Ma la Bibbia è
Parola di Dio?
Kant:
Il Vangelo è la fonte da cui scaturisce la nostra
civiltà.
Croce:
Non possiamo non dirci „cristiani“.
Brecht:
La Bibbia è il mio libro preferito!
Verso la propria „terra
promessa“
Per
moltitudini di ogni tempo la Bibbia è Parola di Dio… ma in che senso? La Bibbia
non è teologia per Dio, perchè Dio non ne ha bisogno. Non è neppure teologia
per l’uomo, perchè Dio non è autore di trattati accademici, che all’uomo non
servono. “La Bibbia non è un
sistema di verità”, precisa Hans Urs von Balthasar, “ma è il racconto dell'incontro
di Dio con l’uomo, dell’uomo con Dio.”
Più
verosimilmente la Bibbia – pur scritta da molte penne, in varie epoche e circostanze
e in diversi generi letterari – è il racconto dell’uomo in cammino verso
la propria verità e libertà, cioè verso la „terra promessa“, attraverso le
proprie miserie e aberrazioni, ma sotto lo sguardo paziente di Dio che lo
ammonisce, lo perdona e lo incoraggia. È il percorso in cui ogni uomo di ogni
tempo può e dovrebbe riconoscersi. “Chi legge la Bibbia alla ricerca di errori”, avverte
Charles Spurgeon, “vi trova presto soltanto i propri”, ma utili per imparare a
correggere la rotta. La Bibbia – commenta Giorgio La Pira, storico sindaco
di Firenze – „è la carta di navigazione di ogni uomo (e dei popoli) dove si
intravede da dove vieni, dove sei e dove vai.“.
“La leggo ogni giorno”, racconta Jean Alisson, fuoriclasse del calcio; „per me è come un manuale che mi aiuta sempre: quando le cose vanno bene per non andare fuori strada, quando vanno meno bene per non perdere la fiducia.” E il mitico pianista Duke Ellington: „Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola e la Bibbia; ma alla fine è la Bibbia quella che conta di più. E' l'unico libro che dovremmo avere sempre con noi.“
“La leggo ogni giorno”, racconta Jean Alisson, fuoriclasse del calcio; „per me è come un manuale che mi aiuta sempre: quando le cose vanno bene per non andare fuori strada, quando vanno meno bene per non perdere la fiducia.” E il mitico pianista Duke Ellington: „Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola e la Bibbia; ma alla fine è la Bibbia quella che conta di più. E' l'unico libro che dovremmo avere sempre con noi.“
Dio
è assoluta trascendenza, e così la nostra „terra promessa“, che è la sua „casa“,
si rivela all’uomo in modo parziale e graduale. La lingua biblica quindi non è
speculare, cioè visiva o concettuale, ma metaforica: si articola in simboli e allegorie.
Le metafore bibliche sono immagini dal nostro quotidiano, ma con la proprietà
di introdurci in significati sempre più profondi di ciò che è invisibile e ineffabile.
Sono anche lingua universale, accessibile cioè in luoghi e tempi diversi della storia
umana, un pò come la poesia e la musica.
Le
metafore bibliche sono quindi tutt’altro che rappresentazioni ingenue rispetto,
ad esempio, alla conoscenza scientifica, che si muove nella sfera spazio-temporale
con una funzione diversa, ma complementare. „La Bibbia è la
Parola di Dio, la natura ne è la scrittura“ precisa Galileo Galilei,
sicuramente più credente dei suoi dogmatici accusatori. „La scienza descrive,
la Bibbia spiega“, aggiunge Pierre Castans, chimico. Per Galileo la matematica è
logica numerica (con segni e convenzioni) della materia tangibile; le metafore
bibliche sono invece le parole del mistero dell’esistere che ci avvolge e coinvolge
veicolandoci significato. Per Didier Decoin „la Bibbia è una fantastica lettera
d’amore per farci capire che Dio ci ama e che cosa noi possiamo fare della
nostra vita.“
Anche
Platone, sommo filosofo e poeta della classicità, si serve di metafore (che lui
chiama miti) per spiegare ai discepoli e a se stesso le proprie intuizioni sull’Assoluto
e sull’uomo, sul senso del sapere e della vita. La grande letteratura e arte
dell’umanità è piena di metafore. Ma la profondità del simbolismo biblico, che
culmina nelle parabole evangeliche, va ben oltre ogni espressione filosofica e
letteraria. E ispira a sua volta innumerevoli e impareggiabili capolavori artistici
e musicali per propagarne in ogni tempo la magica bellezza.
