Dal “cielo stellato” alla “legge morale”
Lo stupore della metafora cosmica e del nostro destino
„Due cose riempiono
l’animo di una sempre nuova
e crescente ammirazione e
timore:
il cielo stellato sopra
di me e la legge morale dentro di me.“
(Immanuel Kant, Critica
della ragion pratica, cap. 34)
Riflessioni di Mario Tamponi
Il “cielo stellato”
Non è solo un capolavoro da contemplazione estetica, il cielo
stellato è anche un palcoscenico profondo e inquietante. Lo era già nel quinto
secolo avanti Cristo per Talete, il pioniere della filosofia occidentale, che
per la voglia di guardare in alto finisce col cadere nel pozzo. Dalla servetta
di allora, che nel vederlo scoppia in una ironica risata, e dai benpensanti di sempre
quel curioso viene declassato alla categoria dei romantici distratti. È invece il
saggio che di fronte alle stelle sente l’irrilevanza del pozzo.
Noi ci accorgiamo del
sole col rinnovarsi del suggestivo, banalissimo fenomeno dell’eclissi, ma poi non
ce ne curiamo quasi mai nonostante continui ad essere la nostra fonte primaria
di vita, di luce ed energia; davanti al suo splendore di mezzogiorno i nostri
arcaici progenitori si prostravano in ginocchio con sentimenti di venerazione e
gratitudine. La terra è inesauribile nelle sue manifestazioni di gratuità e
bellezza; di terre il sole ne conterrebbe più di un milione. Di soli se ne
contano centinaia di miliardi nella nostra galassia, e di galassie centinaia di
miliardi nel cosmo conosciuto: con fenomeni sconvolgenti di supernove, buchi
neri con masse da milioni e miliardi di stelle, nebulose in processi fantasmagorici
di aggregazione e disgregazione, campi elettromagnetici e gravitazionali,
soprattutto vuoti abissali. E la luce, messaggero veloce come un lampo che in
un secondo avvolge oltre sette volte il nostro globo, col firmamento racconta
alla nostra brevissima fragilità un passato di inimmaginabili miliardi e
miliardi di anni.
Questa immensità
astrale è una parte minima di quanto l’universo contiene; almeno il restante
95% è materia ed energia oscura, che la scienza ipotizza per spiegare la
rivoluzione delle galassie attorno al loro centro e l’espansione in
accelerazione vertiginosa dell’intero cosmo: le postula senza neppure supporne
il dove e il come. Se un giorno riuscisse a scoprirle e capirle dovrebbe forse rivedere
interamente le teorie e le certezze sull’universo finora conosciuto.
Altro enigma resta la
“localizzazione” dell’antimateria che col big bang si sarebbe generata per
simmetria nella stessa quantità della nostra materia; una questione non
trascurabile dato che un incontro delle due comporterebbe il loro reciproco annichilimento,
la nostra immediata scomparsa. Non irrilevante né fantascientifica è anche l’ipotesi
(suggerita da lacune altrimenti incolmabili dell’attuale astrofisica)
dell’esistenza di altri universi “accanto” al nostro, ovviamente tra loro incomunicabili,
forse innumerevoli, forse infiniti. Tutta questa realtà osservata e postulata
che “mi sovrasta” è – per dirla con Kant – il “cielo stellato sopra di me”.
C’è poi la sfera microscopica
fino al nanometrico considerata dalla meccanica quantistica, che l’abituale classificazione
di piccola non ci autorizza a sottovalutare o contrapporre a un “grande”
presunto, perché si tratta pur sempre del nostro stesso universo percepito
all’inverso. Con la consapevolezza di questa ottica rovesciata nell’equivalenza
delle dimensioni anche quel “sotto” (microscopico) rientra nel “sopra” (macroscopico)
nel senso della reciproca interdipendenza e intellegibilità. Banale è quindi la
posizione intermedia che normalmente l’uomo attribuisce a se stesso in una
immaginaria scala di grandezze fisiche.
Finora il macrocosmo ispezionato
con l’ottica ormai universalmente condivisa della relatività generale sembra
divergere dal bizzarro nanometrico analizzato con l’ottica altrettanto vincente
della fisica dei quanti. L’ambizione della scienza è oggi quindi quella di unificare
o sintonizzare in una sola equazione macro e microcosmo, ma anche le
interazioni fondamentali della fisica. Obiettivo esaltante, anche se ridicola è
la presunzione di poter così disporre della chiave per detronizzare l'Assoluto:
un Assoluto caricaturalmente immaginato piccino piccino, imprigionato nei
nostri schemi concettuali, nelle convenzioni matematiche della nostra effimera cultura.
