Dienstag, 7. Juli 2020

Dal “cielo stellato” alla “legge morale”


Dal “cielo stellato” alla “legge morale”
Lo stupore della metafora cosmica e del nostro destino

„Due cose riempiono l’animo di una sempre nuova
e crescente ammirazione e timore:
il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“
(Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, cap. 34)

Riflessioni di Mario Tamponi

Il “cielo stellato”
Non è solo un capolavoro da contemplazione estetica, il cielo stellato è anche un palcoscenico profondo e inquietante. Lo era già nel quinto secolo avanti Cristo per Talete, il pioniere della filosofia occidentale, che per la voglia di guardare in alto finisce col cadere nel pozzo. Dalla servetta di allora, che nel vederlo scoppia in una ironica risata, e dai benpensanti di sempre quel curioso viene declassato alla categoria dei romantici distratti. È invece il saggio che di fronte alle stelle sente l’irrilevanza del pozzo.
Noi ci accorgiamo del sole col rinnovarsi del suggestivo, banalissimo fenomeno dell’eclissi, ma poi non ce ne curiamo quasi mai nonostante continui ad essere la nostra fonte primaria di vita, di luce ed energia; davanti al suo splendore di mezzogiorno i nostri arcaici progenitori si prostravano in ginocchio con sentimenti di venerazione e gratitudine. La terra è inesauribile nelle sue manifestazioni di gratuità e bellezza; di terre il sole ne conterrebbe più di un milione. Di soli se ne contano centinaia di miliardi nella nostra galassia, e di galassie centinaia di miliardi nel cosmo conosciuto: con fenomeni sconvolgenti di supernove, buchi neri con masse da milioni e miliardi di stelle, nebulose in processi fantasmagorici di aggregazione e disgregazione, campi elettromagnetici e gravitazionali, soprattutto vuoti abissali. E la luce, messaggero veloce come un lampo che in un secondo avvolge oltre sette volte il nostro globo, col firmamento racconta alla nostra brevissima fragilità un passato di inimmaginabili miliardi e miliardi di anni.
Questa immensità astrale è una parte minima di quanto l’universo contiene; almeno il restante 95% è materia ed energia oscura, che la scienza ipotizza per spiegare la rivoluzione delle galassie attorno al loro centro e l’espansione in accelerazione vertiginosa dell’intero cosmo: le postula senza neppure supporne il dove e il come. Se un giorno riuscisse a scoprirle e capirle dovrebbe forse rivedere interamente le teorie e le certezze sull’universo finora conosciuto.
Altro enigma resta la “localizzazione” dell’antimateria che col big bang si sarebbe generata per simmetria nella stessa quantità della nostra materia; una questione non trascurabile dato che un incontro delle due comporterebbe il loro reciproco annichilimento, la nostra immediata scomparsa. Non irrilevante né fantascientifica è anche l’ipotesi (suggerita da lacune altrimenti incolmabili dell’attuale astrofisica) dell’esistenza di altri universi “accanto” al nostro, ovviamente tra loro incomunicabili, forse innumerevoli, forse infiniti. Tutta questa realtà osservata e postulata che “mi sovrasta” è – per dirla con Kant – il “cielo stellato sopra di me”.
C’è poi la sfera microscopica fino al nanometrico considerata dalla meccanica quantistica, che l’abituale classificazione di piccola non ci autorizza a sottovalutare o contrapporre a un “grande” presunto, perché si tratta pur sempre del nostro stesso universo percepito all’inverso. Con la consapevolezza di questa ottica rovesciata nell’equivalenza delle dimensioni anche quel “sotto” (microscopico) rientra nel “sopra” (macroscopico) nel senso della reciproca interdipendenza e intellegibilità. Banale è quindi la posizione intermedia che normalmente l’uomo attribuisce a se stesso in una immaginaria scala di grandezze fisiche.
Finora il macrocosmo ispezionato con l’ottica ormai universalmente condivisa della relatività generale sembra divergere dal bizzarro nanometrico analizzato con l’ottica altrettanto vincente della fisica dei quanti. L’ambizione della scienza è oggi quindi quella di unificare o sintonizzare in una sola equazione macro e microcosmo, ma anche le interazioni fondamentali della fisica. Obiettivo esaltante, anche se ridicola è la presunzione di poter così disporre della chiave per detronizzare l'Assoluto: un Assoluto caricaturalmente immaginato piccino piccino, imprigionato nei nostri schemi concettuali, nelle convenzioni matematiche della nostra effimera cultura.
Un pò di presunzione sarebbe persino verosimile se le verità scientifiche fossero assolute e non – come realmente sono – storiche, prospettiche, funzionali spesso all’istinto di dominio e a interessi di profitto. La conoscenza scientifica è necessariamente induttiva: della realtà fisica non ci dice cos’è, ma come sembra essere sulla base delle domande che riesce a porle, pochissime rispetto alle tante possibili nelle innumerevoli diversità di linguaggi, culture e convenienze. È anch’essa simbolica, comunque formale. Lo avvertiamo già quando col nostro sguardo neurologicamente tridimensionale ci confrontiamo con una dimensione in più, ad esempio col tempo del modello della relatività generale. Per orientarci nell’astrazione matematica non possiamo non continuare a servirci di raffigurazioni tridimensionali; immaginiamoci quando formule matematiche più complesse ci prospettano cinque, nove, dodici dimensioni!
La matematica, diventata con Galileo l’anima della scienza, si fa sempre più sofisticata; indagini sperimentali con acceleratori e altri strumenti complessi e giganteschi sondano l’estrema profondità della materia, quella che ci sta accanto, tranquilla e familiare, per farci capire che il mondo è pluriforme e nulla è scontato. Neppure quello che la stessa scienza ci racconta e cerca di predirci: fra cinquant’anni nel caso ci sarà dato di vivere ancora o fra milioni di anni nel caso la fantasia ci consenta proiezioni così lunghe. Quanto più la scienza progredisce (ed è prodigioso che ciò avvenga!), tanto più si amplia, accanto al successo delle applicazioni tecnologiche, il campo degli enigmi irrisolti, degli innumerevoli non ancora emersi e neppure previsti, delle domande senza risposta o con soluzioni non sempre compatibili. Per non parlare delle correlate questioni filosofiche su cui di volta in volta la scienza naturale è tentata di dire la sua senza averne la competenza.

