo come te stesso“. Sono le due facce dell‘unico imperativo
che potrebbe tradursi così: „Ama Dio nel tuo fratello“: dove la dimensione
verticale dello spirito si congiunge con quella orizzontale. Lo ribadisce per
contrasto un altro passo del Nuovo Testamento: „Chi dice di amare Dio e odia
suo fratello è bugiardo“ (1.Gv 4,20). Ciò significa che non ha senso il dualismo
di fede e amore, ma che la fede è contenuta nell’amore. Il messaggio biblico non
è quindi una ingegnosa idea letteraria o una geniale costruzione filosofica. Nel
mondo umano prima e fuori della Bibbia l’amore può essere inteso al massimo
come empatia naturale o come improbabile regola di convenienza. La Bibbia nel
Cristo lo intende invece come relazione fondamentale dell‘uomo con ogni altro
nella comunità umana, come la sua stessa identità ontologica. Questo ingresso
dell’amore nella nostra storia significa la nostra rigenerazione e il nostro futuro.
In
questo senso la Bibbia è Parola di Dio. Ed è in questo senso che, come Abraham
Lincoln sottolinea, „la Bibbia è il più grande dono che Dio abbia fatto all'umanità.”
È
un fatto che non esiste altro libro o manifesto che neppure lontanemente presuma
di poter affermare e fare altrettanto. Dell’amore umano nessuno ha saputo esprimerne
con analoga precisione e plasticità l’origine e la funzione. Il Vangelo invece lo
spiega e lo rende possibile nella nostra vita come incontro di terra e cielo,
di presente e futuro, come armonia dei tanti livelli e risvolti del nostro
esistere, dalla coscienza fino all’oscura profondità della psiche. In una
formula elementare e personale il Vangelo condensa e supera tutto il precedente
e parallelo complesso di leggi e precetti morali senz‘anima. „Ciò di cui mi meraviglio sempre“, osserva il medico e filosofo Albert
Schweitzer, „è che nel mondo ci siano più di trenta milioni di leggi per
cercare di attuare i dieci comandamenti“, anzi l’unico comandamento dell’amore.
E Mahatma Gandhi: “Rispetto
al Vecchio Testamento il Nuovo mi fa tutt'altra impressione; il Discorso della Montagna mi va dritto al cuore.”
Nell’intreccio
egocentrico e selettivo della società si potrebbe pensare che l’amore evangelico,
tradito troppo spesso dagli stessi „eletti“, sia pura utopia. Forse, ma qui utopia
non significa fantasia, fuga dalla realtà. Significa piuttosto trascendenza,
nel senso che l’amore, quello disinteressato perchè ontologico, non può essere prodotto
umano, ma opera di Dio tra gli uomini se l’uomo lo consente. Non si tratta di
un presunto annuncio statistico di una vistosa, esteriore conversione del mondo,
ma dell’unica condizione per ridare senso alla nostra creatività e al nostro
dolore, per ricreare nell’intimo del nostro esistere natura e storia. Capirlo
non è facile. Dio ha provato a rendercelo comprensibile „inventando“ un
racconto scenico, quello biblico, che si svolge per tappe e non a parole. Perchè
neppure una evidenza verbale e concettuale può rovesciare la vita. Può farlo
soltanto la vita stessa convertendo la propria conflittualità in fraternità
universale col concorso del Dio creatore.
La
Bibbia non è un libro di lettura, ma di vita. La Parola di Dio è energia
invisibile che trasmettendosi all’uomo lo cambia. Secondo la politica Ingrid
Betancourt „la Parola di Dio ci coinvolge quando la sentiamo per quello che è: nostra,
vera, reale. Così ha trasformato profondamente la mia vita: oggi il mio tempo non è quello di
prima.” E Andrè Gide commenta: „La Parola del Cristo non si
esaurisce, ma resta da scoprire perché è sempre nuova… ed è una promessa
infinita.“
La Bibbia letta dai filosofi
La Parola di Dio è riconosciuta come faro di saggezza e
fiaccola di libertà anche da innumerevoli luminari e colonne del pensiero umano.
„Se voglio allietare, alimentare e rafforzare il mio
cuore“, scrive l’illuminista Immanuel Kant, „allora non mi addentro nelle
tortuose questioni della filosofia, ma prendo il Nuovo Testamento. Vi trovo
dentro una chiarezza infinitamente più grande e una verità ben più profonda di
quella di tutti i trattati di tutti i filosofi messi insieme.“
E Johann Fichte: „La Bibbia contiene la saggezza più
penetrante e sublime, e presenta punti di arrivo a cui tutti i filosofi alla
fin fine dovranno tornare.“
„Il sigillo
della verità che si trova nel Vangelo“, riconosce Jean-Jacques Rousseau, „è così
sorprendente e inimitabile che il suo inventore dovrebbe essere più grande del
suo eroe.“
Per Wilhelm
Friedrich Hegel “in nessun luogo si trovano espressioni rivoluzionarie
come nel Vangelo.“
Mahatma Gandhi esorta i cristiani a vedere nel Vangelo
„non solo un pezzo di buona letteratura, ma un documento con sufficiente
dinamite per ribaltare la storia e portare pace a questo mondo dilaniato dalle
guerre.“ E aggiunge: “Mi è accaduto molte volte di non sapere che partito
prendere; allora mi sono rivolto al Vangelo e vi ho attinto la forza necessaria.“
Dichiara Dietrich Bonhoeffer prima di essere
assassinato dai nazisti nel campo di Flossenbürg: „Credo che solo la Bibbia sia
la risposta a tutte le nostre domande e che noi con la dovuta umiltà dovremmo
solo porle domande per riceverne le risposte.“
„Personalmente torno sempre al Vangelo“, conferma
Henri-Louis Bergson, filosofo e scrittore; „lo considero la mia vera patria
spirituale“.
Singolare la
confessione del nostro Pier Paolo Pasolini: „Come spesso mi accade di fare,
apro a caso la Bibbia e leggo il primo versetto che mi capita sotto gli occhi
per consultare quello che potrei chiamare lo spirito del mio destino,
l‘imparziale e spietato parere di Dio.