Un pò di presunzione
sarebbe persino verosimile se le verità scientifiche fossero assolute e non –
come realmente sono – storiche, prospettiche, funzionali spesso all’istinto di
dominio e a interessi di profitto. La conoscenza scientifica è necessariamente induttiva:
della realtà fisica non ci dice cos’è, ma come sembra essere sulla base delle domande
che riesce a porle, pochissime rispetto alle tante possibili nelle innumerevoli
diversità di linguaggi, culture e convenienze. È anch’essa simbolica, comunque
formale. Lo avvertiamo già quando col nostro sguardo neurologicamente tridimensionale
ci confrontiamo con una dimensione in più, ad esempio col tempo del modello
della relatività generale. Per orientarci nell’astrazione matematica non
possiamo non continuare a servirci di raffigurazioni tridimensionali; immaginiamoci
quando formule matematiche più complesse ci prospettano cinque, nove, dodici dimensioni!
La matematica, diventata
con Galileo l’anima della scienza, si fa sempre più sofisticata; indagini sperimentali
con acceleratori e altri strumenti complessi e giganteschi sondano l’estrema profondità
della materia, quella che ci sta accanto, tranquilla e familiare, per farci capire
che il mondo è pluriforme e nulla è scontato. Neppure quello che la stessa
scienza ci racconta e cerca di predirci: fra cinquant’anni nel caso ci sarà
dato di vivere ancora o fra milioni di anni nel caso la fantasia ci consenta
proiezioni così lunghe. Quanto più la scienza progredisce (ed è prodigioso che ciò
avvenga!), tanto più si amplia, accanto al successo delle applicazioni
tecnologiche, il campo degli enigmi irrisolti, degli innumerevoli non ancora
emersi e neppure previsti, delle domande senza risposta o con soluzioni non
sempre compatibili. Per non parlare delle correlate questioni filosofiche su
cui di volta in volta la scienza naturale è tentata di dire la sua senza averne
la competenza.
Il
mondo “fenomenico”
Con una rivoluzione filosofica denominata
“trascendentale”, ben più epocale di quella astronomica copernicana – e che qui
mi permetto di ricordare in forma libera e schematica – Kant ci aiuta a capire
che il mondo fisico non è un’entità autonoma che preceda la nostra conoscenza;
è invece il prodotto della nostra percezione ed elaborazione, innanzitutto mediante
le nostre categorie a priori spazio-temporali, principi di materialità. Significa
che il mondo fisico, quello della nostra visione quotidiana e della scienza, è “fenomenico”
(rispetto a quello “noumenico”, reale), è cioè una nostra rappresentazione. Questo
costruttivismo conoscitivo che mette in crisi ogni realismo ingenuo (di una
realtà fatta di oggetti e di un uomo oggetto tra gli oggetti) è una conquista
definitiva da cui è insensato tornare indietro.
Certo, le categorie a
priori di Kant si ispirano allo spazio e tempo della fisica newtoniana come
contenitori separati, immobili e universali degli eventi; ma il suo dualismo di
fenomeno e noumeno resta valido – come schema – anche dopo il superamento del
rigido spazio-tempo newtoniano in quello relativo e plastico di Einstein.
Ancora. Sempre come schema l’ottica kantiana resta valida anche dopo il rovesciamento
della sua stessa impalcatura metafica operato da Heidegger, da Wittgenstein e
dalle varie forme di ermeneutica, secondo cui il mondo fisico – come quello
immateriale – si trasforma da raffigurazione in “interpretazione” con la magia
del linguaggio fluido e simbolico “in cui abitiamo”. “Non ci sono fatti”,
sostiene Nietzsche, “ma solo interpretazioni, e anche questa è interpretazione”
(Frammenti postumi 1885-1887). È come dire che il mondo materiale (fenomenico) si
spiritualizza con la nostra intelligenza, che è creativa perché comunicativa.