Il mondo “fenomenico”
Con una rivoluzione filosofica denominata “trascendentale”, ben più epocale di quella astronomica copernicana – e che qui mi permetto di ricordare in forma libera e schematica – Kant ci aiuta a capire che il mondo fisico non è un’entità autonoma che preceda la nostra conoscenza; è invece il prodotto della nostra percezione ed elaborazione, innanzitutto mediante le nostre categorie a priori spazio-temporali, principi di materialità. Significa che il mondo fisico, quello della nostra visione quotidiana e della scienza, è “fenomenico” (rispetto a quello “noumenico”, reale), è cioè una nostra rappresentazione. Questo costruttivismo conoscitivo che mette in crisi ogni realismo ingenuo (di una realtà fatta di oggetti e di un uomo oggetto tra gli oggetti) è una conquista definitiva da cui è insensato tornare indietro.
Certo, le categorie a priori di Kant si ispirano allo spazio e tempo della fisica newtoniana come contenitori separati, immobili e universali degli eventi; ma il suo dualismo di fenomeno e noumeno resta valido – come schema – anche dopo il superamento del rigido spazio-tempo newtoniano in quello relativo e plastico di Einstein. Ancora. Sempre come schema l’ottica kantiana resta valida anche dopo il rovesciamento della sua stessa impalcatura metafica operato da Heidegger, da Wittgenstein e dalle varie forme di ermeneutica, secondo cui il mondo fisico – come quello immateriale – si trasforma da raffigurazione in “interpretazione” con la magia del linguaggio fluido e simbolico “in cui abitiamo”. “Non ci sono fatti”, sostiene Nietzsche, “ma solo interpretazioni, e anche questa è interpretazione” (Frammenti postumi 1885-1887). È come dire che il mondo materiale (fenomenico) si spiritualizza con la nostra intelligenza, che è creativa perché comunicativa.
A proposito di raffigurazione. Il fatto che il mondo esterno non è quello che crediamo di “vedere” potrebbe spiegarcelo qualsiasi oculista anche senza strumenti filosofici. La luce riflessa dai presunti oggetti entra nella pupilla, simile all’obiettivo di una macchina fotografica; con la lente le figure si capovolgono sulla retina, da dove per reazioni chimiche ed impulsi elettrici si trasmettono codificate al cervello, che non dispone di sale cinematografiche per la proiezione delle immagini originarie; vero è che il nostro mondo visivo è il prodotto del nostro processo conoscitivo, che non ci consente neppure di supporre cosa e come possano essere gli impulsi di partenza da un presunto “fuori”. Per non parlare dei tempi neuronali (diversamente compressi, dilatati e poi sincronizzati) che non corrispondono a quelli di un orologio “esterno”. Da notare ancora che dello spettro elettromagnetico della luce emanata dai presunti oggetti l’occhio recepisce una parte infinitesimale. Sulla costruzione del nostro mondo fisico potrebbero dirci cose analoghe specialisti degli altri organi di senso; e zoologi potrebbero documentare la nostra parzialità percettiva rispetto ad animali dotati di organi con tecniche e sensibilità diverse. I neurofisici rilevano inoltre che il nostro cervello non registra allo stesso modo tutti i dati sensoriali o stimoli di partenza, ma li seleziona drasticamente secondo interessi ed emozioni già nell’atto di riceverli, collegarli e memorizzarli. Ovviamente sotto l’ottica filosofica, quella kantiana, anche il cervello è mondo esterno, fenomenicamente percepito e “costruito” come qualsiasi altro oggetto.
Fautori dell’oggettivismo naturalistico chiamano in causa il ruolo della matematica, attribuita alla realtà fisica come struttura e logica di comportamento: una matematica che garantisce una esatta conoscenza quantitativa e comparativa dei fenomeni, apre a molte scoperte ancor prima della loro verifica sperimentale e consente un incredibile sviluppo della conoscenza e delle sue applicazioni tecnologiche. Inevitabilmente si pone però la questione sulla natura della stessa matematica: se sia scoperta oppure invenzione, cioè se l’uomo scopra quella logica nel mondo oppure se sia lui a trasmetterla al mondo come “prodotto” della sua conoscenza. Pare logico pensare – come del resto molti matematici autorevoli in sintonia con Kant pensano – che vere siano l’una e l’altra cosa a seconda del punto di vista. È come dire che la matematica è struttura del mondo costruito dal processo conoscitivo.

La sfera della coscienza
Certamente l’universo fisico vive nella e della nostra coscienza (intesa come esistere personale), come se di questa fosse il palcoscenico, la proiezione estensiva, il prolungamento virtuale della sua inafferrabile dimensione corporea, del multiforme linguaggio espresso o solo pensato, dell’immaginazione creativa. È anche un fatto che per il significato e il destino del nostro esistere non sono indispensabili presunte verità definitive sul mondo “esterno”, che del resto non ci vengono offerte dalla scienza, certamente molto più avara della coscienza, quest’ultima col suo flusso inesauribile di bellezza e poesia, di scelte e sentieri da percorrere. Non è pensabile che Francesco d’Assisi e Dante avrebbero vissuto una vita più piena dopo la rivoluzione astronomica copernicana, così come Galileo e Newton con la curvatura spaziotemporale di Einstein… o Einstein con gli approfondimenti contemporanei della fisica quantistica.
La scienza positiva si confronta solo con oggetti e fenomeni corporei, anche quando studia l’uomo come insieme di organi, ormoni e altro, o quando ne analizza il cervello come sistema di neuroni e sinapsi, di impulsi da localizzare e misurare, di inconscio e subconsio e di tutto il resto. Quando nella sfera subatomica la meccanica quantistica crede di superare l’oggettualità considerando le particelle come relazioni e definendone lo stato e l’azione come dipendenti dall’osservatore, in realtà l’osservatore coinvolto non è l’uomo come coscienza, ma come “oggetto” misurante dentro un orizzonte di “oggetti”. Quando la stessa scienza quantistica sostiene che il tempo “non esiste” (dichiarazione di per sé affascinante!), in realtà il tempo in questione è un fattore cosificato; non è quello esistenziale, che attraversa e tesse in ognuno la storia di memorie e progetti, di parole e metafore che rinviano di significato in significato e ci trasmettono il senso dell’infinito facendocelo pregustare lungo il cammino.
La coscienza siamo noi, e in ognuno di noi è relazione, di cui sono incapaci gli oggetti. Ognuno di noi esiste come relazione orizzontale (con l’altro) e verticale (con l’Assoluto); sono due ma in una come capacità di trascendere la solitudine ontologica. La relazione con l’Assoluto è condizione di possibilità dentro la relazione con l’altro. Un Assoluto che rivelandosi al nostro essere-relazione è improprio considerare come Sostanza separata; ci appare invece come evento fondante che ognuno ha il diritto di raffigurarsi e nominare simbolicamente come meglio crede, ma che è un non-senso negare, perché la solitudine ontologica è astrazione, regressione nel pre-esistere.
Se la formula che potrà unificare le teorie fisiche sul macro e microcosmo e sulle interazioni fondamentali è obiettivo scientifico, forse un miraggio, decisiva è invece l’equazione che ricompone nell’unità il dualismo relazionale dell’esistere: „Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso“. Nel Vangelo di Gesù di Nazareth questa formula si esprime nelle modalità del Discorso della Montagna, dell’essere e non dell’avere o dell’apparire, dell’apertura incondizionata all’altro come singolarità e come comunità, della libertà oltre le maschere, del debito di gratitudine per l’esistere che ci accompagna non col peso di un dovere, ma con la gioia del nostro compimento creativo. Le modalità sono tutte riconducibili all’essenziale, che non è dottrina per presuntuosi e arroganti, ma rivelazione per semplici senza calcoli e preconcetti.
La vera etica non è una normativa a base metafisica, ma è la stessa vita relazionale come evento, dove non sono i poli (io - l’altro - l’Assoluto) a caratterizzare la relazione, ma è la relazione a configurare i poli. L’etica non è qualcosa di destinato ad essere superato dall’evoluzione biologica e neurogenetica, ma l’opportunità singolare di riscatto dalla logica della concorrenza selettiva; è la scoperta della fratellanza da vivere col dono della forza per riuscirci. Non la scienza, ma l’etica ci richiama scuotendoci personalmente alla più vitale delle evidenze. È quanto intende Dostoevskij quando fa dire al principe Myskin: “La bellezza salverà il mondo.” La bellezza non nel senso estetico, ma come valore etico. Per il cristiano – e Dostoevskij lo era profondamente – significa Redenzione, dove l’Assoluto nella nostra relazione con l’altro assume il volto umano del Cristo.

