Che cos`è il tempo?
Lezione magistrale di Sant’Agostino (398 d.C.)
(dalle Confessioni, cap. XI)
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Introduzione (Mario Tamponi)
Il tempo è il problema dei problemi.
Einstein lo percepisce relativo rispetto a velocità e
campi gravitazionali;
nel nanometrico la meccanica quantistica lo scopre
inesistente.
Le due interpretazioni sono geniali, ma nell’ambito fisico,
cosmico.
Più profonda e fondante è la dimensione esistenziale del
tempo,
sintonizzato cioè con la nostra coscienza e col
mistero della vita.
Del tempo esistenziale non esiste nella storia del
pensiero umano
analisi più logica e coinvolgente di quella di Sant’Agostino
(354-430 d.C.),
che ci consente di superare l’ottica acritica di ogni materialismo
(„materia“ è spazio-temporalità)
e di cogliere il senso dell‘eterno. mt
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Premessa (Mario Tamponi)
Cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Se Dio ha creato il mondo, chi ha
creato Dio e – in un processo all’infinito – chi ha creato il creatore del
creatore di Dio? Agostino parte da queste domande ingenue del senso comune per
giungere ad una rigorosa analisi del tempo. Se la sua riflessione di tanti
secoli fa illuminasse intellettuali e scienziati di oggi, ne risparmierebbe parecchi
da assurdità pseudofilosofiche fatte passare come sensate. Si pensi, ad
esempio, a Stephen Hawking, brillante studioso del big bang e dei buchi neri,
ma che nega Dio solo perchè ingannato anche lui dal banalissimo circolo vizioso
di Dio e dei suoi creatori. mt
AGOSTINO: Tutte le cose lodano il loro
creatore. Ma tu, o Dio, come creasti il cielo e la terra? Non certo in cielo e
in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell'aria o nell'acqua, che pure
appartengono al cielo e alla terra. Non creasti l'universo nell'universo, non esistendo
lo spazio ove crearlo prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un
elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso se non
fosse stato creato da te per crearne altri? Ed esiste qualcosa se non perché
esisti tu? Dunque tu parlasti e le cose furono create; con la tua parola le
creasti. (…) Quale magnificenza, Signore,
le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza! Essa è il principio, e
in quel principio creasti il cielo e la terra. (…)
Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti
tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre
presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno
passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni
non finiscono mai. (…) Non
ci fu dunque un tempo durante il quale non avresti fatto nulla, perché il tempo
stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, perchè tu sei
stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo.
Lezione di Agostino sul tempo
Ma cos'è il
tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga,
non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi,
non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un
tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due
quindi di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che
il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse
sempre presente senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità.
Se dunque il presente per essere tempo deve tradursi in passato, come possiamo
dire anche di esso che esiste se la ragione per cui esiste è che non esisterà?
Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto
tende a non esistere.
Eppure parliamo
di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un
tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno
futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è,
supponi, di dieci giorni prima, e breve è il futuro di dieci giorni dopo. Ma
come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro
non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo
dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. (…)
Perché questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato o
quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una
cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più e dunque non
poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire
del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla che sia stato lungo
dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel
tempo presente perché, mentre era presente, era lungo. Allora non era già
passato così da non essere; era una cosa che poteva essere lunga. Appena
passato invece cessò all'istante di essere lungo, perché cessò di essere.
Consideriamo dunque se il tempo presente può essere lungo. Cento anni
presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento
anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente; ma gli
altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il
secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo è presente, tutti gli altri sono
futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento che si supponga
presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni
non potranno essere tutti presenti.
Considera ora se almeno quell'unico che è in corso è presente. Se è in
corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se è in corso il
secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure
l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, un anno non è
presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi,
qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono
passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un
giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l'ultimo, tutti gli
altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e
futuri.
Ecco cos'è il tempo presente, l'unico che trovavamo possibile chiamare
lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per
bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è tutto presente. Le
ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la
prima di esse tutte le altre sono future, per l'ultima passate, per qualunque
delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest'unica ora
si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è
passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di
tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di
momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro
al passato da non avere una pur minima durata. Qualunque durata avesse,
diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna
estensione.
Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non
diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora per poter essere lungo;
bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora
futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla che possa essere lungo; se
sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad
essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con
le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.
Eppure noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro,
definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto
l'uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o
triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale
misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra
percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora
esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare
l'inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo
passare; passato, non può, perché non è.
Chi vorrà dirmi che non sono tre
i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il
passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente poiché gli altri
due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un
luogo occulto allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un
luogo occulto allorché da presente diviene passato? In verità chi predisse il
futuro dove lo vide se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è.
Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse
con l'immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun
modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato
sono.
Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non
riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma
presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche
là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non
sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già
dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate
dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i
sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo
passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine
nel tempo presente poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo
anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come
già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso di non saperlo.
So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale
meditazione è presente, mentre non lo è ancora l'atto premeditato, poiché
futuro. Solo quando l'avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare
il premeditato, allora esisterà l'atto, poiché allora non sarà futuro, ma
presente.
Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo
non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è non è futuro, ma presente, e
così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose ancora
inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni già esistenti.
Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno
predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta
già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca
qualche esempio l'innumerevole massa dei fatti. Se osservo l'aurora,
preannuncio la levata del sole. L'oggetto della mia osservazione è presente;
quello della mia predizione è futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la
sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata
senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l'aurora che
vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l'immagine
nel mio animo: queste due cose si vedono presenti per poter definire in
anticipo quell'evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora e, se non
esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta
del presente, che già esiste e si può vedere. (…)
Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto
dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto
dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente,
presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo
nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il
presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. Mi si
permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi
ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro,
secondo l'espressione abusiva entrata nell'uso. Si dica pure così: vedete, non
vi bado, non contrasto né biasimo nessuno purché si comprenda ciò che si dice:
che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente;
per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.
Ho detto poc'anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo
dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga
quanto quella; oppure, misurandola, possiamo indicare qualsiasi altro rapporto
fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo
passaggio. Se mi si chiedesse: "Come lo sai?", risponderei: "Lo
so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato
né il futuro". Il tempo presente, poi, come lo misuriamo se non ha
estensione? Lo si misura mentre passa; passato non lo si misura perché non vi
sarà nulla da misurare.
Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non
può passare che dal futuro attraverso il presente verso il passato, ossia da
ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è
più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non
parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del
genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque
misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non
è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione
inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più,
non si misura. (…) È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare
contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue
impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo.
L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo
il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano,
per produrla; è quanto misuro allorché misuro il tempo. E questo è dunque il
tempo o non è il tempo che misuro. (…)
Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come
crescerebbe il passato, che non è più, se non per l'esistenza nello spirito,
autore di questa operazione, dei tre momenti: dell'attesa, dell'attenzione e
della memoria? Così l'oggetto dell'attesa, fatto oggetto dell'attenzione, passa
nella memoria. Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già
nello spirito l'attesa del futuro. E chi nega che il passato non esiste più?
Tuttavia esiste ancora nello spirito la memoria del passato. E chi nega che il
tempo presente manca di estensione, essendo un punto che passa? Tuttavia
perdura l'attenzione, davanti alla quale corre verso la sua scomparsa ciò che
vi appare. Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è
l'attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un
lungo passato è la memoria lunga di un passato.
Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell'inizio la mia
attesa si protende verso l'intera canzone; dopo l'inizio, con i brani che vado
consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L'energia vitale
dell'azione è distesa verso la memoria per ciò che ho detto e verso l'attesa
per ciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si
traduce in passato. Via via che si compie questa azione, di tanto si abbrevia
l'attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l'attesa si esaurisce quando
l'azione è finita ed è passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per
la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per
ciascuna delle sue sillabe, come pure per un'azione più lunga, di cui la
canzone non fosse che una particella; per l'intera vita dell'uomo, di cui sono
parti tutte le azioni dell'uomo; e infine per l'intera storia dei figli
degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini. (…)
A cura di Mario
Tamponi
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