Naturalmente non sbaglia mai. Qualsiasi versetto io
legga calza sempre alla perfezione al mio caso con una precisione che mi
agghiaccia.“
Una delle riflessioni di Jorge Luis Borges: „Alla letteratura potrebbero bastare tre grandi storie: l’Iliade, l’Odissea e i Vangeli. Gli uomini hanno continuato a raccontarle e adattarle, ma queste storie sono sempre là, inesauribili. Ci si potrebbe immaginare che qualcuno le riscriva fra mille o diecimila anni. Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: La storia del Cristo, credo, non la si può raccontare meglio di come lo è in queste poche pagine.“
Una delle riflessioni di Jorge Luis Borges: „Alla letteratura potrebbero bastare tre grandi storie: l’Iliade, l’Odissea e i Vangeli. Gli uomini hanno continuato a raccontarle e adattarle, ma queste storie sono sempre là, inesauribili. Ci si potrebbe immaginare che qualcuno le riscriva fra mille o diecimila anni. Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: La storia del Cristo, credo, non la si può raccontare meglio di come lo è in queste poche pagine.“
La nostra comune identità
Nel solo Antico Testamento il popolo ebraico ritrova la
sua piena, solida identità, che lo compatta spiritualmente e creativamente pur nella
sua dispersione da diaspora. L’intera Sacra Scrittura col Nuovo Testamento
ispira la nostra millenaria cultura occidentale col suo variegato universo
linguistico già dalle origini (come in Italia con Dante o in Germania con
Lutero), con le sue innumerevoli opere artistiche e musicali, con i contrapposti
sistemi di pensiero, con le molteplici strutture politiche e produttive nel
fascino pesaggistico e urbanistico di piazze e chiese, di castelli e abbazie –
attraverso l’epoca feudale, rinascimentale, romantica e illuministica, le ricorrenti
rivoluzioni culturali e sociali. Nei periodi di cooperazione e di conflitto
armato. Nelle esplosive riforme innovatrici e nei regimi di assolutismo,
oscurantismo e intolleranza… ma dove la componente di male viene sempre dall’uomo,
come nel racconto veterotestamentario del „popolo eletto“. Dal Dio biblico-evangelico
viene solo il richiamo all’amore, al rispetto della pari dignità di ogni
persona, al principio della „inviolabilità della dignità umana“, inserito anche
nella carta delle Nazioni Unite e nelle costituzioni di molti paesi. L’amore
per l’uomo dovrebbe essere l’unico metro per discernere e misurare le componenti
di evoluzione e involuzione morale che nella storia umana si intrecciano e spesso
si confondono. (Mt 13, 24-30)
„Il Vangelo è
la fonte da cui scaturisce la nostra civiltà“, sentenzia il sommo filosofo
della modernità, Immanuel Kant, di rigorosa fede protestante.
Con lui concordano giganti
anche della letturatura mondiale, come Fjodor Dostoevskij, di profonda fede
cristiana: “La Bibbia“, egli scrive, “appartiene a tutti, ai credenti e agli
atei in uguale misura: è il libro
dell'umanità!” Con ciò intende – e molti altri con lui – che la Bibbia è l’unico grande orizzonte della nostra cultura spirituale, per
cui anche i non-credenti vi navigano dentro. È come il grembo comune prima
ancora che si differenzi nelle parole, nelle immagini e nelle idee che genera e
ispira.
In un trattato del 1942 il nostro Benedetto Croce, filosofo
laico, scrive che „tutti noi, credenti e non credenti, non possiamo non dirci
cristiani“. E lo motiva cosi: „Il Cristianesimo
ha compiuto nel centro della nostra anima e della nostra coscienza morale una rivoluzione
di una inedita e indelebile qualità spirituale.“ E giunge a
sostenere che questo nobile fondamento identitario della nostra civiltà, da non
confondere con le deviazioni teocratiche e clericali, dovrebbe essere ufficialmente
riconosciuto e dichiarato nelle istituzioni europree e occidentali. Non farlo
significa condannarsi alla condizione di orfani, di smarrimento in un variopinto
mondo globale. Tra l’altro il nostro ideale identitario, se non
strumentalizzato e deviato, dovrebbe promuovere dialogo e cooperazione, e
accrescere la nostra forza e coesione.
Col complesso di orfano invece alcuni esibizionisti di
oggi per un pugno di „like“ sui social discreditano metodicamente la Sacra
Scrittura con argomenti impropri e carenti di logica. Uno, ad esempio, proprio nel
ruolo ambìto di „divulgatore logico“ pubblica testualmente che la Bibbia traboccherebbe
„di assurdità scientifiche,
contraddizioni logiche, falsità storiche,
sciocchezze umane, perversioni
etiche e
bruttezze letterarie”… e suggerisce quindi di „leggerla per perdere la fede“. Un
altro chiude il discorso senza neppure aprirlo (ma per ritornarci
continuamente!) giurando che dai suoi approfondimenti linguistici risulterebbe
che „la Bibbia non parla mai di Dio“ e che quindi le centinaia di traduzioni in
circolazione sarebbero manipolazioni editoriali.
A questi aspiranti napoleoni si potrebbe contrapporre Napoleone
Bonaparte in persona, quello vero, con la sua storica confessione: „Sul mio
tavolo tengo il Vangelo, il libro per eccellenza. Non mi stanco di rileggerlo, e
ogni giorno con lo stesso piacere.“
Gli si potrebbe contrapporre anche un „ateo“ (reale o
presunto) più intelligente, come Bertolt Brecht, che ammette: „Eppure la Bibbia
è il mio libro preferito!“
La fede di Einstein
Per chiudere una breve nota sul caso Albert Einstein,
di tradizione ebraica, che, pur non condividendo il linguaggio biblico perchè
troppo antropomorfico (metaforico!), riconosce il Dio trascendente ed evidenzia
il dovere del servizio del prossimo. Contrariamente a chi per banale
convenzione di bandiera lo considera ateo, Einstein dichiara: „La mia
religiosità è una modesta ammirazione dello spirito infinitamente superiore che
si rivela in quel poco che possiamo comprendere della realtà. Chi non è in
grado di provare stupore o sorpresa vive con gli occhi spenti.“ E sulla
solidarietà umana aggiunge: „Il nostro compito è quello di estendere la nostra
compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella
sua infinita bellezza.“
Con ciò è in piana sintonia con la religiosità
biblico-cristiana, probabilmente anche per riflesso condizionato. Del resto la
metafora religiosa (che egli non accetta) non è importante in sè, ma per quello
che significa (che accetta). Altro riflesso condizionato: Einstein ammira i
grandi scienziati del suo rango, come Isaac Newton, architetto matematico della
cosmica gravitazione universale, ma che confessa di essere più interessato allo
studio della Bibbia che alla ricerca scientifica. Einstein ammira anche – con
gratitudine – il quasi contemporaneo James Clerk Maxwell, autore geniale delle
leggi sul campo elettromagnetico e la propagazione della luce, senza le quali
le teorie einsteiniane della relatività speciale e generale sarebbero persino
inconcepibili. Anche Maxwell è di profonda fede cristiana.
In Einstein il suggestivo e singolare spirito di
osservazione e interpretazione del mondo
dovrebbe essere una attenuante rispetto alla sua
scarsa familiarità con la metafora di religione ebraica. Eppure, pensandoci
bene, persino l’universo fisico dalle sconfinate galassie agli
ultramicroscopici fotoni potrebbe essere per il mistero del nostro esistere una
metafora stupenda.
Mario Tamponi (23.7.2020)
Dienstag, 7. Juli 2020
Dal “cielo stellato” alla “legge morale”
Dal “cielo stellato” alla “legge morale”
Lo stupore della metafora cosmica e del nostro destino
„Due cose riempiono
l’animo di una sempre nuova
e crescente ammirazione e
timore:
il cielo stellato sopra
di me e la legge morale dentro di me.“
(Immanuel Kant, Critica
della ragion pratica, cap. 34)
Riflessioni di Mario Tamponi
Il “cielo stellato”
Non è solo un capolavoro da contemplazione estetica, il cielo
stellato è anche un palcoscenico profondo e inquietante. Lo era già nel quinto
secolo avanti Cristo per Talete, il pioniere della filosofia occidentale, che
per la voglia di guardare in alto finisce col cadere nel pozzo. Dalla servetta
di allora, che nel vederlo scoppia in una ironica risata, e dai benpensanti di sempre
quel curioso viene declassato alla categoria dei romantici distratti. È invece il
saggio che di fronte alle stelle sente l’irrilevanza del pozzo.