“La bellezza salverà il mondo”
Ricondurre tutto all’etica significa tutt’altro che banalizzare la complessità della vita. Quel riferimento, apparentemente esile, può ispirare discipline e trattati, affollare biblioteche di volumi monumentali sull’agire umano, che è autentico solo se resta appunto ancorato al suo principio elementare di relazione. Altrimenti la scienza positiva, da ricerca avvincente sul creato può degenerare nell’oblio dell’esistere; la religione, da testimonianza di trascendenza può degenerare in dogmatismo e oppressione; la politica, da servizio degli altri può degenerare in demagogia e affarismo; l’economia, da gestione del patrimonio comune può degenerare in corruzione e mercificazione dell’uomo; la finanza, da equa amministrazione può degenerare in speculazione e dominio; la comunicazione, da informazione e confronto può degenerare in propaganda e manipolazione; la tecnologia, dalla moltiplicazione delle possibilità può degenerare in dipendenza e idolatria. Nell’umanità senza etica si alimentano conflittualità intimidatorie, guerre che non diventano mondiali solo per la rafforzata deterrenza nucleare, lobby invisibili e mafie ramificate con moltitudini di affiliati e sostenitori, la sfacciata opulenza dei pochi contro il necessario per la sopravvivenza dei tanti, i soprusi sui deboli. E prosperano gli sciacalli che si arricchiscono sulla militarizzazione e l’inquinamento, sulla disoccupazione e il lavoro nero, sulla droga e la prostituzione minorile, sulla schiavitù degli inermi.
Oggi parlare di bene comune è diventato di moda, ma attenti alle contraffazioni! Un’etica senza la componente verticale (relazione con l’Assoluto) non è razionalmente sostenibile né possibile se non nella forma del buonismo ipocrita e narcisistico; ce lo dice l’analisi darwiniana dell’evoluzione selvaggia. Ancora. L’etica ontologica può essere supportata dall’empatia naturale grazie ai cosiddetti neuroni-specchio, ma l’empatia non è etica. Totalmente diversi sono i piani: l’empatia è un fenomeno psicologico-organico-genetico, l’etica coinvolge invece la libertà di ogni irripetibile individuo. Una libertà che non è quella che la scienza vorrebbe osservare e misurare sui riflessi neuronici o dice di veder contraddetta dal fatto che le nostre scelte sembrano precedere di qualche frazione di secondo la loro consapevolezza come se si trattasse di determinismo o automatismo mascherato. La libertà etica non è neppure quella che la meccanica quantistica crede di veder negata dal principio di indeterminazione.
La ragione è profonda e univoca: dipende dal fatto che il piano oggettuale della scienza non è quello dell’esistere relazionale, che è libero e “sa” di esserlo. Del resto solo sulla libertà etica può fondarsi la comunità umana; se la si negasse crollerebbe tutto… e in ognuno e in ogni gruppo varrebbe il diritto alla violenza contro tutti. La relazione etica interpersonale è la radice della rete parentale, comunitaria e sociale in ambito locale e internazionale. Senza etica l’umanesimo anche come parola sarebbe vuoto di senso; vuoto sarebbe anche ogni giudizio di merito e di valore, ogni utopia; vuoto sarebbe l’auspicio di pace, di convivenza solidale.  
Se l’etica non è possibile senza la componente verticale (da non intendere in senso confessionale), non è possibile neanche senza la componente orizzontale. Ci ammonisce la Parola biblica (1Gv 4, 20-21): “Chi dice di amare (=credere in) Dio ma odia suo fratello è bugiardo!” Se cristiano è chi nello stesso atto ama Dio e il prossimo, la fede di ognuno non può limitarsi ad una professione verbale, ma deve interrogarsi nell’interiorità sulla propria coerenza etica. Così chi crede di essere cristiano potrebbe non esserlo; e viceversa. Il teologo gesuita Karl Rahner denomina “cristiani anonimi” gli “etici” non confessionali; e “non-cristiani anonimi” i cristiani professi che non interpretano correttamente il senso delle loro parole e dei loro comportamenti. Se così fosse – come sembra – la chiesa universale del Cristo potrebbe non coincidere esattamente con quella istituzionale. In effetti i più perfidi interlocutori di Gesù di Nazareth sono gli scribi e i farisei che dicono di credere e si ritengono “giusti”.