La
Divina Commedia ad esempio, ispirata dalla Bibbia, si arricchisce di ulteriori
figure allegoriche. Così l’arte di Michelangelo che, volendo rappresentare
eventi del Vecchio e Nuovo Testamento, ne inventa liberamente la raffigurazione
con la propria fantasia teologica. La visione dell’universo e dell’infinito di
Giordano Bruno intende esaltare la trascendenza di Dio con immagini e proiezioni
stupende, che non dovrebbero mai consentire l’intrusione di un tribunale per
sentenze di ortodossia o eresia, tantomeno per la condanna a morte di un
mistico sognatore.
La
sacralità musicale di Bach, Mozart, Beethoven e dei tanti da loro ispirati
oltrepassa i confini di Messe, Requiem e Alleluia per diffondersi e contagiare
anche il profano. In rappresentanza di Giotto, Leonardo, Caravaggio, Dalì e di altri
centomila dell‘ambito figurativo Chagall confessa: „Da sempre la Bibbia mi riempie di visioni sul destino del mondo. Nei tempi
del dubbio la sua grandezza e la sua sublime saggezza poetica mi danno
conforto. Per me è come una una seconda natura. È la più grande fonte di poesia
di tutti i tempi. È una risonanza della natura e dei suoi segreti.”
L‘ingresso
dell’amore nella storia
Il
percorso biblico culmina nel Nuovo Testamento col Vangelo, dove la „terra
promessa“ non è più quella ambita da possedere e governare, ma si focalizza nel
regno universale dell’amore: proclamato, vissuto e mediato dal Dio incarnato,
crocifisso e risorto. Questo prodigio, intravisto nel Vecchio Testamento come
profezia nebulosa, si attua nel Cristo, che è quindi il filo conduttore anche retrospettivo
dell‘intera Bibbia, il principio della sua credibilità.
Henri-Marie de
Lubac si esprime così: “Il contenuto molteplice delle Scritture sparse lungo i
secoli dell'attesa viene interamente a raccogliersi per compiersi, illuminarsi
e trascendersi nel Cristo.”
E
Jean Daniélou:
„L'abisso tra Antico e Nuovo
Testamento è quello che esiste tra l'annuncio di un qualcosa e la sua realtà.”
Nel
Vangelo l’essere-biblico si concretizza in un solo comandamento: „Ama Dio come il
tuo Signore e il prossimo tuo come te stesso“. Sono le due facce dell‘unico imperativo
che potrebbe tradursi così: „Ama Dio nel tuo fratello“: dove la dimensione
verticale dello spirito si congiunge con quella orizzontale. Lo ribadisce per
contrasto un altro passo del Nuovo Testamento: „Chi dice di amare Dio e odia
suo fratello è bugiardo“ (1.Gv 4,20). Ciò significa che non ha senso il dualismo
di fede e amore, ma che la fede è contenuta nell’amore. Il messaggio biblico non
è quindi una ingegnosa idea letteraria o una geniale costruzione filosofica. Nel
mondo umano prima e fuori della Bibbia l’amore può essere inteso al massimo
come empatia naturale o come improbabile regola di convenienza. La Bibbia nel
Cristo lo intende invece come relazione fondamentale dell‘uomo con ogni altro
nella comunità umana, come la sua stessa identità ontologica. Questo ingresso
dell’amore nella nostra storia significa la nostra rigenerazione e il nostro futuro.
In
questo senso la Bibbia è Parola di Dio. Ed è in questo senso che, come Abraham
Lincoln sottolinea, „la Bibbia è il più grande dono che Dio abbia fatto all'umanità.”