Noi ci accorgiamo del
sole col rinnovarsi del suggestivo, banalissimo fenomeno dell’eclissi, ma poi non
ce ne curiamo quasi mai nonostante continui ad essere la nostra fonte primaria
di vita, di luce ed energia; davanti al suo splendore di mezzogiorno i nostri
arcaici progenitori si prostravano in ginocchio con sentimenti di venerazione e
gratitudine. La terra è inesauribile nelle sue manifestazioni di gratuità e
bellezza; di terre il sole ne conterrebbe più di un milione. Di soli se ne
contano centinaia di miliardi nella nostra galassia, e di galassie centinaia di
miliardi nel cosmo conosciuto: con fenomeni sconvolgenti di supernove, buchi
neri con masse da milioni e miliardi di stelle, nebulose in processi fantasmagorici
di aggregazione e disgregazione, campi elettromagnetici e gravitazionali,
soprattutto vuoti abissali. E la luce, messaggero veloce come un lampo che in
un secondo avvolge oltre sette volte il nostro globo, col firmamento racconta
alla nostra brevissima fragilità un passato di inimmaginabili miliardi e
miliardi di anni.
Questa immensità
astrale è una parte minima di quanto l’universo contiene; almeno il restante
95% è materia ed energia oscura, che la scienza ipotizza per spiegare la
rivoluzione delle galassie attorno al loro centro e l’espansione in
accelerazione vertiginosa dell’intero cosmo: le postula senza neppure supporne
il dove e il come. Se un giorno riuscisse a scoprirle e capirle dovrebbe forse rivedere
interamente le teorie e le certezze sull’universo finora conosciuto.
Altro enigma resta la
“localizzazione” dell’antimateria che col big bang si sarebbe generata per
simmetria nella stessa quantità della nostra materia; una questione non
trascurabile dato che un incontro delle due comporterebbe il loro reciproco annichilimento,
la nostra immediata scomparsa. Non irrilevante né fantascientifica è anche l’ipotesi
(suggerita da lacune altrimenti incolmabili dell’attuale astrofisica)
dell’esistenza di altri universi “accanto” al nostro, ovviamente tra loro incomunicabili,
forse innumerevoli, forse infiniti. Tutta questa realtà osservata e postulata
che “mi sovrasta” è – per dirla con Kant – il “cielo stellato sopra di me”.
C’è poi la sfera microscopica
fino al nanometrico considerata dalla meccanica quantistica, che l’abituale classificazione
di piccola non ci autorizza a sottovalutare o contrapporre a un “grande”
presunto, perché si tratta pur sempre del nostro stesso universo percepito
all’inverso. Con la consapevolezza di questa ottica rovesciata nell’equivalenza
delle dimensioni anche quel “sotto” (microscopico) rientra nel “sopra” (macroscopico)
nel senso della reciproca interdipendenza e intellegibilità. Banale è quindi la
posizione intermedia che normalmente l’uomo attribuisce a se stesso in una
immaginaria scala di grandezze fisiche.
Finora il macrocosmo ispezionato
con l’ottica ormai universalmente condivisa della relatività generale sembra
divergere dal bizzarro nanometrico analizzato con l’ottica altrettanto vincente
della fisica dei quanti. L’ambizione della scienza è oggi quindi quella di unificare
o sintonizzare in una sola equazione macro e microcosmo, ma anche le
interazioni fondamentali della fisica. Obiettivo esaltante, anche se ridicola è
la presunzione di poter così disporre della chiave per detronizzare l'Assoluto:
un Assoluto caricaturalmente immaginato piccino piccino, imprigionato nei
nostri schemi concettuali, nelle convenzioni matematiche della nostra effimera cultura.
Un pò di presunzione
sarebbe persino verosimile se le verità scientifiche fossero assolute e non –
come realmente sono – storiche, prospettiche, funzionali spesso all’istinto di
dominio e a interessi di profitto. La conoscenza scientifica è necessariamente induttiva:
della realtà fisica non ci dice cos’è, ma come sembra essere sulla base delle domande
che riesce a porle, pochissime rispetto alle tante possibili nelle innumerevoli
diversità di linguaggi, culture e convenienze. È anch’essa simbolica, comunque
formale. Lo avvertiamo già quando col nostro sguardo neurologicamente tridimensionale
ci confrontiamo con una dimensione in più, ad esempio col tempo del modello
della relatività generale. Per orientarci nell’astrazione matematica non
possiamo non continuare a servirci di raffigurazioni tridimensionali; immaginiamoci
quando formule matematiche più complesse ci prospettano cinque, nove, dodici dimensioni!
La matematica, diventata
con Galileo l’anima della scienza, si fa sempre più sofisticata; indagini sperimentali
con acceleratori e altri strumenti complessi e giganteschi sondano l’estrema profondità
della materia, quella che ci sta accanto, tranquilla e familiare, per farci capire
che il mondo è pluriforme e nulla è scontato. Neppure quello che la stessa
scienza ci racconta e cerca di predirci: fra cinquant’anni nel caso ci sarà
dato di vivere ancora o fra milioni di anni nel caso la fantasia ci consenta
proiezioni così lunghe. Quanto più la scienza progredisce (ed è prodigioso che ciò
avvenga!), tanto più si amplia, accanto al successo delle applicazioni
tecnologiche, il campo degli enigmi irrisolti, degli innumerevoli non ancora
emersi e neppure previsti, delle domande senza risposta o con soluzioni non
sempre compatibili. Per non parlare delle correlate questioni filosofiche su
cui di volta in volta la scienza naturale è tentata di dire la sua senza averne
la competenza.
Il
mondo “fenomenico”
Con una rivoluzione filosofica denominata
“trascendentale”, ben più epocale di quella astronomica copernicana – e che qui
mi permetto di ricordare in forma libera e schematica – Kant ci aiuta a capire
che il mondo fisico non è un’entità autonoma che preceda la nostra conoscenza;
è invece il prodotto della nostra percezione ed elaborazione, innanzitutto mediante
le nostre categorie a priori spazio-temporali, principi di materialità. Significa
che il mondo fisico, quello della nostra visione quotidiana e della scienza, è “fenomenico”
(rispetto a quello “noumenico”, reale), è cioè una nostra rappresentazione. Questo
costruttivismo conoscitivo che mette in crisi ogni realismo ingenuo (di una
realtà fatta di oggetti e di un uomo oggetto tra gli oggetti) è una conquista
definitiva da cui è insensato tornare indietro.