“Cielo stellato” e “legge morale”
Questo discorso etico, radicato nel cristianesimo, è in piena sintonia anche con la trattazione rigorosamente razionale di Kant. Il filosofo, per il quale – come già accennato – il mondo fisico è fenomenico, vede nell’etica (denominata “legge morale”) l’esperienza umana del reale (noumeno). Proprio per questo Dio, in quanto di per sé non oggettivabile, non è dimostrabile con la ragion pura; è “testimoniabile” invece solo con la ragion etica. Il comandamento cristiano dell’amore del prossimo coincide con l’imperativo etico che anche Kant fonda nell’Assoluto e formula così: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai come mezzo.”
Potrebbe sorprendere allora che, nonostante la contrapposizione valoriale tra fenomeno e noumeno, Kant ponga sullo stesso piano come oggetto del suo stupore il “cielo stellato” e la “legge morale”: „Due cose riempiono l’animo di una sempre nuova e crescente ammirazione e timore: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“ (Critica della ragion pratica, cap. 34). Ma c’è una ragione. Il fatto che il “cielo stellato”, cioè il mondo fisico e oggettuale, sia fenomenico non significa che non esista; esiste come rappresentazione con la sua bellezza straripante, come metafora del trascendente, che solo nel rapporto etico si vive realmente. Quel mondo fenomenico, che normalmente secondo il principio di causalità chiamiamo “creato”, creato effettivamente lo è, nel senso che ci è dato, interamente, anche se le modalità bibliche dell’evento creativo andrebbero meditate con l’intensità simbolica della poesia.
La scienza partecipa del fascino della natura che indaga, e così risulta inconcepibile che molti scienziati del nostro tempo – per autosuggestione – credano di essere quasi inventori o creatori delle meraviglie che vi scoprono, mentre dovrebbero esserne solo testimoni o messaggeri. Galileo, fondatore della scienza moderna, e Newton, promotore dell’astrofisica, entrambi profondamente credenti, affermano di voler cercare nel mondo le orme del Creatore, con la convinzione che il racconto della scienza non possa non essere compatibile – nelle diversità espressive – con quello della fede: Bibbia, tradizione, sacramenti; la metaforicità del linguaggio decodifica persino l’impalcatura metafisica dei dogmi.
Come il mondo fisico e la sua scienza, ridondanti di simboli, rinviano all’etica, anche l’etica nella sua invisibilità fisica si esprime con simboli ispirati al vissuto quotidiano. Le nostre metafore sulle due sfere sono sempre sfumate ed evocative, come opere d’arte, aperte ad orizzonti sempre più vasti. Ma in ultima istanza il loro intreccio simbolico porta alla trascendenza dell’etica.
Affascinati dall’estrema logica della natura, che del resto è quanto rende possibile la scienza, parecchi scienziati di oggi, pur dichiarandosi atei o agnostici, sembrano disposti a riconoscere l’esistenza di un Assoluto come quello di Spinoza, che coincida con la natura stessa o la inglobi; ma respingono come ingenua l’idea di un Dio personale come quello biblico o cristiano. Il che sembra in contrasto con le loro stesse premesse. Il Dio di Spinoza è una entità metafisica di tipo aristotelico, perfetta, autonoma e – come tale – analizzabile nei suoi “attributi” e “modi” come, data la presupposta trascendenza di Dio, sarebbe illogico fare. Pensare invece un Dio persona, ad esempio come Padre – se con ciò non lo si antropomorfizza – potrebbe significare limitarsi a considerarlo simbolicamente come fondamento del nostro esistere etico, come polo della nostra relazionalità, senza la presunzione di poterlo definire nella sua assolutezza. Una visione nell’ottica umana che pare molto più coerente di quella di una metafisica oggettivante, e ancor più di una  scienza fisica che adotta l’idea metafisica in versione naturalistica.
Gli scienziati di cui sopra cadono nella loro semplificazione sviante già quando dei due livelli kantiani ignorano il “noumeno” per assolutizzare il “fenomeno” come realtà prima e ultima. Un materialismo che si basa sulla contraddizione concettuale di dare per scontato quanto si vorrebbe o dovrebbe dimostrare! E così, stando all’ottimismo scientista, la scienza crescendo dovrebbe svelare ogni mistero, risolvere ogni problema. Manipolando il genoma umano promette di giungere un giorno a estirparne persino l’aggressività e rendere obsoleta l’etica. È un fatto invece che, trattato come oggetto o “materiale umano”, l’uomo diventerà robot senza relazioni reali, senza identità, macchina destinata ad esprimere la sua inutilità quando altre macchine artificiali la supereranno in intelligenza tecnica, quando cioè il produttore diventerà prodotto del proprio prodotto. Dio non voglia che l’apoteosi del mondo umano si celebri un giorno nella torre o tomba di Babele!
Sembra che il mito platonico della caverna valga anche per questa categoria di scienziati, nei quali il pregiudizio di fondo è ancor più radicato che nell’uomo comune. Sarebbero come “prigionieri” incatenati e immobili che credono come unica realtà le ombre che vedono proiettate sulla parete della grotta oscura, incapaci di dar credito a chi, liberandosi delle catene, vede dietro le spalle dei compagni il fuoco che con la luce produce l’illusione delle ombre e, varcando la soglia, scopre il Sole, metafora di bellezza e del bene etico.

Contemplazione biblica
L’idea contemplativa di Kant sul “cielo stellato” e la “legge morale” si arricchisce di fascino nella preghiera di lode di Davide.

Sul “cielo stellato” (Salmo 8):
“O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
hai posto sui cieli la tua magnificenza!
Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che vi hai disposto,
che cos’è l’uomo, chè ti ricordi di lui,
o il figlio dell’uomo chè tu ne debba aver cura?
Eppure tu l’hai fatto per poco meno d’Iddio,
l’hai coronato di gloria e maestà,
gli hai dato il dominio dell’opera delle tue mani,
ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi.
O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome per tutta la terra!”

E sulla “legge morale” (Salmo 133):
”Oh quant’è bello e quanto è soave
l’abitare dei fratelli insieme!
È come l’olio sul capo,
che scende sulla barba, sulla barba di Aronne,
e cola sullo scollo dei suoi paramenti.
È come rugiada dell’Hermon
che scende sui monti di Sion;
perché là il Signore largisce la benedizione,
la vita nei secoli.”

Mario Tamponi

L'eclissi di una leggenda.


L’eclissi di una leggenda.
Monica Vitti verso i novanta 


Versatile, drammatica e ironica, Monica Vitti è una protagonista tra le più autentiche del nostro cinema.