È
un fatto che non esiste altro libro o manifesto che neppure lontanemente presuma
di poter affermare e fare altrettanto. Dell’amore umano nessuno ha saputo esprimerne
con analoga precisione e plasticità l’origine e la funzione. Il Vangelo invece lo
spiega e lo rende possibile nella nostra vita come incontro di terra e cielo,
di presente e futuro, come armonia dei tanti livelli e risvolti del nostro
esistere, dalla coscienza fino all’oscura profondità della psiche. In una
formula elementare e personale il Vangelo condensa e supera tutto il precedente
e parallelo complesso di leggi e precetti morali senz‘anima. „Ciò di cui mi meraviglio sempre“, osserva il medico e filosofo Albert
Schweitzer, „è che nel mondo ci siano più di trenta milioni di leggi per
cercare di attuare i dieci comandamenti“, anzi l’unico comandamento dell’amore.
E Mahatma Gandhi: “Rispetto
al Vecchio Testamento il Nuovo mi fa tutt'altra impressione; il Discorso della Montagna mi va dritto al cuore.”
Nell’intreccio
egocentrico e selettivo della società si potrebbe pensare che l’amore evangelico,
tradito troppo spesso dagli stessi „eletti“, sia pura utopia. Forse, ma qui utopia
non significa fantasia, fuga dalla realtà. Significa piuttosto trascendenza,
nel senso che l’amore, quello disinteressato perchè ontologico, non può essere prodotto
umano, ma opera di Dio tra gli uomini se l’uomo lo consente. Non si tratta di
un presunto annuncio statistico di una vistosa, esteriore conversione del mondo,
ma dell’unica condizione per ridare senso alla nostra creatività e al nostro
dolore, per ricreare nell’intimo del nostro esistere natura e storia. Capirlo
non è facile. Dio ha provato a rendercelo comprensibile „inventando“ un
racconto scenico, quello biblico, che si svolge per tappe e non a parole. Perchè
neppure una evidenza verbale e concettuale può rovesciare la vita. Può farlo
soltanto la vita stessa convertendo la propria conflittualità in fraternità
universale col concorso del Dio creatore.
La
Bibbia non è un libro di lettura, ma di vita. La Parola di Dio è energia
invisibile che trasmettendosi all’uomo lo cambia. Secondo la politica Ingrid
Betancourt „la Parola di Dio ci coinvolge quando la sentiamo per quello che è: nostra,
vera, reale. Così ha trasformato profondamente la mia vita: oggi il mio tempo non è quello di
prima.” E Andrè Gide commenta: „La Parola del Cristo non si
esaurisce, ma resta da scoprire perché è sempre nuova… ed è una promessa
infinita.“
La Bibbia letta dai filosofi
La Parola di Dio è riconosciuta come faro di saggezza e
fiaccola di libertà anche da innumerevoli luminari e colonne del pensiero umano.
„Se voglio allietare, alimentare e rafforzare il mio
cuore“, scrive l’illuminista Immanuel Kant, „allora non mi addentro nelle
tortuose questioni della filosofia, ma prendo il Nuovo Testamento. Vi trovo
dentro una chiarezza infinitamente più grande e una verità ben più profonda di
quella di tutti i trattati di tutti i filosofi messi insieme.“
E Johann Fichte: „La Bibbia contiene la saggezza più
penetrante e sublime, e presenta punti di arrivo a cui tutti i filosofi alla
fin fine dovranno tornare.“
„Il sigillo
della verità che si trova nel Vangelo“, riconosce Jean-Jacques Rousseau, „è così
sorprendente e inimitabile che il suo inventore dovrebbe essere più grande del
suo eroe.“
Per Wilhelm
Friedrich Hegel “in nessun luogo si trovano espressioni rivoluzionarie
come nel Vangelo.“
Mahatma Gandhi esorta i cristiani a vedere nel Vangelo
„non solo un pezzo di buona letteratura, ma un documento con sufficiente
dinamite per ribaltare la storia e portare pace a questo mondo dilaniato dalle
guerre.“ E aggiunge: “Mi è accaduto molte volte di non sapere che partito
prendere; allora mi sono rivolto al Vangelo e vi ho attinto la forza necessaria.“
Dichiara Dietrich Bonhoeffer prima di essere
assassinato dai nazisti nel campo di Flossenbürg: „Credo che solo la Bibbia sia
la risposta a tutte le nostre domande e che noi con la dovuta umiltà dovremmo
solo porle domande per riceverne le risposte.“
„Personalmente torno sempre al Vangelo“, conferma
Henri-Louis Bergson, filosofo e scrittore; „lo considero la mia vera patria
spirituale“.