Certo, le categorie a
priori di Kant si ispirano allo spazio e tempo della fisica newtoniana come
contenitori separati, immobili e universali degli eventi; ma il suo dualismo di
fenomeno e noumeno resta valido – come schema – anche dopo il superamento del
rigido spazio-tempo newtoniano in quello relativo e plastico di Einstein.
Ancora. Sempre come schema l’ottica kantiana resta valida anche dopo il rovesciamento
della sua stessa impalcatura metafica operato da Heidegger, da Wittgenstein e
dalle varie forme di ermeneutica, secondo cui il mondo fisico – come quello
immateriale – si trasforma da raffigurazione in “interpretazione” con la magia
del linguaggio fluido e simbolico “in cui abitiamo”. “Non ci sono fatti”,
sostiene Nietzsche, “ma solo interpretazioni, e anche questa è interpretazione”
(Frammenti postumi 1885-1887). È come dire che il mondo materiale (fenomenico) si
spiritualizza con la nostra intelligenza, che è creativa perché comunicativa.
A proposito di
raffigurazione. Il fatto che il mondo esterno non è quello che crediamo di “vedere”
potrebbe spiegarcelo qualsiasi oculista anche senza strumenti filosofici. La
luce riflessa dai presunti oggetti entra nella pupilla, simile all’obiettivo di
una macchina fotografica; con la lente le figure si capovolgono sulla retina,
da dove per reazioni chimiche ed impulsi elettrici si trasmettono codificate al
cervello, che non dispone di sale cinematografiche per la proiezione delle immagini
originarie; vero è che il nostro mondo visivo è il prodotto del nostro processo
conoscitivo, che non ci consente neppure di supporre cosa e come possano essere
gli impulsi di partenza da un presunto “fuori”. Per non parlare dei tempi
neuronali (diversamente compressi, dilatati e poi sincronizzati) che non
corrispondono a quelli di un orologio “esterno”. Da notare ancora che dello
spettro elettromagnetico della luce emanata dai presunti oggetti l’occhio
recepisce una parte infinitesimale. Sulla costruzione del nostro mondo fisico
potrebbero dirci cose analoghe specialisti degli altri organi di senso; e
zoologi potrebbero documentare la nostra parzialità percettiva rispetto ad animali
dotati di organi con tecniche e sensibilità diverse. I neurofisici rilevano
inoltre che il nostro cervello non registra allo stesso modo tutti i dati
sensoriali o stimoli di partenza, ma li seleziona drasticamente secondo
interessi ed emozioni già nell’atto di riceverli, collegarli e memorizzarli. Ovviamente
sotto l’ottica filosofica, quella kantiana, anche il cervello è mondo esterno,
fenomenicamente percepito e “costruito” come qualsiasi altro oggetto.
Fautori dell’oggettivismo
naturalistico chiamano in causa il ruolo della matematica, attribuita alla
realtà fisica come struttura e logica di comportamento: una matematica che garantisce
una esatta conoscenza quantitativa e comparativa dei fenomeni, apre a molte
scoperte ancor prima della loro verifica sperimentale e consente un incredibile
sviluppo della conoscenza e delle sue applicazioni tecnologiche.
Inevitabilmente si pone però la questione sulla natura della stessa matematica:
se sia scoperta oppure invenzione, cioè se l’uomo scopra quella logica nel
mondo oppure se sia lui a trasmetterla al mondo come “prodotto” della sua
conoscenza. Pare logico pensare – come del resto molti matematici autorevoli in
sintonia con Kant pensano – che vere siano l’una e l’altra cosa a seconda del
punto di vista. È come dire che la matematica è struttura del mondo costruito
dal processo conoscitivo.
La
sfera della coscienza
Certamente l’universo fisico vive nella e della nostra coscienza
(intesa come esistere personale), come se di questa fosse il palcoscenico, la
proiezione estensiva, il prolungamento virtuale della sua inafferrabile
dimensione corporea, del multiforme linguaggio espresso o solo pensato, dell’immaginazione
creativa. È anche un fatto che per il significato e il destino del nostro
esistere non sono indispensabili presunte verità definitive sul mondo “esterno”,
che del resto non ci vengono offerte dalla scienza, certamente molto più avara della
coscienza, quest’ultima col suo flusso inesauribile di bellezza e poesia, di
scelte e sentieri da percorrere. Non è pensabile che Francesco d’Assisi e Dante
avrebbero vissuto una vita più piena dopo la rivoluzione astronomica
copernicana, così come Galileo e Newton con la curvatura spaziotemporale di
Einstein… o Einstein con gli approfondimenti contemporanei della fisica
quantistica.
La scienza positiva si
confronta solo con oggetti e fenomeni corporei, anche quando studia l’uomo come
insieme di organi, ormoni e altro, o quando ne analizza il cervello come
sistema di neuroni e sinapsi, di impulsi da localizzare e misurare, di
inconscio e subconsio e di tutto il resto. Quando nella sfera subatomica la
meccanica quantistica crede di superare l’oggettualità considerando le
particelle come relazioni e definendone lo stato e l’azione come dipendenti dall’osservatore,
in realtà l’osservatore coinvolto non è l’uomo come coscienza, ma come “oggetto”
misurante dentro un orizzonte di “oggetti”. Quando la stessa scienza
quantistica sostiene che il tempo “non esiste” (dichiarazione di per sé
affascinante!), in realtà il tempo in questione è un fattore cosificato; non è
quello esistenziale, che attraversa e tesse in ognuno la storia di memorie e progetti,
di parole e metafore che rinviano di significato in significato e ci
trasmettono il senso dell’infinito facendocelo pregustare lungo il cammino.
La coscienza siamo
noi, e in ognuno di noi è relazione, di cui sono incapaci gli oggetti. Ognuno di
noi esiste come relazione orizzontale (con l’altro) e verticale (con l’Assoluto);
sono due ma in una come capacità di trascendere la solitudine ontologica. La
relazione con l’Assoluto è condizione di possibilità dentro la relazione con
l’altro. Un Assoluto che rivelandosi al nostro essere-relazione è improprio
considerare come Sostanza separata; ci appare invece come evento fondante che
ognuno ha il diritto di raffigurarsi e nominare simbolicamente come meglio
crede, ma che è un non-senso negare, perché la solitudine ontologica è astrazione,
regressione nel pre-esistere.
Se la formula che
potrà unificare le teorie fisiche
sul macro e microcosmo e sulle interazioni fondamentali è obiettivo scientifico,
forse un miraggio, decisiva è invece l’equazione che ricompone nell’unità il
dualismo relazionale dell’esistere: „Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come
te stesso“. Nel Vangelo di Gesù di Nazareth questa formula si esprime nelle
modalità del Discorso della Montagna, dell’essere e non dell’avere o dell’apparire,
dell’apertura incondizionata all’altro come singolarità e come comunità, della
libertà oltre le maschere, del debito di gratitudine per l’esistere che ci
accompagna non col peso di un dovere, ma con la gioia del nostro compimento
creativo. Le modalità sono tutte riconducibili all’essenziale, che non è
dottrina per presuntuosi e arroganti, ma rivelazione per semplici senza calcoli
e preconcetti.