Una suggestione analoga, più infantile e passeggera, l’avevo vissuta già ai tempi delle elementari in Sardegna con Brigitte Bardot, che andavo a vedere furtivamente al cinematografo del villaggio vicino. Al ragazzetto che ero, appariva come un‘eroina da sognare, e la sognavo come una intraprendente sorella maggiore o una zia disinibita in contrasto col monotono mondo femminile di famiglia e di paese.

Monica Vitti si accampò più tardi nel mio immaginario giovanile diventato più riflessivo. Film di Antonioni come L’avventura, La notte, L’eclissi e Deserto rosso erano la più coinvolgente rappresentazione dell‘esistenzialismo che amavo. In quei racconti scenici mi colpivano gli ambienti stilizzati e verniciati con i colori dell’anima, l‘inquietudine diffusa che era della società e della mia età, soprattutto l‘interpretazione a tutto campo di Monica Vitti con la sua sensibilità tra fierezza sovrana e femminilità indifesa, con lo sguardo penetrante e smarrito, con la voce roca.

Mi sembrava che in lei non ci fosse nulla di finto. Anche in ruoli non autobiografici c‘era sempre la sua storia con i suoi drammi e la sua bravura. „Fra la mia vita e il mio lavoro“ – mi confidò lei stessa parecchi anni dopo – „non c’è separazione. La rappresentazione è una componente vitale della mia esistenza: dove finisce la rappresentazione finisce anche la mia realtà. Per questo svolgo il mio mestiere con estremo rigore e molta pulizia“. Nei miei anni universitari a Torino nella mia funzione di conduttore di cineforum per studenti, intellettuali e operai inserivo quasi sempre tra i classici di Fellini, Bergmann, Truffaut e Godard anche le produzioni di Antonioni, soprattutto per il ruolo singolare della protagonista che affascinava tutti, come una volta Anna Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren nel clima del neorealismo da dopoguerra.

Destino volle che un giorno a Berlino, nel febbraio del 1984, incontrassi per una intervista Monica Vitti in persona; la Berlinale le aveva appena conferito l’Orso d’argento per la sua interpretazione in „Flirt“, realizzato col suo nuovo compagno di vita Roberto Russo. Mi fissò l‘appuntamento all’Hotel Kempinski e mi accolse in vestaglia e senza trucco all‘ora del primo caffè nella camera condivisa anche dall’amico. Lei si accomodò a gambe incrociate al centro del grande letto lasciandomi l’opportunità senza alternativa di sedermi al bordo. Sicuramente per mettermi a mio agio e per smontare d’un colpo – riuscendoci - il suo idolo nella mia testa e apparire la persona che era, spontanea e spiritosa nella sua amena complessità.

Premise che quel „premio“ di Berlino le era più caro di tantissimi altri prestigiosi della sua carriera „perchè andava ad un film prodotto non da una grande casa cinematografica, ma „in casa da due persone“. „Roberto ed io abbiamo meditato insieme questo soggetto per quasi tre anni: poi lui ne ha diretto la realizzazione ed io ne ho curato l’interpretazione. Per lui è il primo film, per me è un’esperienza nuova.“ Il suo commento sul film: „È un tema che ci sta particolarmente a cuore, tratta di pericoli e agguati nei rapporti di coppia. Noi vogliamo aiutare uomini e donne che vivono assieme a star meglio, a non farsi distruggere la loro esistenza e il loro amore da fattori esterni. Speriamo di essere riusciti a mostrare come sia possibile portare una situazione negativa, com’è la follia, verso uno sbocco positivo: nel senso che alla fine i due pazzi innamorati sono di nuovo felici, oltre la routine e la noia.“

Per lei, già celebre star, quel film sperimentale era come un atto d’amore per un amico da promuovere anche professionalmente; nel corso della nostra conversazione cercava di dargli spazio invogliandolo a completare le sue risposte. Era chiaro che dopo l‘esperienza sentimentale con Antonioni quel nuovo amore rappresentava per lei la chance decisiva per combinare il bisogno di amicizia protetta con l‘esisgenza di emancipazione personale.

La vita di Monica Vitti non è mai stata una villeggiatura, a cominciare dall‘adolescenza con genitori difficili. „La mia vita l’ho decisa molto presto“, mi raccontò. „Avevo 14 anni e mezzo quando ho deciso di non sposarmi e di non avere bambini. Chissà perchè… certamente perchè volevo dimostrare a me stessa o a mia madre o agli altri di avere un valore al di là del mio sesso. Il fatto che fossi donna, forse nell’Italia di allora più che in quella di oggi, voleva dire trovare un marito che ti sposa e ti mantiene, far crescere dei bambini e basta. Già allora questa dipendenza mi appariva come una costrizione paurosa. E così mi sono preoccupata innanzitutto di lavorare, di rendermi indipendente rispetto all’uomo che avrei potuto scegliere. Ho evitato quindi di cadere in una dipendenza economica o predeterminata da un contratto coniugale; ma dal punto di vista sentimentale mi sono sempre sentita estremamente dipendente. Ho molto bisogno di protezione: l’affetto è la condizione psicologica che mi fa sopravvivere. La solitudine affettiva la sento come disperazione. Ma è solitudine anche la convivenza con un amante che si trasforma in padrone.“

Sembra strano come una donna così dipendente dagli affetti – da parte di un suo uomo, ma anche degli amici in genere – abbia sempre cercato l’indipendenza in tutti gli altri campi. Ma è possibile tanta determinazione già a 14 anni e mezzo?“, le chiesi. „Credo che tra i 14 e i 20 anni si decidano tutte le cose che si fanno poi nella vita“, mi rispose. „È l’età fondamentale, ma anche la peggiore, la più pericolosa, la più faticosa. È un’età che… meno male che la si vive solo una volta! Nulla è così doloroso come il dover decidere cosa fare di se stessi.“

In uno dei suoi libri Monica Vitti ha confessato: „Faccio l’attrice per non morire“. A 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ma ho capito poi che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra“: facendo piangere e ridere gli altri. In questo senso lei ha magistralmente interpretato tanti ruoli, dal tragico al comico, dalla leggerezza della commedia italiana all‘intrattenimento televisivo. Ma da diva restando anti-diva. Bellissima, ma senza occuparsi mai del lato estetico, fino a rifiutare con ostinazione un piccolo ritocco chirurgico del naso richiesto da un regista bizzarro. Una grande attrice emulata da celebrità come Vanessa Redgrave che ripeteva: „Volevo essere come Monica Vitti.“ Autori e registi internazionali hanno cercato di attrarla all’estero, ma lei, oltre a quattro film in Francia e due in Inghilterra, ha preferito restare in Italia con la più naturale delle motivazioni: „Più si restringe il campo e più è possibile andare in profondità ed esprimere quello che sei.“

Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, è nata il 3 novembre 1931 a Roma, da dove ha attraversato dentro l‘avventura esistenziale l’osannata carriera cinematografica… fino al 1994. Da allora, colpita da una malattia degenerativa simile all’Alzheimer, non è apparsa più in pubblico per non vivere sotto gli occhi di tutti la sua sofferenza. Nel silenzio della casa romana, lontana dagli amici e dai riflettori di ogni tipo, è assistita dal marito Roberto Russo in un rapporto d‘amore mai interrotto, come da fiaba.

