Donnerstag, 23. Juli 2020

Ma la Bibbia è Parola di Dio?


Ma la Bibbia è Parola di Dio?
Kant: Il Vangelo è la fonte da cui scaturisce la nostra civiltà.
Croce: Non possiamo non dirci „cristiani“.
Brecht: La Bibbia è il mio libro preferito!


Verso la propria „terra promessa“

Per moltitudini di ogni tempo la Bibbia è Parola di Dio… ma in che senso? La Bibbia non è teologia per Dio, perchè Dio non ne ha bisogno. Non è neppure teologia per l’uomo, perchè Dio non è autore di trattati accademici, che all’uomo non servono. “La Bibbia non è un sistema di verità”, precisa Hans Urs von Balthasar, “ma è il racconto dell'incontro di Dio con l’uomo, dell’uomo con Dio.”

Più verosimilmente la Bibbia – pur scritta da molte penne, in varie epoche e circostanze e in diversi generi letterari – è il racconto dell’uomo in cammino verso la propria verità e libertà, cioè verso la „terra promessa“, attraverso le proprie miserie e aberrazioni, ma sotto lo sguardo paziente di Dio che lo ammonisce, lo perdona e lo incoraggia. È il percorso in cui ogni uomo di ogni tempo può e dovrebbe riconoscersi. “Chi legge la Bibbia alla ricerca di errori”, avverte Charles Spurgeon, “vi trova presto soltanto i propri”, ma utili per imparare a correggere la rotta. La Bibbia – commenta Giorgio La Pira, storico sindaco di Firenze – „è la carta di navigazione di ogni uomo (e dei popoli) dove si intravede da dove vieni, dove sei e dove vai.“.
“La leggo ogni giorno”, racconta Jean Alisson, fuoriclasse del calcio; „per me è come un manuale che mi aiuta sempre: quando le cose vanno bene per non andare fuori strada, quando vanno meno bene per non perdere la fiducia.” E il mitico pianista Duke Ellington: „Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola e la Bibbia; ma alla fine è la Bibbia quella che conta di più. E' l'unico libro che dovremmo avere sempre con noi.“

Dio è assoluta trascendenza, e così la nostra „terra promessa“, che è la sua „casa“, si rivela all’uomo in modo parziale e graduale. La lingua biblica quindi non è speculare, cioè visiva o concettuale, ma metaforica: si articola in simboli e allegorie. Le metafore bibliche sono immagini dal nostro quotidiano, ma con la proprietà di introdurci in significati sempre più profondi di ciò che è invisibile e ineffabile. Sono anche lingua universale, accessibile cioè in luoghi e tempi diversi della storia umana, un pò come la poesia e la musica.

Le metafore bibliche sono quindi tutt’altro che rappresentazioni ingenue rispetto, ad esempio, alla conoscenza scientifica, che si muove nella sfera spazio-temporale con una funzione diversa, ma complementare. „La Bibbia è la Parola di Dio, la natura ne è la scrittura“ precisa Galileo Galilei, sicuramente più credente dei suoi dogmatici accusatori. „La scienza descrive, la Bibbia spiega“, aggiunge Pierre Castans, chimico. Per Galileo la matematica è logica numerica (con segni e convenzioni) della materia tangibile; le metafore bibliche sono invece le parole del mistero dell’esistere che ci avvolge e coinvolge veicolandoci significato. Per Didier Decoin „la Bibbia è una fantastica lettera d’amore per farci capire che Dio ci ama e che cosa noi possiamo fare della nostra vita.“

Anche Platone, sommo filosofo e poeta della classicità, si serve di metafore (che lui chiama miti) per spiegare ai discepoli e a se stesso le proprie intuizioni sull’Assoluto e sull’uomo, sul senso del sapere e della vita. La grande letteratura e arte dell’umanità è piena di metafore. Ma la profondità del simbolismo biblico, che culmina nelle parabole evangeliche, va ben oltre ogni espressione filosofica e letteraria. E ispira a sua volta innumerevoli e impareggiabili capolavori artistici e musicali per propagarne in ogni tempo la magica bellezza.

La Divina Commedia ad esempio, ispirata dalla Bibbia, si arricchisce di ulteriori figure allegoriche. Così l’arte di Michelangelo che, volendo rappresentare eventi del Vecchio e Nuovo Testamento, ne inventa liberamente la raffigurazione con la propria fantasia teologica. La visione dell’universo e dell’infinito di Giordano Bruno intende esaltare la trascendenza di Dio con immagini e proiezioni stupende, che non dovrebbero mai consentire l’intrusione di un tribunale per sentenze di ortodossia o eresia, tantomeno per la condanna a morte di un mistico sognatore.
La sacralità musicale di Bach, Mozart, Beethoven e dei tanti da loro ispirati oltrepassa i confini di Messe, Requiem e Alleluia per diffondersi e contagiare anche il profano. In rappresentanza di Giotto, Leonardo, Caravaggio, Dalì e di altri centomila dell‘ambito figurativo Chagall confessa: „Da sempre la Bibbia mi riempie di visioni sul destino del mondo. Nei tempi del dubbio la sua grandezza e la sua sublime saggezza poetica mi danno conforto. Per me è come una una seconda natura. È la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. È una risonanza della natura e dei suoi segreti.”