La vera etica non è
una normativa a base metafisica, ma è la stessa vita relazionale come evento, dove
non sono i poli (io - l’altro - l’Assoluto) a caratterizzare la relazione, ma è
la relazione a configurare i poli. L’etica non è qualcosa di destinato ad
essere superato dall’evoluzione biologica e neurogenetica, ma l’opportunità singolare
di riscatto dalla logica della concorrenza selettiva; è la scoperta della
fratellanza da vivere col dono della forza per riuscirci. Non la scienza, ma l’etica
ci richiama scuotendoci personalmente alla più vitale delle evidenze. È quanto
intende Dostoevskij quando fa dire al principe Myskin: “La bellezza salverà il
mondo.” La bellezza non nel senso estetico, ma come valore etico. Per il
cristiano – e Dostoevskij lo era profondamente – significa Redenzione, dove
l’Assoluto nella nostra relazione con l’altro assume il volto umano del Cristo.
“La
bellezza salverà il mondo”
Ricondurre tutto all’etica significa tutt’altro che banalizzare
la complessità della vita. Quel riferimento, apparentemente esile, può ispirare
discipline e trattati, affollare biblioteche di volumi monumentali sull’agire
umano, che è autentico solo se resta appunto ancorato al suo principio
elementare di relazione. Altrimenti la scienza positiva, da ricerca avvincente sul
creato può degenerare nell’oblio dell’esistere; la religione, da testimonianza di
trascendenza può degenerare in dogmatismo e oppressione; la politica, da
servizio degli altri può degenerare in demagogia e affarismo; l’economia, da
gestione del patrimonio comune può degenerare in corruzione e mercificazione
dell’uomo; la finanza, da equa amministrazione può degenerare in speculazione e
dominio; la comunicazione, da informazione e confronto può degenerare in propaganda
e manipolazione; la tecnologia, dalla moltiplicazione delle possibilità può
degenerare in dipendenza e idolatria. Nell’umanità senza etica si alimentano conflittualità
intimidatorie, guerre che non diventano mondiali solo per la rafforzata deterrenza
nucleare, lobby invisibili e mafie ramificate con moltitudini di affiliati e sostenitori,
la sfacciata opulenza dei pochi contro il necessario per la sopravvivenza dei
tanti, i soprusi sui deboli. E prosperano gli sciacalli che si arricchiscono sulla
militarizzazione e l’inquinamento, sulla disoccupazione e il lavoro nero, sulla
droga e la prostituzione minorile, sulla schiavitù degli inermi.
Oggi parlare di bene
comune è diventato di moda, ma attenti alle contraffazioni! Un’etica senza la
componente verticale (relazione con l’Assoluto) non è razionalmente sostenibile
né possibile se non nella forma del buonismo ipocrita e narcisistico; ce lo
dice l’analisi darwiniana dell’evoluzione selvaggia. Ancora. L’etica ontologica
può essere supportata dall’empatia naturale grazie ai cosiddetti neuroni-specchio,
ma l’empatia non è etica. Totalmente diversi sono i piani: l’empatia è un
fenomeno psicologico-organico-genetico, l’etica coinvolge invece la libertà di
ogni irripetibile individuo. Una libertà che non è quella che la scienza
vorrebbe osservare e misurare sui riflessi neuronici o dice di veder
contraddetta dal fatto che le nostre scelte sembrano precedere di qualche
frazione di secondo la loro consapevolezza come se si trattasse di determinismo
o automatismo mascherato. La libertà etica non è neppure quella che la
meccanica quantistica crede di veder negata dal principio di indeterminazione.
La ragione è profonda
e univoca: dipende dal fatto che il piano oggettuale della scienza non è quello
dell’esistere relazionale, che è libero e “sa” di esserlo. Del resto solo sulla
libertà etica può fondarsi la comunità umana; se la si negasse crollerebbe
tutto… e in ognuno e in ogni gruppo varrebbe il diritto alla violenza contro
tutti. La relazione etica interpersonale è la radice della rete parentale,
comunitaria e sociale in ambito locale e internazionale. Senza etica l’umanesimo
anche come parola sarebbe vuoto di senso; vuoto sarebbe anche ogni giudizio di merito
e di valore, ogni utopia; vuoto sarebbe l’auspicio di pace, di convivenza solidale.
Se l’etica non è possibile
senza la componente verticale (da non intendere in senso confessionale), non è
possibile neanche senza la componente orizzontale. Ci ammonisce la Parola
biblica (1Gv 4, 20-21): “Chi dice di amare (=credere in) Dio ma odia suo
fratello è bugiardo!” Se cristiano è chi nello stesso atto ama Dio e il
prossimo, la fede di ognuno non può limitarsi ad una professione verbale, ma deve
interrogarsi nell’interiorità sulla propria coerenza etica. Così chi crede di
essere cristiano potrebbe non esserlo; e viceversa. Il teologo gesuita Karl
Rahner denomina “cristiani anonimi” gli “etici” non confessionali; e “non-cristiani
anonimi” i cristiani professi che non interpretano correttamente il senso delle
loro parole e dei loro comportamenti. Se così fosse – come sembra – la chiesa universale
del Cristo potrebbe non coincidere esattamente con quella istituzionale. In
effetti i più perfidi interlocutori di Gesù di Nazareth sono gli scribi e i farisei
che dicono di credere e si ritengono “giusti”.
“Cielo
stellato” e “legge morale”
Questo discorso etico, radicato nel cristianesimo, è in
piena sintonia anche con la trattazione rigorosamente razionale di Kant. Il
filosofo, per il quale – come già accennato – il mondo fisico è fenomenico, vede
nell’etica (denominata “legge morale”) l’esperienza umana del reale (noumeno).
Proprio per questo Dio, in quanto di per sé non oggettivabile, non è dimostrabile
con la ragion pura; è “testimoniabile” invece solo con la ragion etica. Il
comandamento cristiano dell’amore del prossimo coincide con l’imperativo etico che
anche Kant fonda nell’Assoluto e formula così: “Agisci in modo da trattare
l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine
e mai come mezzo.”
Potrebbe sorprendere allora
che, nonostante la contrapposizione valoriale tra fenomeno e noumeno, Kant ponga
sullo stesso piano come oggetto del suo stupore il “cielo stellato” e la “legge
morale”:
„Due cose
riempiono l’animo di una sempre nuova e crescente ammirazione e timore: il
cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“ (Critica della
ragion pratica, cap. 34). Ma c’è una ragione. Il
fatto che il “cielo stellato”, cioè il mondo fisico e oggettuale, sia
fenomenico non significa che non esista; esiste come rappresentazione con la
sua bellezza straripante, come metafora del trascendente, che solo nel rapporto
etico si vive realmente. Quel mondo fenomenico, che normalmente secondo il
principio di causalità chiamiamo “creato”, creato effettivamente lo è, nel
senso che ci è dato, interamente, anche se le modalità bibliche dell’evento
creativo andrebbero meditate con l’intensità simbolica della poesia.
