L’eclissi di una
leggenda.
Monica Vitti verso
i novanta
Versatile,
drammatica e ironica, Monica Vitti è una protagonista tra le più autentiche del
nostro cinema.
Una
suggestione analoga, più infantile e passeggera, l’avevo vissuta già ai tempi
delle elementari in Sardegna con Brigitte Bardot, che andavo a vedere
furtivamente al cinematografo del villaggio vicino. Al ragazzetto che ero,
appariva come un‘eroina da sognare, e la sognavo come una intraprendente sorella
maggiore o una zia disinibita in contrasto col monotono mondo femminile di
famiglia e di paese.
Monica
Vitti si accampò più tardi nel mio immaginario giovanile diventato più
riflessivo. Film di Antonioni come L’avventura, La notte, L’eclissi e Deserto
rosso erano la più coinvolgente rappresentazione dell‘esistenzialismo che amavo.
In quei racconti scenici mi colpivano gli ambienti stilizzati e verniciati con
i colori dell’anima, l‘inquietudine diffusa che era della società e della mia
età, soprattutto l‘interpretazione a tutto campo di Monica Vitti con la sua
sensibilità tra fierezza sovrana e femminilità indifesa, con lo sguardo
penetrante e smarrito, con la voce roca.
Mi
sembrava che in lei non ci fosse nulla di finto. Anche in ruoli non autobiografici
c‘era sempre la sua storia con i suoi drammi e la sua bravura. „Fra la mia vita
e il mio lavoro“ – mi confidò lei stessa parecchi anni dopo – „non c’è separazione.
La rappresentazione è una componente vitale della mia esistenza: dove finisce
la rappresentazione finisce anche la mia realtà. Per questo svolgo il mio
mestiere con estremo rigore e molta pulizia“. Nei miei anni universitari a
Torino nella mia funzione di conduttore di cineforum per studenti,
intellettuali e operai inserivo quasi sempre tra i classici di Fellini,
Bergmann, Truffaut e Godard anche le produzioni di Antonioni, soprattutto per
il ruolo singolare della protagonista che affascinava tutti, come una volta Anna
Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren nel clima del neorealismo da
dopoguerra.
Destino
volle che un giorno a Berlino, nel febbraio del 1984, incontrassi per una
intervista Monica Vitti in persona; la Berlinale le aveva appena conferito l’Orso
d’argento per la sua interpretazione in „Flirt“, realizzato col suo nuovo compagno
di vita Roberto Russo. Mi fissò l‘appuntamento all’Hotel Kempinski e mi accolse
in vestaglia e senza trucco all‘ora del primo caffè nella camera condivisa
anche dall’amico. Lei si accomodò a gambe incrociate al centro del grande letto
lasciandomi l’opportunità senza alternativa di sedermi al bordo. Sicuramente per
mettermi a mio agio e per smontare d’un colpo – riuscendoci - il suo idolo
nella mia testa e apparire la persona che era, spontanea e spiritosa nella sua amena
complessità.
Premise
che quel „premio“ di Berlino le era più caro di tantissimi altri prestigiosi della
sua carriera „perchè andava ad un film prodotto non da una grande casa
cinematografica, ma „in casa da due persone“. „Roberto ed io abbiamo meditato
insieme questo soggetto per quasi tre anni: poi lui ne ha diretto la realizzazione
ed io ne ho curato l’interpretazione. Per lui è il primo film, per me è
un’esperienza nuova.“ Il suo commento sul film: „È un tema che ci sta particolarmente
a cuore, tratta di pericoli e agguati nei rapporti di coppia. Noi vogliamo
aiutare uomini e donne che vivono assieme a star meglio, a non farsi
distruggere la loro esistenza e il loro amore da fattori esterni. Speriamo di
essere riusciti a mostrare come sia possibile portare una situazione negativa,
com’è la follia, verso uno sbocco positivo: nel senso che alla fine i due pazzi
innamorati sono di nuovo felici, oltre la routine e la noia.“
Per
lei, già celebre star, quel film sperimentale era come un atto d’amore per un amico
da promuovere anche professionalmente; nel corso della nostra conversazione
cercava di dargli spazio invogliandolo a completare le sue risposte. Era chiaro
che dopo l‘esperienza sentimentale con Antonioni quel nuovo amore rappresentava
per lei la chance decisiva per combinare il bisogno di amicizia protetta con
l‘esisgenza di emancipazione personale.