Nessuno conosce il suo volto di oggi, ma è più bello e reale convivere con quello di una volta, che è quello di sempre nel tempo implacabile. Nel mio intimo la celebro non come una meteora infranta, ma come espressione del fascino dentro l’umano che si trasmette sublime senza clamore. Oggi la sento ancora più vicina con affetto e ammirazione. Con la preghiera che continui ad amare la vita senza dover soffrire troppo.

Mario Tamponi

Sonntag, 5. Juli 2020

Che cos'è il tempo?


Che cos`è il tempo?
Lezione magistrale di Sant’Agostino (398 d.C.)
(dalle Confessioni, cap. XI)
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Introduzione (Mario Tamponi)

Il tempo è il problema dei problemi.
Einstein lo percepisce relativo rispetto a velocità e campi gravitazionali;
nel nanometrico la meccanica quantistica lo scopre inesistente.
Le due interpretazioni sono geniali, ma nell’ambito fisico, cosmico.  
Più profonda e fondante è la dimensione esistenziale del tempo,
sintonizzato cioè con la nostra coscienza e col mistero della vita.
Del tempo esistenziale non esiste nella storia del pensiero umano
analisi più logica e coinvolgente di quella di Sant’Agostino (354-430 d.C.),  
che ci consente di superare l’ottica acritica di ogni materialismo
(„materia“ è spazio-temporalità)
e di cogliere il senso dell‘eterno. mt
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Premessa (Mario Tamponi)
Cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Se Dio ha creato il mondo, chi ha creato Dio e – in un processo all’infinito – chi ha creato il creatore del creatore di Dio? Agostino parte da queste domande ingenue del senso comune per giungere ad una rigorosa analisi del tempo. Se la sua riflessione di tanti secoli fa illuminasse intellettuali e scienziati di oggi, ne risparmierebbe parecchi da assurdità pseudofilosofiche fatte passare come sensate. Si pensi, ad esempio, a Stephen Hawking, brillante studioso del big bang e dei buchi neri, ma che nega Dio solo perchè ingannato anche lui dal banalissimo circolo vizioso di Dio e dei suoi creatori. mt

AGOSTINO:  Tutte le cose lodano il loro creatore. Ma tu, o Dio, come creasti il cielo e la terra? Non certo in cielo e in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell'aria o nell'acqua, che pure appartengono al cielo e alla terra. Non creasti l'universo nell'universo, non esistendo lo spazio ove crearlo prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso se non fosse stato creato da te per crearne altri? Ed esiste qualcosa se non perché esisti tu? Dunque tu parlasti e le cose furono create; con la tua parola le creasti. (…) Quale magnificenza, Signore, le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza! Essa è il principio, e in quel principio creasti il cielo e la terra. (…)  
Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni non finiscono mai. (…) Non ci fu dunque un tempo durante il quale non avresti fatto nulla, perché il tempo stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, perchè tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo.


Lezione di Agostino sul tempo

Ma cos'è il tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due quindi di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente per essere tempo deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto tende a non esistere.

Eppure parliamo di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve è il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. (…)

Perché questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato o quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più e dunque non poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla che sia stato lungo dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel tempo presente perché, mentre era presente, era lungo. Allora non era già passato così da non essere; era una cosa che poteva essere lunga. Appena passato invece cessò all'istante di essere lungo, perché cessò di essere.

Consideriamo dunque se il tempo presente può essere lungo. Cento anni presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente; ma gli altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo è presente, tutti gli altri sono futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento che si supponga presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni non potranno essere tutti presenti.

Considera ora se almeno quell'unico che è in corso è presente. Se è in corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se è in corso il secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, un anno non è presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi, qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l'ultimo, tutti gli altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e futuri.

Ecco cos'è il tempo presente, l'unico che trovavamo possibile chiamare lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è tutto presente. Le ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la prima di esse tutte le altre sono future, per l'ultima passate, per qualunque delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest'unica ora si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro al passato da non avere una pur minima durata. Qualunque durata avesse, diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna estensione.

Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora per poter essere lungo; bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla che possa essere lungo; se sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.

Eppure noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro, definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto l'uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare l'inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo passare; passato, non può, perché non è.

Chi vorrà dirmi che non sono tre i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente poiché gli altri due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un luogo occulto allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto allorché da presente diviene passato? In verità chi predisse il futuro dove lo vide se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l'immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato sono.

Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine nel tempo presente poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso di non saperlo. So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale meditazione è presente, mentre non lo è ancora l'atto premeditato, poiché futuro. Solo quando l'avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare il premeditato, allora esisterà l'atto, poiché allora non sarà futuro, ma presente.

Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è non è futuro, ma presente, e così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose ancora inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni già esistenti. Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca qualche esempio l'innumerevole massa dei fatti. Se osservo l'aurora, preannuncio la levata del sole. L'oggetto della mia osservazione è presente; quello della mia predizione è futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l'aurora che vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l'immagine nel mio animo: queste due cose si vedono presenti per poter definire in anticipo quell'evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora e, se non esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta del presente, che già esiste e si può vedere. (…)

Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. Mi si permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l'espressione abusiva entrata nell'uso. Si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.

Ho detto poc'anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga quanto quella; oppure, misurandola, possiamo indicare qualsiasi altro rapporto fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo passaggio. Se mi si chiedesse: "Come lo sai?", risponderei: "Lo so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato né il futuro". Il tempo presente, poi, come lo misuriamo se non ha estensione? Lo si misura mentre passa; passato non lo si misura perché non vi sarà nulla da misurare.


Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non può passare che dal futuro attraverso il presente verso il passato, ossia da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più, non si misura. (…) È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo. L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano, per produrla; è quanto misuro allorché misuro il tempo. E questo è dunque il tempo o non è il tempo che misuro. (…)

Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come crescerebbe il passato, che non è più, se non per l'esistenza nello spirito, autore di questa operazione, dei tre momenti: dell'attesa, dell'attenzione e della memoria? Così l'oggetto dell'attesa, fatto oggetto dell'attenzione, passa nella memoria. Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già nello spirito l'attesa del futuro. E chi nega che il passato non esiste più? Tuttavia esiste ancora nello spirito la memoria del passato. E chi nega che il tempo presente manca di estensione, essendo un punto che passa? Tuttavia perdura l'attenzione, davanti alla quale corre verso la sua scomparsa ciò che vi appare. Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è l'attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un lungo passato è la memoria lunga di un passato.

Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell'inizio la mia attesa si protende verso l'intera canzone; dopo l'inizio, con i brani che vado consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L'energia vitale dell'azione è distesa verso la memoria per ciò che ho detto e verso l'attesa per ciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si traduce in passato. Via via che si compie questa azione, di tanto si abbrevia l'attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l'attesa si esaurisce quando l'azione è finita ed è passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per ciascuna delle sue sillabe, come pure per un'azione più lunga, di cui la canzone non fosse che una particella; per l'intera vita dell'uomo, di cui sono parti tutte le azioni dell'uomo; e infine per l'intera storia dei figli degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini. (…)

A cura di Mario Tamponi

Samstag, 4. Juli 2020

Dentro il dolore.


Dentro il dolore
Un’aggressione di 30 anni fa

Appena varcato il portone di casa dopo la mezzanotte, due individui sbucati dal buio mi sbarrano il passo nel secondo androne che dà sul cortile, mi spruzzano qualcosa di acido in faccia e mi si avventano rabbiosi. L’aggressione a sorpresa non mi consente di capire e di osservare. Non penso neppure di dovermi difendere e mi accascio sotto il primo scossone e poi sotto la furia di pugni e calci, fulminanti come scariche. Non mi balena l’idea di urlare per invocare soccorso; non ne avrei la forza, non ne sento neppure il bisogno perché tutto appare surreale. Soffoco un ruggito in un lamento opaco, utile a lenire il dolore e l’umiliazione. Non misuro la durata del pestaggio, nella nebbia mentale non avverto degli aggressori neppure la fuga. Non intendevano eliminarmi, semmai darmi una lezione… incomprensibile.

Barcollante mi trascino attraverso il cortile e risalgo le scale contorcendomi gradino dopo gradino; al primo piano premo il campanello col gomito sinistro. Tengo il braccio destro penzoloni; cercando di sollevarlo mi sorprende vederlo curvarsi ad arco con fitte allucinanti. Mio figlio che impreca furibondo ”me l’aspettavo, me l’aspettavo!” e mia moglie che mi viene incontro in vestaglia da notte mi strappano al fatale indistinto. Mi rispecchio nella loro agitazione e mi ritrovo livido, sanguinante; sfinito mi rannicchio sulla prima poltrona. L’abbraccio protettivo del giovane e la supplica della donna a non venirgli meno nel sonno mi sconvolgono con dolcezza infinita. Mi riaffiorano nell’anima le coordinate di casa.

Il via vai successivo di poliziotti con le loro domande, dei curiosi attorno all’ambulanza in partenza, degli infermieri solerti al pronto soccorso dell’ospedale e in radiologia si snoda sfocato nel mio dormiveglia. Quando il primario mi sussurra di dovermi operare all’avambraccio stritolato mi lusinga l’opportunità di potermi concedere al sonno; sul lettino dell’anticamera operatoria mi congedo dai miei augurandogli la buona notte. Non mi preoccupa il rischio di paralisi della mano destra nel mio lavoro di giornalista. Mi affretto a un sommario esame di coscienza e nell’eventualità che il riposo coincida con l’aldilà raccomando l’anima al suo clemente signore.

In chirurgia il tempo non esiste. Penso al dono dell’ubiquità quando risvegliandomi lentamente mi ritrovo sotto le coperte in una stanza estranea con altri due pazienti, uno loquace ed estroverso, l'altro delirante per sofferenza o esibizionismo. Pian piano si localizza il formicolio dentro il braccio fasciato, il dolore delle costole rotte che non mi consentono di girarmi e tossire. Mi rassegno a convivere con la faccia tumefatta come se fosse quella di sempre… che è ben poca cosa di fronte all’ondata di premure, alla vicinanza di familiari ed amici, alle telefonate e ai messaggi di tanti che nello stress dell’ultimo periodo ho perso di vista, ai fiori e ai regalini sul comodino. Mi sento disarmato, ogni parola o gesto di affetto mi commuove; un medico mi spiega che è colpa degli ormoni messi in circolazione da fratture e contusioni. Ma le lacrime anche nel pudore sono spesso liberatorie.

L’alto commissario di polizia con assistenti, versione in carne ed ossa di Derrick e Colombo, mi fa sentire protagonista di un giallo avvincente con intreccio internazionale: è un tipo razionale e tranquillo, avido di dettagli che cerca di strapparmi con quesiti incalzanti. Da specialisti fa esaminare i frammenti degli occhiali e le impronte sui vestiti. Cronisti e fotoreporter che filtrano attraverso uno sbarramento di severo controllo mi raggiungono in camera per documentarsi e presentarmi poi sui giornali come “vittima di mafia”. Sull'ipotesi che gli aggressori siano killer e il piano premeditato sono tutti concordi; i più per intuito convergono anche sui possibili mandanti per interesse o vendetta. Tra gli amici che si avvicendano accanto al lettino si insinua camuffato qualche depitastore di indagini e congetture, che tollero per non essere sgarbato. Per me la ricostruzione del caso è quasi ovvia: mi basta ripercorrere gli eventi più recenti e ostili, avvertimenti palesi e minacce anonime. Sempre la stessa storia: ogni minimo successo, reale o presunto, riaccende l’invidia e le nevrosi dei soliti ignoti. Li annovero tra i vili, ma senza odiarli, semmai con un pò di rabbia e di pena.

Si tende a credere che quando si è costretti a convivere con le tragedie e la fragilità sia quasi automatico rifugiarsi in Dio. E invece ci si può anche lasciar stordire dagli acciacchi e dalle banalità; è anche possibile che la voglia di riprendere la vita interrotta prevalga sul bisogno di regolare le faccende dello spirito. Nella cappella deserta dell’ospedale mi raccolgo con un inedito senso di vuoto, fino a credere che Dio non sia sempre una fatalità o una fuga di comodo, semmai una conquista di coraggio, l’interlocutore di una preghiera anche controvoglia e senza conforto.