A proposito di
raffigurazione. Il fatto che il mondo esterno non è quello che crediamo di “vedere”
potrebbe spiegarcelo qualsiasi oculista anche senza strumenti filosofici. La
luce riflessa dai presunti oggetti entra nella pupilla, simile all’obiettivo di
una macchina fotografica; con la lente le figure si capovolgono sulla retina,
da dove per reazioni chimiche ed impulsi elettrici si trasmettono codificate al
cervello, che non dispone di sale cinematografiche per la proiezione delle immagini
originarie; vero è che il nostro mondo visivo è il prodotto del nostro processo
conoscitivo, che non ci consente neppure di supporre cosa e come possano essere
gli impulsi di partenza da un presunto “fuori”. Per non parlare dei tempi
neuronali (diversamente compressi, dilatati e poi sincronizzati) che non
corrispondono a quelli di un orologio “esterno”. Da notare ancora che dello
spettro elettromagnetico della luce emanata dai presunti oggetti l’occhio
recepisce una parte infinitesimale. Sulla costruzione del nostro mondo fisico
potrebbero dirci cose analoghe specialisti degli altri organi di senso; e
zoologi potrebbero documentare la nostra parzialità percettiva rispetto ad animali
dotati di organi con tecniche e sensibilità diverse. I neurofisici rilevano
inoltre che il nostro cervello non registra allo stesso modo tutti i dati
sensoriali o stimoli di partenza, ma li seleziona drasticamente secondo
interessi ed emozioni già nell’atto di riceverli, collegarli e memorizzarli. Ovviamente
sotto l’ottica filosofica, quella kantiana, anche il cervello è mondo esterno,
fenomenicamente percepito e “costruito” come qualsiasi altro oggetto.
Fautori dell’oggettivismo
naturalistico chiamano in causa il ruolo della matematica, attribuita alla
realtà fisica come struttura e logica di comportamento: una matematica che garantisce
una esatta conoscenza quantitativa e comparativa dei fenomeni, apre a molte
scoperte ancor prima della loro verifica sperimentale e consente un incredibile
sviluppo della conoscenza e delle sue applicazioni tecnologiche.
Inevitabilmente si pone però la questione sulla natura della stessa matematica:
se sia scoperta oppure invenzione, cioè se l’uomo scopra quella logica nel
mondo oppure se sia lui a trasmetterla al mondo come “prodotto” della sua
conoscenza. Pare logico pensare – come del resto molti matematici autorevoli in
sintonia con Kant pensano – che vere siano l’una e l’altra cosa a seconda del
punto di vista. È come dire che la matematica è struttura del mondo costruito
dal processo conoscitivo.
La
sfera della coscienza
Certamente l’universo fisico vive nella e della nostra coscienza
(intesa come esistere personale), come se di questa fosse il palcoscenico, la
proiezione estensiva, il prolungamento virtuale della sua inafferrabile
dimensione corporea, del multiforme linguaggio espresso o solo pensato, dell’immaginazione
creativa. È anche un fatto che per il significato e il destino del nostro
esistere non sono indispensabili presunte verità definitive sul mondo “esterno”,
che del resto non ci vengono offerte dalla scienza, certamente molto più avara della
coscienza, quest’ultima col suo flusso inesauribile di bellezza e poesia, di
scelte e sentieri da percorrere. Non è pensabile che Francesco d’Assisi e Dante
avrebbero vissuto una vita più piena dopo la rivoluzione astronomica
copernicana, così come Galileo e Newton con la curvatura spaziotemporale di
Einstein… o Einstein con gli approfondimenti contemporanei della fisica
quantistica.
La scienza positiva si
confronta solo con oggetti e fenomeni corporei, anche quando studia l’uomo come
insieme di organi, ormoni e altro, o quando ne analizza il cervello come
sistema di neuroni e sinapsi, di impulsi da localizzare e misurare, di
inconscio e subconsio e di tutto il resto. Quando nella sfera subatomica la
meccanica quantistica crede di superare l’oggettualità considerando le
particelle come relazioni e definendone lo stato e l’azione come dipendenti dall’osservatore,
in realtà l’osservatore coinvolto non è l’uomo come coscienza, ma come “oggetto”
misurante dentro un orizzonte di “oggetti”. Quando la stessa scienza
quantistica sostiene che il tempo “non esiste” (dichiarazione di per sé
affascinante!), in realtà il tempo in questione è un fattore cosificato; non è
quello esistenziale, che attraversa e tesse in ognuno la storia di memorie e progetti,
di parole e metafore che rinviano di significato in significato e ci
trasmettono il senso dell’infinito facendocelo pregustare lungo il cammino.