La scienza partecipa
del fascino della natura che indaga, e così risulta inconcepibile che molti
scienziati del nostro tempo – per autosuggestione – credano di essere quasi inventori
o creatori delle meraviglie che vi scoprono, mentre dovrebbero esserne solo testimoni
o messaggeri. Galileo, fondatore della scienza moderna, e Newton, promotore
dell’astrofisica, entrambi profondamente credenti, affermano di voler cercare
nel mondo le orme del Creatore, con la convinzione che il racconto della
scienza non possa non essere compatibile – nelle diversità espressive – con
quello della fede: Bibbia, tradizione, sacramenti; la metaforicità del
linguaggio decodifica persino l’impalcatura metafisica dei dogmi.
Come il mondo fisico e
la sua scienza, ridondanti di simboli, rinviano all’etica, anche l’etica nella
sua invisibilità fisica si esprime con simboli ispirati al vissuto quotidiano. Le
nostre metafore sulle due sfere sono sempre sfumate ed evocative, come opere
d’arte, aperte ad orizzonti sempre più vasti. Ma in ultima istanza il loro
intreccio simbolico porta alla trascendenza dell’etica.
Affascinati
dall’estrema logica della natura, che del resto è quanto rende possibile la
scienza, parecchi scienziati di oggi, pur dichiarandosi atei o agnostici, sembrano
disposti a riconoscere l’esistenza di un Assoluto come quello di Spinoza, che coincida
con la natura stessa o la inglobi; ma respingono come ingenua l’idea di un Dio personale
come quello biblico o cristiano. Il che sembra in contrasto con le loro stesse
premesse. Il Dio di Spinoza è una entità metafisica di tipo aristotelico,
perfetta, autonoma e – come tale – analizzabile nei suoi “attributi” e “modi”
come, data la presupposta trascendenza di Dio, sarebbe illogico fare. Pensare
invece un Dio persona, ad esempio come Padre – se con ciò non lo si
antropomorfizza – potrebbe significare limitarsi a considerarlo simbolicamente
come fondamento del nostro esistere etico, come polo della nostra relazionalità,
senza la presunzione di poterlo definire nella sua assolutezza. Una visione nell’ottica
umana che pare molto più coerente di quella di una metafisica oggettivante, e
ancor più di una scienza fisica che
adotta l’idea metafisica in versione naturalistica.
Gli scienziati di cui
sopra cadono nella loro semplificazione sviante già quando dei due livelli
kantiani ignorano il “noumeno” per assolutizzare il “fenomeno” come realtà
prima e ultima. Un materialismo che si basa sulla contraddizione concettuale di
dare per scontato quanto si vorrebbe o dovrebbe dimostrare! E così, stando
all’ottimismo scientista, la scienza crescendo dovrebbe svelare ogni mistero,
risolvere ogni problema. Manipolando il genoma umano promette di giungere un
giorno a estirparne persino l’aggressività e rendere obsoleta l’etica. È un
fatto invece che, trattato come oggetto o “materiale umano”, l’uomo diventerà
robot senza relazioni reali, senza identità, macchina destinata ad esprimere la
sua inutilità quando altre macchine artificiali la supereranno in intelligenza
tecnica, quando cioè il produttore diventerà prodotto del proprio prodotto. Dio
non voglia che l’apoteosi del mondo umano si celebri un giorno nella torre o
tomba di Babele!
Sembra che il mito platonico
della caverna valga anche per questa categoria di scienziati, nei quali il
pregiudizio di fondo è ancor più radicato che nell’uomo comune. Sarebbero come “prigionieri”
incatenati e immobili che credono come unica realtà le ombre che vedono proiettate
sulla parete della grotta oscura, incapaci di dar credito a chi, liberandosi
delle catene, vede dietro le spalle dei compagni il fuoco che con la luce produce
l’illusione delle ombre e, varcando la soglia, scopre il Sole, metafora di
bellezza e del bene etico.
Contemplazione
biblica
L’idea contemplativa di Kant sul “cielo stellato” e la “legge
morale” si arricchisce di fascino nella preghiera di lode di Davide.
Sul “cielo stellato” (Salmo 8):
“O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
hai posto sui cieli la tua magnificenza!
Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che vi hai disposto,
che cos’è l’uomo, chè ti ricordi di lui,
o il figlio dell’uomo chè tu ne debba aver cura?
Eppure tu l’hai fatto per poco meno d’Iddio,
l’hai coronato di gloria e maestà,
gli hai dato il dominio dell’opera delle tue mani,
ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi.
O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome per tutta la terra!”
E sulla “legge morale” (Salmo 133):
”Oh quant’è bello e quanto è soave
l’abitare dei fratelli insieme!
È come l’olio sul capo,
che scende sulla barba, sulla barba di Aronne,
e cola sullo scollo dei suoi paramenti.
È come rugiada dell’Hermon
che scende sui monti di Sion;
perché là il Signore largisce la benedizione,
la vita nei secoli.”
Mario Tamponi
L'eclissi di una leggenda.
L’eclissi di una
leggenda.
Monica Vitti verso
i novanta
Versatile,
drammatica e ironica, Monica Vitti è una protagonista tra le più autentiche del
nostro cinema.
Una
suggestione analoga, più infantile e passeggera, l’avevo vissuta già ai tempi
delle elementari in Sardegna con Brigitte Bardot, che andavo a vedere
furtivamente al cinematografo del villaggio vicino. Al ragazzetto che ero,
appariva come un‘eroina da sognare, e la sognavo come una intraprendente sorella
maggiore o una zia disinibita in contrasto col monotono mondo femminile di
famiglia e di paese.
Monica
Vitti si accampò più tardi nel mio immaginario giovanile diventato più
riflessivo. Film di Antonioni come L’avventura, La notte, L’eclissi e Deserto
rosso erano la più coinvolgente rappresentazione dell‘esistenzialismo che amavo.
In quei racconti scenici mi colpivano gli ambienti stilizzati e verniciati con
i colori dell’anima, l‘inquietudine diffusa che era della società e della mia
età, soprattutto l‘interpretazione a tutto campo di Monica Vitti con la sua
sensibilità tra fierezza sovrana e femminilità indifesa, con lo sguardo
penetrante e smarrito, con la voce roca.
Mi
sembrava che in lei non ci fosse nulla di finto. Anche in ruoli non autobiografici
c‘era sempre la sua storia con i suoi drammi e la sua bravura. „Fra la mia vita
e il mio lavoro“ – mi confidò lei stessa parecchi anni dopo – „non c’è separazione.
La rappresentazione è una componente vitale della mia esistenza: dove finisce
la rappresentazione finisce anche la mia realtà. Per questo svolgo il mio
mestiere con estremo rigore e molta pulizia“. Nei miei anni universitari a
Torino nella mia funzione di conduttore di cineforum per studenti,
intellettuali e operai inserivo quasi sempre tra i classici di Fellini,
Bergmann, Truffaut e Godard anche le produzioni di Antonioni, soprattutto per
il ruolo singolare della protagonista che affascinava tutti, come una volta Anna
Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren nel clima del neorealismo da
dopoguerra.