Singolare la
confessione del nostro Pier Paolo Pasolini: „Come spesso mi accade di fare,
apro a caso la Bibbia e leggo il primo versetto che mi capita sotto gli occhi
per consultare quello che potrei chiamare lo spirito del mio destino,
l‘imparziale e spietato parere di Dio.
Naturalmente non sbaglia mai. Qualsiasi versetto io
legga calza sempre alla perfezione al mio caso con una precisione che mi
agghiaccia.“
Una delle riflessioni di Jorge Luis Borges: „Alla letteratura potrebbero bastare tre grandi storie: l’Iliade, l’Odissea e i Vangeli. Gli uomini hanno continuato a raccontarle e adattarle, ma queste storie sono sempre là, inesauribili. Ci si potrebbe immaginare che qualcuno le riscriva fra mille o diecimila anni. Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: La storia del Cristo, credo, non la si può raccontare meglio di come lo è in queste poche pagine.“
Una delle riflessioni di Jorge Luis Borges: „Alla letteratura potrebbero bastare tre grandi storie: l’Iliade, l’Odissea e i Vangeli. Gli uomini hanno continuato a raccontarle e adattarle, ma queste storie sono sempre là, inesauribili. Ci si potrebbe immaginare che qualcuno le riscriva fra mille o diecimila anni. Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: La storia del Cristo, credo, non la si può raccontare meglio di come lo è in queste poche pagine.“
La nostra comune identità
Nel solo Antico Testamento il popolo ebraico ritrova la
sua piena, solida identità, che lo compatta spiritualmente e creativamente pur nella
sua dispersione da diaspora. L’intera Sacra Scrittura col Nuovo Testamento
ispira la nostra millenaria cultura occidentale col suo variegato universo
linguistico già dalle origini (come in Italia con Dante o in Germania con
Lutero), con le sue innumerevoli opere artistiche e musicali, con i contrapposti
sistemi di pensiero, con le molteplici strutture politiche e produttive nel
fascino pesaggistico e urbanistico di piazze e chiese, di castelli e abbazie –
attraverso l’epoca feudale, rinascimentale, romantica e illuministica, le ricorrenti
rivoluzioni culturali e sociali. Nei periodi di cooperazione e di conflitto
armato. Nelle esplosive riforme innovatrici e nei regimi di assolutismo,
oscurantismo e intolleranza… ma dove la componente di male viene sempre dall’uomo,
come nel racconto veterotestamentario del „popolo eletto“. Dal Dio biblico-evangelico
viene solo il richiamo all’amore, al rispetto della pari dignità di ogni
persona, al principio della „inviolabilità della dignità umana“, inserito anche
nella carta delle Nazioni Unite e nelle costituzioni di molti paesi. L’amore
per l’uomo dovrebbe essere l’unico metro per discernere e misurare le componenti
di evoluzione e involuzione morale che nella storia umana si intrecciano e spesso
si confondono. (Mt 13, 24-30)
„Il Vangelo è
la fonte da cui scaturisce la nostra civiltà“, sentenzia il sommo filosofo
della modernità, Immanuel Kant, di rigorosa fede protestante.
Con lui concordano giganti
anche della letturatura mondiale, come Fjodor Dostoevskij, di profonda fede
cristiana: “La Bibbia“, egli scrive, “appartiene a tutti, ai credenti e agli
atei in uguale misura: è il libro
dell'umanità!” Con ciò intende – e molti altri con lui – che la Bibbia è l’unico grande orizzonte della nostra cultura spirituale, per
cui anche i non-credenti vi navigano dentro. È come il grembo comune prima
ancora che si differenzi nelle parole, nelle immagini e nelle idee che genera e
ispira.