La coscienza siamo
noi, e in ognuno di noi è relazione, di cui sono incapaci gli oggetti. Ognuno di
noi esiste come relazione orizzontale (con l’altro) e verticale (con l’Assoluto);
sono due ma in una come capacità di trascendere la solitudine ontologica. La
relazione con l’Assoluto è condizione di possibilità dentro la relazione con
l’altro. Un Assoluto che rivelandosi al nostro essere-relazione è improprio
considerare come Sostanza separata; ci appare invece come evento fondante che
ognuno ha il diritto di raffigurarsi e nominare simbolicamente come meglio
crede, ma che è un non-senso negare, perché la solitudine ontologica è astrazione,
regressione nel pre-esistere.
Se la formula che
potrà unificare le teorie fisiche
sul macro e microcosmo e sulle interazioni fondamentali è obiettivo scientifico,
forse un miraggio, decisiva è invece l’equazione che ricompone nell’unità il
dualismo relazionale dell’esistere: „Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo
cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come
te stesso“. Nel Vangelo di Gesù di Nazareth questa formula si esprime nelle
modalità del Discorso della Montagna, dell’essere e non dell’avere o dell’apparire,
dell’apertura incondizionata all’altro come singolarità e come comunità, della
libertà oltre le maschere, del debito di gratitudine per l’esistere che ci
accompagna non col peso di un dovere, ma con la gioia del nostro compimento
creativo. Le modalità sono tutte riconducibili all’essenziale, che non è
dottrina per presuntuosi e arroganti, ma rivelazione per semplici senza calcoli
e preconcetti.
La vera etica non è
una normativa a base metafisica, ma è la stessa vita relazionale come evento, dove
non sono i poli (io - l’altro - l’Assoluto) a caratterizzare la relazione, ma è
la relazione a configurare i poli. L’etica non è qualcosa di destinato ad
essere superato dall’evoluzione biologica e neurogenetica, ma l’opportunità singolare
di riscatto dalla logica della concorrenza selettiva; è la scoperta della
fratellanza da vivere col dono della forza per riuscirci. Non la scienza, ma l’etica
ci richiama scuotendoci personalmente alla più vitale delle evidenze. È quanto
intende Dostoevskij quando fa dire al principe Myskin: “La bellezza salverà il
mondo.” La bellezza non nel senso estetico, ma come valore etico. Per il
cristiano – e Dostoevskij lo era profondamente – significa Redenzione, dove
l’Assoluto nella nostra relazione con l’altro assume il volto umano del Cristo.
“La
bellezza salverà il mondo”
Ricondurre tutto all’etica significa tutt’altro che banalizzare
la complessità della vita. Quel riferimento, apparentemente esile, può ispirare
discipline e trattati, affollare biblioteche di volumi monumentali sull’agire
umano, che è autentico solo se resta appunto ancorato al suo principio
elementare di relazione. Altrimenti la scienza positiva, da ricerca avvincente sul
creato può degenerare nell’oblio dell’esistere; la religione, da testimonianza di
trascendenza può degenerare in dogmatismo e oppressione; la politica, da
servizio degli altri può degenerare in demagogia e affarismo; l’economia, da
gestione del patrimonio comune può degenerare in corruzione e mercificazione
dell’uomo; la finanza, da equa amministrazione può degenerare in speculazione e
dominio; la comunicazione, da informazione e confronto può degenerare in propaganda
e manipolazione; la tecnologia, dalla moltiplicazione delle possibilità può
degenerare in dipendenza e idolatria. Nell’umanità senza etica si alimentano conflittualità
intimidatorie, guerre che non diventano mondiali solo per la rafforzata deterrenza
nucleare, lobby invisibili e mafie ramificate con moltitudini di affiliati e sostenitori,
la sfacciata opulenza dei pochi contro il necessario per la sopravvivenza dei
tanti, i soprusi sui deboli. E prosperano gli sciacalli che si arricchiscono sulla
militarizzazione e l’inquinamento, sulla disoccupazione e il lavoro nero, sulla
droga e la prostituzione minorile, sulla schiavitù degli inermi.
Oggi parlare di bene
comune è diventato di moda, ma attenti alle contraffazioni! Un’etica senza la
componente verticale (relazione con l’Assoluto) non è razionalmente sostenibile
né possibile se non nella forma del buonismo ipocrita e narcisistico; ce lo
dice l’analisi darwiniana dell’evoluzione selvaggia. Ancora. L’etica ontologica
può essere supportata dall’empatia naturale grazie ai cosiddetti neuroni-specchio,
ma l’empatia non è etica. Totalmente diversi sono i piani: l’empatia è un
fenomeno psicologico-organico-genetico, l’etica coinvolge invece la libertà di
ogni irripetibile individuo. Una libertà che non è quella che la scienza
vorrebbe osservare e misurare sui riflessi neuronici o dice di veder
contraddetta dal fatto che le nostre scelte sembrano precedere di qualche
frazione di secondo la loro consapevolezza come se si trattasse di determinismo
o automatismo mascherato. La libertà etica non è neppure quella che la
meccanica quantistica crede di veder negata dal principio di indeterminazione.