Destino
volle che un giorno a Berlino, nel febbraio del 1984, incontrassi per una
intervista Monica Vitti in persona; la Berlinale le aveva appena conferito l’Orso
d’argento per la sua interpretazione in „Flirt“, realizzato col suo nuovo compagno
di vita Roberto Russo. Mi fissò l‘appuntamento all’Hotel Kempinski e mi accolse
in vestaglia e senza trucco all‘ora del primo caffè nella camera condivisa
anche dall’amico. Lei si accomodò a gambe incrociate al centro del grande letto
lasciandomi l’opportunità senza alternativa di sedermi al bordo. Sicuramente per
mettermi a mio agio e per smontare d’un colpo – riuscendoci - il suo idolo
nella mia testa e apparire la persona che era, spontanea e spiritosa nella sua amena
complessità.
Premise
che quel „premio“ di Berlino le era più caro di tantissimi altri prestigiosi della
sua carriera „perchè andava ad un film prodotto non da una grande casa
cinematografica, ma „in casa da due persone“. „Roberto ed io abbiamo meditato
insieme questo soggetto per quasi tre anni: poi lui ne ha diretto la realizzazione
ed io ne ho curato l’interpretazione. Per lui è il primo film, per me è
un’esperienza nuova.“ Il suo commento sul film: „È un tema che ci sta particolarmente
a cuore, tratta di pericoli e agguati nei rapporti di coppia. Noi vogliamo
aiutare uomini e donne che vivono assieme a star meglio, a non farsi
distruggere la loro esistenza e il loro amore da fattori esterni. Speriamo di
essere riusciti a mostrare come sia possibile portare una situazione negativa,
com’è la follia, verso uno sbocco positivo: nel senso che alla fine i due pazzi
innamorati sono di nuovo felici, oltre la routine e la noia.“
Per
lei, già celebre star, quel film sperimentale era come un atto d’amore per un amico
da promuovere anche professionalmente; nel corso della nostra conversazione
cercava di dargli spazio invogliandolo a completare le sue risposte. Era chiaro
che dopo l‘esperienza sentimentale con Antonioni quel nuovo amore rappresentava
per lei la chance decisiva per combinare il bisogno di amicizia protetta con
l‘esisgenza di emancipazione personale.
La
vita di Monica Vitti non è mai stata una villeggiatura, a cominciare
dall‘adolescenza con genitori difficili. „La mia vita l’ho decisa molto
presto“, mi raccontò. „Avevo 14 anni e mezzo quando ho deciso di non sposarmi e
di non avere bambini. Chissà perchè… certamente perchè volevo dimostrare a me
stessa o a mia madre o agli altri di avere un valore al di là del mio sesso. Il
fatto che fossi donna, forse nell’Italia di allora più che in quella di oggi,
voleva dire trovare un marito che ti sposa e ti mantiene, far crescere dei
bambini e basta. Già allora questa dipendenza mi appariva come una costrizione
paurosa. E così mi sono preoccupata innanzitutto di lavorare, di rendermi indipendente
rispetto all’uomo che avrei potuto scegliere. Ho evitato quindi di cadere in
una dipendenza economica o predeterminata da un contratto coniugale; ma dal
punto di vista sentimentale mi sono sempre sentita estremamente dipendente. Ho
molto bisogno di protezione: l’affetto è la condizione psicologica che mi fa
sopravvivere. La solitudine affettiva la sento come disperazione. Ma è
solitudine anche la convivenza con un amante che si trasforma in padrone.“
Sembra
strano come una donna così dipendente dagli affetti – da parte di un suo uomo,
ma anche degli amici in genere – abbia sempre cercato l’indipendenza in tutti
gli altri campi. Ma è possibile tanta determinazione già a 14 anni e mezzo?“,
le chiesi. „Credo che tra i 14 e i 20 anni si decidano tutte le cose che si
fanno poi nella vita“, mi rispose. „È l’età fondamentale, ma anche la peggiore,
la più pericolosa, la più faticosa. È un’età che… meno male che la si vive solo
una volta! Nulla è così doloroso come il dover decidere cosa fare di se
stessi.“
In
uno dei suoi libri Monica Vitti ha confessato: „Faccio l’attrice per non
morire“. A 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ma ho
capito poi che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra“:
facendo piangere e ridere gli altri. In questo senso lei ha magistralmente interpretato
tanti ruoli, dal tragico al comico, dalla leggerezza della commedia italiana
all‘intrattenimento televisivo. Ma da diva restando anti-diva. Bellissima, ma senza
occuparsi mai del lato estetico, fino a rifiutare con ostinazione un piccolo
ritocco chirurgico del naso richiesto da un regista bizzarro. Una grande
attrice emulata da celebrità come Vanessa Redgrave che ripeteva: „Volevo essere
come Monica Vitti.“ Autori e registi internazionali hanno cercato di attrarla
all’estero, ma lei, oltre a quattro film in Francia e due in Inghilterra, ha
preferito restare in Italia con la più naturale delle motivazioni: „Più si
restringe il campo e più è possibile andare in profondità ed esprimere quello
che sei.“
Maria
Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, è nata il 3 novembre 1931 a Roma, da
dove ha attraversato dentro l‘avventura esistenziale l’osannata carriera cinematografica…
fino al 1994. Da allora, colpita da una malattia degenerativa simile all’Alzheimer,
non è apparsa più in pubblico per non vivere sotto gli occhi di tutti la sua
sofferenza. Nel silenzio della casa romana, lontana dagli amici e dai
riflettori di ogni tipo, è assistita dal marito Roberto Russo in un rapporto
d‘amore mai interrotto, come da fiaba.
Nessuno
conosce il suo volto di oggi, ma è più bello e reale convivere con quello di
una volta, che è quello di sempre nel tempo implacabile. Nel mio intimo la celebro
non come una meteora infranta, ma come espressione del fascino dentro l’umano
che si trasmette sublime senza clamore. Oggi la sento ancora più vicina con
affetto e ammirazione. Con la preghiera che continui ad amare la vita senza
dover soffrire troppo.
Mario
Tamponi
Sonntag, 5. Juli 2020
Che cos'è il tempo?
Che cos`è il tempo?
Lezione magistrale di Sant’Agostino (398 d.C.)
(dalle Confessioni, cap. XI)
_______________________________
Introduzione (Mario Tamponi)
Il tempo è il problema dei problemi.
Einstein lo percepisce relativo rispetto a velocità e
campi gravitazionali;
nel nanometrico la meccanica quantistica lo scopre
inesistente.
Le due interpretazioni sono geniali, ma nell’ambito fisico,
cosmico.
Più profonda e fondante è la dimensione esistenziale del
tempo,
sintonizzato cioè con la nostra coscienza e col
mistero della vita.