La
vita di Monica Vitti non è mai stata una villeggiatura, a cominciare
dall‘adolescenza con genitori difficili. „La mia vita l’ho decisa molto
presto“, mi raccontò. „Avevo 14 anni e mezzo quando ho deciso di non sposarmi e
di non avere bambini. Chissà perchè… certamente perchè volevo dimostrare a me
stessa o a mia madre o agli altri di avere un valore al di là del mio sesso. Il
fatto che fossi donna, forse nell’Italia di allora più che in quella di oggi,
voleva dire trovare un marito che ti sposa e ti mantiene, far crescere dei
bambini e basta. Già allora questa dipendenza mi appariva come una costrizione
paurosa. E così mi sono preoccupata innanzitutto di lavorare, di rendermi indipendente
rispetto all’uomo che avrei potuto scegliere. Ho evitato quindi di cadere in
una dipendenza economica o predeterminata da un contratto coniugale; ma dal
punto di vista sentimentale mi sono sempre sentita estremamente dipendente. Ho
molto bisogno di protezione: l’affetto è la condizione psicologica che mi fa
sopravvivere. La solitudine affettiva la sento come disperazione. Ma è
solitudine anche la convivenza con un amante che si trasforma in padrone.“
Sembra
strano come una donna così dipendente dagli affetti – da parte di un suo uomo,
ma anche degli amici in genere – abbia sempre cercato l’indipendenza in tutti
gli altri campi. Ma è possibile tanta determinazione già a 14 anni e mezzo?“,
le chiesi. „Credo che tra i 14 e i 20 anni si decidano tutte le cose che si
fanno poi nella vita“, mi rispose. „È l’età fondamentale, ma anche la peggiore,
la più pericolosa, la più faticosa. È un’età che… meno male che la si vive solo
una volta! Nulla è così doloroso come il dover decidere cosa fare di se
stessi.“
In
uno dei suoi libri Monica Vitti ha confessato: „Faccio l’attrice per non
morire“. A 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ma ho
capito poi che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra“:
facendo piangere e ridere gli altri. In questo senso lei ha magistralmente interpretato
tanti ruoli, dal tragico al comico, dalla leggerezza della commedia italiana
all‘intrattenimento televisivo. Ma da diva restando anti-diva. Bellissima, ma senza
occuparsi mai del lato estetico, fino a rifiutare con ostinazione un piccolo
ritocco chirurgico del naso richiesto da un regista bizzarro. Una grande
attrice emulata da celebrità come Vanessa Redgrave che ripeteva: „Volevo essere
come Monica Vitti.“ Autori e registi internazionali hanno cercato di attrarla
all’estero, ma lei, oltre a quattro film in Francia e due in Inghilterra, ha
preferito restare in Italia con la più naturale delle motivazioni: „Più si
restringe il campo e più è possibile andare in profondità ed esprimere quello
che sei.“
Maria
Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, è nata il 3 novembre 1931 a Roma, da
dove ha attraversato dentro l‘avventura esistenziale l’osannata carriera cinematografica…
fino al 1994. Da allora, colpita da una malattia degenerativa simile all’Alzheimer,
non è apparsa più in pubblico per non vivere sotto gli occhi di tutti la sua
sofferenza. Nel silenzio della casa romana, lontana dagli amici e dai
riflettori di ogni tipo, è assistita dal marito Roberto Russo in un rapporto
d‘amore mai interrotto, come da fiaba.
Nessuno
conosce il suo volto di oggi, ma è più bello e reale convivere con quello di
una volta, che è quello di sempre nel tempo implacabile. Nel mio intimo la celebro
non come una meteora infranta, ma come espressione del fascino dentro l’umano
che si trasmette sublime senza clamore. Oggi la sento ancora più vicina con
affetto e ammirazione. Con la preghiera che continui ad amare la vita senza
dover soffrire troppo.
Mario
Tamponi
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