La ragione è profonda
e univoca: dipende dal fatto che il piano oggettuale della scienza non è quello
dell’esistere relazionale, che è libero e “sa” di esserlo. Del resto solo sulla
libertà etica può fondarsi la comunità umana; se la si negasse crollerebbe
tutto… e in ognuno e in ogni gruppo varrebbe il diritto alla violenza contro
tutti. La relazione etica interpersonale è la radice della rete parentale,
comunitaria e sociale in ambito locale e internazionale. Senza etica l’umanesimo
anche come parola sarebbe vuoto di senso; vuoto sarebbe anche ogni giudizio di merito
e di valore, ogni utopia; vuoto sarebbe l’auspicio di pace, di convivenza solidale.
Se l’etica non è possibile
senza la componente verticale (da non intendere in senso confessionale), non è
possibile neanche senza la componente orizzontale. Ci ammonisce la Parola
biblica (1Gv 4, 20-21): “Chi dice di amare (=credere in) Dio ma odia suo
fratello è bugiardo!” Se cristiano è chi nello stesso atto ama Dio e il
prossimo, la fede di ognuno non può limitarsi ad una professione verbale, ma deve
interrogarsi nell’interiorità sulla propria coerenza etica. Così chi crede di
essere cristiano potrebbe non esserlo; e viceversa. Il teologo gesuita Karl
Rahner denomina “cristiani anonimi” gli “etici” non confessionali; e “non-cristiani
anonimi” i cristiani professi che non interpretano correttamente il senso delle
loro parole e dei loro comportamenti. Se così fosse – come sembra – la chiesa universale
del Cristo potrebbe non coincidere esattamente con quella istituzionale. In
effetti i più perfidi interlocutori di Gesù di Nazareth sono gli scribi e i farisei
che dicono di credere e si ritengono “giusti”.
“Cielo
stellato” e “legge morale”
Questo discorso etico, radicato nel cristianesimo, è in
piena sintonia anche con la trattazione rigorosamente razionale di Kant. Il
filosofo, per il quale – come già accennato – il mondo fisico è fenomenico, vede
nell’etica (denominata “legge morale”) l’esperienza umana del reale (noumeno).
Proprio per questo Dio, in quanto di per sé non oggettivabile, non è dimostrabile
con la ragion pura; è “testimoniabile” invece solo con la ragion etica. Il
comandamento cristiano dell’amore del prossimo coincide con l’imperativo etico che
anche Kant fonda nell’Assoluto e formula così: “Agisci in modo da trattare
l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine
e mai come mezzo.”
Potrebbe sorprendere allora
che, nonostante la contrapposizione valoriale tra fenomeno e noumeno, Kant ponga
sullo stesso piano come oggetto del suo stupore il “cielo stellato” e la “legge
morale”:
„Due cose
riempiono l’animo di una sempre nuova e crescente ammirazione e timore: il
cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“ (Critica della
ragion pratica, cap. 34). Ma c’è una ragione. Il
fatto che il “cielo stellato”, cioè il mondo fisico e oggettuale, sia
fenomenico non significa che non esista; esiste come rappresentazione con la
sua bellezza straripante, come metafora del trascendente, che solo nel rapporto
etico si vive realmente. Quel mondo fenomenico, che normalmente secondo il
principio di causalità chiamiamo “creato”, creato effettivamente lo è, nel
senso che ci è dato, interamente, anche se le modalità bibliche dell’evento
creativo andrebbero meditate con l’intensità simbolica della poesia.
La scienza partecipa
del fascino della natura che indaga, e così risulta inconcepibile che molti
scienziati del nostro tempo – per autosuggestione – credano di essere quasi inventori
o creatori delle meraviglie che vi scoprono, mentre dovrebbero esserne solo testimoni
o messaggeri. Galileo, fondatore della scienza moderna, e Newton, promotore
dell’astrofisica, entrambi profondamente credenti, affermano di voler cercare
nel mondo le orme del Creatore, con la convinzione che il racconto della
scienza non possa non essere compatibile – nelle diversità espressive – con
quello della fede: Bibbia, tradizione, sacramenti; la metaforicità del
linguaggio decodifica persino l’impalcatura metafisica dei dogmi.