Del tempo esistenziale non esiste nella storia del
pensiero umano
analisi più logica e coinvolgente di quella di Sant’Agostino
(354-430 d.C.),
che ci consente di superare l’ottica acritica di ogni materialismo
(„materia“ è spazio-temporalità)
e di cogliere il senso dell‘eterno. mt
___________________________________
Premessa (Mario Tamponi)
Cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Se Dio ha creato il mondo, chi ha
creato Dio e – in un processo all’infinito – chi ha creato il creatore del
creatore di Dio? Agostino parte da queste domande ingenue del senso comune per
giungere ad una rigorosa analisi del tempo. Se la sua riflessione di tanti
secoli fa illuminasse intellettuali e scienziati di oggi, ne risparmierebbe parecchi
da assurdità pseudofilosofiche fatte passare come sensate. Si pensi, ad
esempio, a Stephen Hawking, brillante studioso del big bang e dei buchi neri,
ma che nega Dio solo perchè ingannato anche lui dal banalissimo circolo vizioso
di Dio e dei suoi creatori. mt
AGOSTINO: Tutte le cose lodano il loro
creatore. Ma tu, o Dio, come creasti il cielo e la terra? Non certo in cielo e
in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell'aria o nell'acqua, che pure
appartengono al cielo e alla terra. Non creasti l'universo nell'universo, non esistendo
lo spazio ove crearlo prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un
elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso se non
fosse stato creato da te per crearne altri? Ed esiste qualcosa se non perché
esisti tu? Dunque tu parlasti e le cose furono create; con la tua parola le
creasti. (…) Quale magnificenza, Signore,
le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza! Essa è il principio, e
in quel principio creasti il cielo e la terra. (…)
Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti
tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre
presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno
passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni
non finiscono mai. (…) Non
ci fu dunque un tempo durante il quale non avresti fatto nulla, perché il tempo
stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, perchè tu sei
stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo.
Lezione di Agostino sul tempo
Ma cos'è il
tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga,
non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi,
non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un
tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due
quindi di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che
il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse
sempre presente senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità.
Se dunque il presente per essere tempo deve tradursi in passato, come possiamo
dire anche di esso che esiste se la ragione per cui esiste è che non esisterà?
Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto
tende a non esistere.
Eppure parliamo
di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un
tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno
futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è,
supponi, di dieci giorni prima, e breve è il futuro di dieci giorni dopo. Ma
come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro
non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo
dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. (…)
Perché questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato o
quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una
cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più e dunque non
poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire
del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla che sia stato lungo
dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel
tempo presente perché, mentre era presente, era lungo. Allora non era già
passato così da non essere; era una cosa che poteva essere lunga. Appena
passato invece cessò all'istante di essere lungo, perché cessò di essere.
Consideriamo dunque se il tempo presente può essere lungo. Cento anni
presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento
anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente; ma gli
altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il
secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo è presente, tutti gli altri sono
futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento che si supponga
presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni
non potranno essere tutti presenti.
Considera ora se almeno quell'unico che è in corso è presente. Se è in
corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se è in corso il
secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure
l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, un anno non è
presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi,
qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono
passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un
giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l'ultimo, tutti gli
altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e
futuri.
Ecco cos'è il tempo presente, l'unico che trovavamo possibile chiamare
lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per
bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è tutto presente. Le
ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la
prima di esse tutte le altre sono future, per l'ultima passate, per qualunque
delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest'unica ora
si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è
passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di
tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di
momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro
al passato da non avere una pur minima durata. Qualunque durata avesse,
diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna
estensione.
Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non
diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora per poter essere lungo;
bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora
futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla che possa essere lungo; se
sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad
essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con
le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.
Eppure noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro,
definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto
l'uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o
triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale
misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra
percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora
esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare
l'inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo
passare; passato, non può, perché non è.
Chi vorrà dirmi che non sono tre
i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il
passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente poiché gli altri
due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un
luogo occulto allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un
luogo occulto allorché da presente diviene passato? In verità chi predisse il
futuro dove lo vide se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è.
Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse
con l'immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun
modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato
sono.
Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non
riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma
presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche
là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non
sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già
dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate
dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i
sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo
passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine
nel tempo presente poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo
anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come
già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso di non saperlo.
So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale
meditazione è presente, mentre non lo è ancora l'atto premeditato, poiché
futuro. Solo quando l'avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare
il premeditato, allora esisterà l'atto, poiché allora non sarà futuro, ma
presente.
Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo
non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è non è futuro, ma presente, e
così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose ancora
inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni già esistenti.
Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno
predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta
già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca
qualche esempio l'innumerevole massa dei fatti. Se osservo l'aurora,
preannuncio la levata del sole. L'oggetto della mia osservazione è presente;
quello della mia predizione è futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la
sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata
senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l'aurora che
vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l'immagine
nel mio animo: queste due cose si vedono presenti per poter definire in
anticipo quell'evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora e, se non
esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta
del presente, che già esiste e si può vedere. (…)
Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto
dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto
dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente,
presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo
nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il
presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. Mi si
permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi
ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro,
secondo l'espressione abusiva entrata nell'uso. Si dica pure così: vedete, non
vi bado, non contrasto né biasimo nessuno purché si comprenda ciò che si dice:
che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente;
per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.
Ho detto poc'anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo
dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga
quanto quella; oppure, misurandola, possiamo indicare qualsiasi altro rapporto
fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo
passaggio. Se mi si chiedesse: "Come lo sai?", risponderei: "Lo
so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato
né il futuro". Il tempo presente, poi, come lo misuriamo se non ha
estensione? Lo si misura mentre passa; passato non lo si misura perché non vi
sarà nulla da misurare.
Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non
può passare che dal futuro attraverso il presente verso il passato, ossia da
ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è
più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non
parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del
genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque
misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non
è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione
inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più,
non si misura. (…) È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare
contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue
impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo.
L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo
il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano,
per produrla; è quanto misuro allorché misuro il tempo. E questo è dunque il
tempo o non è il tempo che misuro. (…)
Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come
crescerebbe il passato, che non è più, se non per l'esistenza nello spirito,
autore di questa operazione, dei tre momenti: dell'attesa, dell'attenzione e
della memoria? Così l'oggetto dell'attesa, fatto oggetto dell'attenzione, passa
nella memoria. Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già
nello spirito l'attesa del futuro. E chi nega che il passato non esiste più?
Tuttavia esiste ancora nello spirito la memoria del passato. E chi nega che il
tempo presente manca di estensione, essendo un punto che passa? Tuttavia
perdura l'attenzione, davanti alla quale corre verso la sua scomparsa ciò che
vi appare. Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è
l'attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un
lungo passato è la memoria lunga di un passato.
Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell'inizio la mia
attesa si protende verso l'intera canzone; dopo l'inizio, con i brani che vado
consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L'energia vitale
dell'azione è distesa verso la memoria per ciò che ho detto e verso l'attesa
per ciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si
traduce in passato. Via via che si compie questa azione, di tanto si abbrevia
l'attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l'attesa si esaurisce quando
l'azione è finita ed è passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per
la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per
ciascuna delle sue sillabe, come pure per un'azione più lunga, di cui la
canzone non fosse che una particella; per l'intera vita dell'uomo, di cui sono
parti tutte le azioni dell'uomo; e infine per l'intera storia dei figli
degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini. (…)
A cura di Mario
Tamponi
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