L‘ingresso dell’amore nella storia

Il percorso biblico culmina nel Nuovo Testamento col Vangelo, dove la „terra promessa“ non è più quella ambita da possedere e governare, ma si focalizza nel regno universale dell’amore: proclamato, vissuto e mediato dal Dio incarnato, crocifisso e risorto. Questo prodigio, intravisto nel Vecchio Testamento come profezia nebulosa, si attua nel Cristo, che è quindi il filo conduttore anche retrospettivo dell‘intera Bibbia, il principio della sua credibilità.
Henri-Marie de Lubac si esprime così: “Il contenuto molteplice delle Scritture sparse lungo i secoli dell'attesa viene interamente a raccogliersi per compiersi, illuminarsi e trascendersi nel Cristo.”
E Jean Daniélou: L'abisso tra Antico e Nuovo Testamento è quello che esiste tra l'annuncio di un qualcosa e la sua realtà.”

Nel Vangelo l’essere-biblico si concretizza in un solo comandamento: „Ama Dio come il tuo Signore e il prossimo tuo come te stesso“. Sono le due facce dell‘unico imperativo che potrebbe tradursi così: „Ama Dio nel tuo fratello“: dove la dimensione verticale dello spirito si congiunge con quella orizzontale. Lo ribadisce per contrasto un altro passo del Nuovo Testamento: „Chi dice di amare Dio e odia suo fratello è bugiardo“ (1.Gv 4,20). Ciò significa che non ha senso il dualismo di fede e amore, ma che la fede è contenuta nell’amore. Il messaggio biblico non è quindi una ingegnosa idea letteraria o una geniale costruzione filosofica. Nel mondo umano prima e fuori della Bibbia l’amore può essere inteso al massimo come empatia naturale o come improbabile regola di convenienza. La Bibbia nel Cristo lo intende invece come relazione fondamentale dell‘uomo con ogni altro nella comunità umana, come la sua stessa identità ontologica. Questo ingresso dell’amore nella nostra storia significa la nostra rigenerazione e il nostro futuro.
In questo senso la Bibbia è Parola di Dio. Ed è in questo senso che, come Abraham Lincoln sottolinea, „la Bibbia è il più grande dono che Dio abbia fatto all'umanità.”

È un fatto che non esiste altro libro o manifesto che neppure lontanemente presuma di poter affermare e fare altrettanto. Dell’amore umano nessuno ha saputo esprimerne con analoga precisione e plasticità l’origine e la funzione. Il Vangelo invece lo spiega e lo rende possibile nella nostra vita come incontro di terra e cielo, di presente e futuro, come armonia dei tanti livelli e risvolti del nostro esistere, dalla coscienza fino all’oscura profondità della psiche. In una formula elementare e personale il Vangelo condensa e supera tutto il precedente e parallelo complesso di leggi e precetti morali senz‘anima. „Ciò di cui mi meraviglio sempre“, osserva il medico e filosofo Albert Schweitzer, „è che nel mondo ci siano più di trenta milioni di leggi per cercare di attuare i dieci comandamenti“, anzi l’unico comandamento dell’amore. E Mahatma Gandhi: “Rispetto al Vecchio Testamento il Nuovo mi fa tutt'altra impressione; il Discorso della Montagna mi va dritto al cuore.”

Nell’intreccio egocentrico e selettivo della società si potrebbe pensare che l’amore evangelico, tradito troppo spesso dagli stessi „eletti“, sia pura utopia. Forse, ma qui utopia non significa fantasia, fuga dalla realtà. Significa piuttosto trascendenza, nel senso che l’amore, quello disinteressato perchè ontologico, non può essere prodotto umano, ma opera di Dio tra gli uomini se l’uomo lo consente. Non si tratta di un presunto annuncio statistico di una vistosa, esteriore conversione del mondo, ma dell’unica condizione per ridare senso alla nostra creatività e al nostro dolore, per ricreare nell’intimo del nostro esistere natura e storia. Capirlo non è facile. Dio ha provato a rendercelo comprensibile „inventando“ un racconto scenico, quello biblico, che si svolge per tappe e non a parole. Perchè neppure una evidenza verbale e concettuale può rovesciare la vita. Può farlo soltanto la vita stessa convertendo la propria conflittualità in fraternità universale col concorso del Dio creatore.