Come il mondo fisico e
la sua scienza, ridondanti di simboli, rinviano all’etica, anche l’etica nella
sua invisibilità fisica si esprime con simboli ispirati al vissuto quotidiano. Le
nostre metafore sulle due sfere sono sempre sfumate ed evocative, come opere
d’arte, aperte ad orizzonti sempre più vasti. Ma in ultima istanza il loro
intreccio simbolico porta alla trascendenza dell’etica.
Affascinati
dall’estrema logica della natura, che del resto è quanto rende possibile la
scienza, parecchi scienziati di oggi, pur dichiarandosi atei o agnostici, sembrano
disposti a riconoscere l’esistenza di un Assoluto come quello di Spinoza, che coincida
con la natura stessa o la inglobi; ma respingono come ingenua l’idea di un Dio personale
come quello biblico o cristiano. Il che sembra in contrasto con le loro stesse
premesse. Il Dio di Spinoza è una entità metafisica di tipo aristotelico,
perfetta, autonoma e – come tale – analizzabile nei suoi “attributi” e “modi”
come, data la presupposta trascendenza di Dio, sarebbe illogico fare. Pensare
invece un Dio persona, ad esempio come Padre – se con ciò non lo si
antropomorfizza – potrebbe significare limitarsi a considerarlo simbolicamente
come fondamento del nostro esistere etico, come polo della nostra relazionalità,
senza la presunzione di poterlo definire nella sua assolutezza. Una visione nell’ottica
umana che pare molto più coerente di quella di una metafisica oggettivante, e
ancor più di una scienza fisica che
adotta l’idea metafisica in versione naturalistica.
Gli scienziati di cui
sopra cadono nella loro semplificazione sviante già quando dei due livelli
kantiani ignorano il “noumeno” per assolutizzare il “fenomeno” come realtà
prima e ultima. Un materialismo che si basa sulla contraddizione concettuale di
dare per scontato quanto si vorrebbe o dovrebbe dimostrare! E così, stando
all’ottimismo scientista, la scienza crescendo dovrebbe svelare ogni mistero,
risolvere ogni problema. Manipolando il genoma umano promette di giungere un
giorno a estirparne persino l’aggressività e rendere obsoleta l’etica. È un
fatto invece che, trattato come oggetto o “materiale umano”, l’uomo diventerà
robot senza relazioni reali, senza identità, macchina destinata ad esprimere la
sua inutilità quando altre macchine artificiali la supereranno in intelligenza
tecnica, quando cioè il produttore diventerà prodotto del proprio prodotto. Dio
non voglia che l’apoteosi del mondo umano si celebri un giorno nella torre o
tomba di Babele!
Sembra che il mito platonico
della caverna valga anche per questa categoria di scienziati, nei quali il
pregiudizio di fondo è ancor più radicato che nell’uomo comune. Sarebbero come “prigionieri”
incatenati e immobili che credono come unica realtà le ombre che vedono proiettate
sulla parete della grotta oscura, incapaci di dar credito a chi, liberandosi
delle catene, vede dietro le spalle dei compagni il fuoco che con la luce produce
l’illusione delle ombre e, varcando la soglia, scopre il Sole, metafora di
bellezza e del bene etico.
Contemplazione
biblica
L’idea contemplativa di Kant sul “cielo stellato” e la “legge
morale” si arricchisce di fascino nella preghiera di lode di Davide.
Sul “cielo stellato” (Salmo 8):
“O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
hai posto sui cieli la tua magnificenza!
Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che vi hai disposto,
che cos’è l’uomo, chè ti ricordi di lui,
o il figlio dell’uomo chè tu ne debba aver cura?
Eppure tu l’hai fatto per poco meno d’Iddio,
l’hai coronato di gloria e maestà,
gli hai dato il dominio dell’opera delle tue mani,
ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi.
O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome per tutta la terra!”
E sulla “legge morale” (Salmo 133):
”Oh quant’è bello e quanto è soave
l’abitare dei fratelli insieme!
È come l’olio sul capo,
che scende sulla barba, sulla barba di Aronne,
e cola sullo scollo dei suoi paramenti.
È come rugiada dell’Hermon
che scende sui monti di Sion;
perché là il Signore largisce la benedizione,
la vita nei secoli.”
Mario Tamponi
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