In un trattato del 1942 il nostro Benedetto Croce, filosofo
laico, scrive che „tutti noi, credenti e non credenti, non possiamo non dirci
cristiani“. E lo motiva cosi: „Il Cristianesimo
ha compiuto nel centro della nostra anima e della nostra coscienza morale una rivoluzione
di una inedita e indelebile qualità spirituale.“ E giunge a
sostenere che questo nobile fondamento identitario della nostra civiltà, da non
confondere con le deviazioni teocratiche e clericali, dovrebbe essere ufficialmente
riconosciuto e dichiarato nelle istituzioni europree e occidentali. Non farlo
significa condannarsi alla condizione di orfani, di smarrimento in un variopinto
mondo globale. Tra l’altro il nostro ideale identitario, se non
strumentalizzato e deviato, dovrebbe promuovere dialogo e cooperazione, e
accrescere la nostra forza e coesione.
Col complesso di orfano invece alcuni esibizionisti di
oggi per un pugno di „like“ sui social discreditano metodicamente la Sacra
Scrittura con argomenti impropri e carenti di logica. Uno, ad esempio, proprio nel
ruolo ambìto di „divulgatore logico“ pubblica testualmente che la Bibbia traboccherebbe
„di assurdità scientifiche,
contraddizioni logiche, falsità storiche,
sciocchezze umane, perversioni
etiche e
bruttezze letterarie”… e suggerisce quindi di „leggerla per perdere la fede“. Un
altro chiude il discorso senza neppure aprirlo (ma per ritornarci
continuamente!) giurando che dai suoi approfondimenti linguistici risulterebbe
che „la Bibbia non parla mai di Dio“ e che quindi le centinaia di traduzioni in
circolazione sarebbero manipolazioni editoriali.
A questi aspiranti napoleoni si potrebbe contrapporre Napoleone
Bonaparte in persona, quello vero, con la sua storica confessione: „Sul mio
tavolo tengo il Vangelo, il libro per eccellenza. Non mi stanco di rileggerlo, e
ogni giorno con lo stesso piacere.“
Gli si potrebbe contrapporre anche un „ateo“ (reale o
presunto) più intelligente, come Bertolt Brecht, che ammette: „Eppure la Bibbia
è il mio libro preferito!“
La fede di Einstein
Per chiudere una breve nota sul caso Albert Einstein,
di tradizione ebraica, che, pur non condividendo il linguaggio biblico perchè
troppo antropomorfico (metaforico!), riconosce il Dio trascendente ed evidenzia
il dovere del servizio del prossimo. Contrariamente a chi per banale
convenzione di bandiera lo considera ateo, Einstein dichiara: „La mia
religiosità è una modesta ammirazione dello spirito infinitamente superiore che
si rivela in quel poco che possiamo comprendere della realtà. Chi non è in
grado di provare stupore o sorpresa vive con gli occhi spenti.“ E sulla
solidarietà umana aggiunge: „Il nostro compito è quello di estendere la nostra
compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella
sua infinita bellezza.“
Con ciò è in piana sintonia con la religiosità
biblico-cristiana, probabilmente anche per riflesso condizionato. Del resto la
metafora religiosa (che egli non accetta) non è importante in sè, ma per quello
che significa (che accetta). Altro riflesso condizionato: Einstein ammira i
grandi scienziati del suo rango, come Isaac Newton, architetto matematico della
cosmica gravitazione universale, ma che confessa di essere più interessato allo
studio della Bibbia che alla ricerca scientifica. Einstein ammira anche – con
gratitudine – il quasi contemporaneo James Clerk Maxwell, autore geniale delle
leggi sul campo elettromagnetico e la propagazione della luce, senza le quali
le teorie einsteiniane della relatività speciale e generale sarebbero persino
inconcepibili. Anche Maxwell è di profonda fede cristiana.
In Einstein il suggestivo e singolare spirito di
osservazione e interpretazione del mondo
dovrebbe essere una attenuante rispetto alla sua
scarsa familiarità con la metafora di religione ebraica. Eppure, pensandoci
bene, persino l’universo fisico dalle sconfinate galassie agli
ultramicroscopici fotoni potrebbe essere per il mistero del nostro esistere una
metafora stupenda.
Mario Tamponi (23.7.2020)
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