La Bibbia non è un libro di lettura, ma di vita. La Parola di Dio è energia invisibile che trasmettendosi all’uomo lo cambia. Secondo la politica Ingrid Betancourt „la Parola di Dio ci coinvolge quando la sentiamo per quello che è: nostra, vera, reale. Così ha trasformato profondamente la mia vita: oggi il mio tempo non è quello di prima.” E Andrè Gide commenta: „La Parola del Cristo non si esaurisce, ma resta da scoprire perché è sempre nuova… ed è una promessa infinita.“


La Bibbia letta dai filosofi

La Parola di Dio è riconosciuta come faro di saggezza e fiaccola di libertà anche da innumerevoli luminari e colonne del pensiero umano.
„Se voglio allietare, alimentare e rafforzare il mio cuore“, scrive l’illuminista Immanuel Kant, „allora non mi addentro nelle tortuose questioni della filosofia, ma prendo il Nuovo Testamento. Vi trovo dentro una chiarezza infinitamente più grande e una verità ben più profonda di quella di tutti i trattati di tutti i filosofi messi insieme.“ 
E Johann Fichte: „La Bibbia contiene la saggezza più penetrante e sublime, e presenta punti di arrivo a cui tutti i filosofi alla fin fine dovranno tornare.“

 „Il sigillo della verità che si trova nel Vangelo“, riconosce Jean-Jacques Rousseau, „è così sorprendente e inimitabile che il suo inventore dovrebbe essere più grande del suo eroe.“
Per Wilhelm Friedrich Hegel “in nessun luogo si trovano espressioni rivoluzionarie come nel Vangelo.“
Mahatma Gandhi esorta i cristiani a vedere nel Vangelo „non solo un pezzo di buona letteratura, ma un documento con sufficiente dinamite per ribaltare la storia e portare pace a questo mondo dilaniato dalle guerre.“ E aggiunge: “Mi è accaduto molte volte di non sapere che partito prendere; allora mi sono rivolto al Vangelo e vi ho attinto la forza necessaria.“

Dichiara Dietrich Bonhoeffer prima di essere assassinato dai nazisti nel campo di Flossenbürg: „Credo che solo la Bibbia sia la risposta a tutte le nostre domande e che noi con la dovuta umiltà dovremmo solo porle domande per riceverne le risposte.“
„Personalmente torno sempre al Vangelo“, conferma Henri-Louis Bergson, filosofo e scrittore; „lo considero la mia vera patria spirituale“.  

Singolare la confessione del nostro Pier Paolo Pasolini: „Come spesso mi accade di fare, apro a caso la Bibbia e leggo il primo versetto che mi capita sotto gli occhi per consultare quello che potrei chiamare lo spirito del mio destino, l‘imparziale e spietato parere di Dio.
Naturalmente non sbaglia mai. Qualsiasi versetto io legga calza sempre alla perfezione al mio caso con una precisione che mi agghiaccia.“
Una delle riflessioni di Jorge Luis Borges: „Alla letteratura potrebbero bastare tre grandi storie: l’Iliade, l’Odissea e i Vangeli. Gli uomini hanno continuato a raccontarle e adattarle, ma queste storie sono sempre là, inesauribili. Ci si potrebbe immaginare che qualcuno le riscriva fra mille o diecimila anni. Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: La storia del Cristo, credo, non la si può raccontare meglio di come lo è in queste poche pagine.“


La nostra comune identità

Nel solo Antico Testamento il popolo ebraico ritrova la sua piena, solida identità, che lo compatta spiritualmente e creativamente pur nella sua dispersione da diaspora. L’intera Sacra Scrittura col Nuovo Testamento ispira la nostra millenaria cultura occidentale col suo variegato universo linguistico già dalle origini (come in Italia con Dante o in Germania con Lutero), con le sue innumerevoli opere artistiche e musicali, con i contrapposti sistemi di pensiero, con le molteplici strutture politiche e produttive nel fascino pesaggistico e urbanistico di piazze e chiese, di castelli e abbazie – attraverso l’epoca feudale, rinascimentale, romantica e illuministica, le ricorrenti rivoluzioni culturali e sociali. Nei periodi di cooperazione e di conflitto armato. Nelle esplosive riforme innovatrici e nei regimi di assolutismo, oscurantismo e intolleranza… ma dove la componente di male viene sempre dall’uomo, come nel racconto veterotestamentario del „popolo eletto“. Dal Dio biblico-evangelico viene solo il richiamo all’amore, al rispetto della pari dignità di ogni persona, al principio della „inviolabilità della dignità umana“, inserito anche nella carta delle Nazioni Unite e nelle costituzioni di molti paesi. L’amore per l’uomo dovrebbe essere l’unico metro per discernere e misurare le componenti di evoluzione e involuzione morale che nella storia umana si intrecciano e spesso si confondono. (Mt 13, 24-30)

 „Il Vangelo è la fonte da cui scaturisce la nostra civiltà“, sentenzia il sommo filosofo della modernità, Immanuel Kant, di rigorosa fede protestante.
Con lui concordano giganti anche della letturatura mondiale, come Fjodor Dostoevskij, di profonda fede cristiana: “La Bibbia“, egli scrive, “appartiene a tutti, ai credenti e agli atei in uguale misura: è il libro dell'umanità!” Con ciò intende – e molti altri con lui – che la Bibbia è l’unico grande orizzonte della nostra cultura spirituale, per cui anche i non-credenti vi navigano dentro. È come il grembo comune prima ancora che si differenzi nelle parole, nelle immagini e nelle idee che genera e ispira.

In un trattato del 1942 il nostro Benedetto Croce, filosofo laico, scrive che „tutti noi, credenti e non credenti, non possiamo non dirci cristiani“. E lo motiva cosi: „Il Cristianesimo ha compiuto nel centro della nostra anima e della nostra coscienza morale una rivoluzione di una inedita e indelebile qualità spirituale.“ E giunge a sostenere che questo nobile fondamento identitario della nostra civiltà, da non confondere con le deviazioni teocratiche e clericali, dovrebbe essere ufficialmente riconosciuto e dichiarato nelle istituzioni europree e occidentali. Non farlo significa condannarsi alla condizione di orfani, di smarrimento in un variopinto mondo globale. Tra l’altro il nostro ideale identitario, se non strumentalizzato e deviato, dovrebbe promuovere dialogo e cooperazione, e accrescere la nostra forza e coesione.

Col complesso di orfano invece alcuni esibizionisti di oggi per un pugno di „like“ sui social discreditano metodicamente la Sacra Scrittura con argomenti impropri e carenti di logica. Uno, ad esempio, proprio nel ruolo ambìto di „divulgatore logico“ pubblica testualmente che la Bibbia traboccherebbe „di assurdità scientifiche, contraddizioni logichefalsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie”… e suggerisce quindi di „leggerla per perdere la fede“. Un altro chiude il discorso senza neppure aprirlo (ma per ritornarci continuamente!) giurando che dai suoi approfondimenti linguistici risulterebbe che „la Bibbia non parla mai di Dio“ e che quindi le centinaia di traduzioni in circolazione sarebbero manipolazioni editoriali.  
A questi aspiranti napoleoni si potrebbe contrapporre Napoleone Bonaparte in persona, quello vero, con la sua storica confessione: „Sul mio tavolo tengo il Vangelo, il libro per eccellenza. Non mi stanco di rileggerlo, e ogni giorno con lo stesso piacere.“
Gli si potrebbe contrapporre anche un „ateo“ (reale o presunto) più intelligente, come Bertolt Brecht, che ammette: „Eppure la Bibbia è il mio libro preferito!“


La fede di Einstein

Per chiudere una breve nota sul caso Albert Einstein, di tradizione ebraica, che, pur non condividendo il linguaggio biblico perchè troppo antropomorfico (metaforico!), riconosce il Dio trascendente ed evidenzia il dovere del servizio del prossimo. Contrariamente a chi per banale convenzione di bandiera lo considera ateo, Einstein dichiara: „La mia religiosità è una modesta ammirazione dello spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che possiamo comprendere della realtà. Chi non è in grado di provare stupore o sorpresa vive con gli occhi spenti.“ E sulla solidarietà umana aggiunge: „Il nostro compito è quello di estendere la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua infinita bellezza.“

Con ciò è in piana sintonia con la religiosità biblico-cristiana, probabilmente anche per riflesso condizionato. Del resto la metafora religiosa (che egli non accetta) non è importante in sè, ma per quello che significa (che accetta). Altro riflesso condizionato: Einstein ammira i grandi scienziati del suo rango, come Isaac Newton, architetto matematico della cosmica gravitazione universale, ma che confessa di essere più interessato allo studio della Bibbia che alla ricerca scientifica. Einstein ammira anche – con gratitudine – il quasi contemporaneo James Clerk Maxwell, autore geniale delle leggi sul campo elettromagnetico e la propagazione della luce, senza le quali le teorie einsteiniane della relatività speciale e generale sarebbero persino inconcepibili. Anche Maxwell è di profonda fede cristiana.

In Einstein il suggestivo e singolare spirito di osservazione e interpretazione del mondo
dovrebbe essere una attenuante rispetto alla sua scarsa familiarità con la metafora di religione ebraica. Eppure, pensandoci bene, persino l’universo fisico dalle sconfinate galassie agli ultramicroscopici fotoni potrebbe essere per il mistero del nostro esistere una metafora stupenda.

Mario Tamponi (23.7.2020)

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