Lasciando la clinica dopo qualche settimana riprendo la vita ordinaria di giornalismo e relazioni. Continua la solidarietà di amici, collaboratori e conoscenti, l’attenzione premurosa di giornali e istituzioni; ma riprendono anche le dichiarazioni di ostilità di altri invisibili. Apprendo che qualche pennivendolo avrebbe fatto passare l’aggressione subìta come un regolamento di conti, praticamente per collocarmi nel torbido sociale. C’è chi in certi ambienti italiani tra lettori sprovveduti e senza conoscenza del tedesco avrebbe diffuso ad arte copie di giornali con foto che mi ritraggono malconcio all’ospedale per indurre al sospetto che potrei essere stato io il mandante dei miei killer.

C’è chi mi chiama al telefono per dirsi offeso da articoli tedeschi sulla vicenda presentata come mafiosa perché sporcherebbe l’immagine del nostro paese, e pretende, a nome di non so chi, un mio intervento autorevole presso le redazioni berlinesi per dichiarare che “la mafia non esiste”. E c’è chi continua a turbare la mia quiete con le solite lettere e telefonate sibilline. Per fortuna gli amici del ministero tedesco degli interni, che pare capiscono più di quanto rivelino, mi proteggono con assidua simpatia e mi supplicano di non mollare.

La violenza fisica è limitata nel tempo e provoca solidarietà; quella psicologica invece, la calunnia, opera nel viscido e attizza l’animosità di un branco che si crede vincente e tende a espandersi come terra bruciata. Gli autori della calunnia programmata con i loro complici e il relativo contorno di manovalanza circolano a piede libero, mascherati da facce perbene e dai loro discorsi sui principi dell’onestà. Si avvantaggiano spesso delle false testimonianze dei più audaci, persino della compiacenza di qualche funzionaro corrotto. Per smascherarli ci vorrebbe proprio l’indagine di ispettori raffinati come quelli della finzione cinematografica… che non esistono.

Da allora sono passati quasi 30 anni. Come qualche altra vicenda, anche questa si è ormai spenta nella nebbia, che aiuta a indicare sempre meno le debolezze altrui e a confonderle con le proprie. Aiuta a ignorare le cicatrici rimaste e a perdonare. Eppure sarebbe utile poter rivedere nel film del passato anche le aggressioni di una volta assieme ai loro autori, nella loro ottica, per comprendere meglio la psicologia umana quando si fa contorta. Sarebbe bello per riconciliarsi col sorriso e cantare insieme un inno alla vita, che comunque è un’avventura fantastica e scorre veloce.

Mario Tamponi

Mittwoch, 1. Juli 2020

La traversata.


La traversata
Sul traghetto Civitavecchia-Olbia


Già da un pezzo gli altoparlanti delle varie sale del traghetto annunciano che “siamo in arrivo”. Nella morsa della fiumana dei passeggeri aspetto impaziente l’apertura delle porte ermetiche sulle scale mobili che portano giù sul molo del porto di Olbia. Per battere la noia con lo sguardo inadagatore passo in rassegna i miei compagni di viaggio dalle facce inebetite dopo una notte più o meno insonne su poltrone scomode allineate verso pareti grigie o sui divani gratis del bar accanto ai propri fagotti, pochi in cabina con cuccetta. Sembrano detenuti sorvegliati da guardie invisibili e destinati ad una qualche colonia penale. Lo fanno pensare l’aria malinconica e l’abbigliamento diverso nei colori, ma uguale nella grossolanità protettiva. Mi immedesimo nella loro condizione e recito la mia parte, anche se da osservatore mi convinco di essere una fortunata mosca bianca che può posarsi ogni tanto alla debita distanza.
          Eppure quei presunti detenuti sono simili a tutti gli altri individui, non galeotti, che popolano il nostro mondo. Dov’è la differenza? E se differenza non c’è, perchè i cittadini ordinari possono godersi il sole, la famiglia e gli amici, mentre questi poveracci sono costretti all’isolamento carcerario? La vita appare bizzarra, arbitraria nel decidere la libertà degli uni e la segregazione degli altri. Si obietta che gli uni sono buoni e gli altri malvagi e pericolosi. Strano, come si fa a capirlo se il corpo, che non è trasparente, non vi lascia intravedere dentro un’anima candida o una torbida? Nei miei sfortunati compagni di viaggio cerco ansioso indizi lombrosiani come nasi adunchi, zigomi affilati, occhi perfidi o gobbe precoci, ma non mi sembra di scorgervi tratti somatici particolari rispetto alla maggioranza a piede libero.
          Probabilmente non avrei bisogno di prove se quei volti mi fossero noti come di familiari, vicini di casa o colleghi di lavoro. In tal caso potrei giurare sulla loro innocenza con la mano sul vivo della fiamma ossidrica; quelli lì invece li vedo per la prima volta, insondabili nel loro smarrito silenzio. Nel mucchio ci sono anche signore e signorine di diversa età e, a giudicare dai dettagli, di ogni ceto sociale. Ma sembra che le donne per il fatto di esserlo siano esenti da delitti e castighi, strano. Quell’unico traghetto che trasporta maschi e femmine consente l’inevitabile promiscuità, ma all’arrivo ci dovrà pur essere la separazione dei sessi… altrimenti che castigo sarebbe? Il prodigio delle porte che finalmente si spalancano diffonde una ventata di aria salmastra per liberare me dalla stretta delle travagliate congetture e tutti gli altri dall’asfissia della calca.
          Scendendo tra garbate spintarelle continuo a non vedere le guardie carcerarie, ma devono pur esserci perchè i prigionieri procedono in ordinate file parallele e toccando terra non si confondono con la gente di Olbia che affolla il molo e scorrazza in ordine sparso nella direzione che ognuno crede. Nonostante la curiosità mi è difficile seguirli per indagare su come e quali pullman saliranno verso chissà quale penitenziario con aria razionata, con celle d’isolamento e forse di tortura; è noto che l’Isola dispone di carceri superprotette come quella celebre sugli scogli dell’Asinara. Forse proprio ora dovrei stargli dietro per convincermi dello zelo delle guardie perchè i mascalzoni da rinchiudere non si disperdano nella società degli onesti. Se le guardie sono ancora invisibili, io mi tocco e mi sento corporeo. Anche per questo mi defilo lento con passi felpati per paura che vedendomi mi obblighino a rientrare nel gregge. Al riparo di una sgangherata cabina telefonica all’aperto cerco di far mente locale sulla strada da prendere verso la vita dei più e la mia concreta destinazione.
Mi sorprende d’un tratto l’idea d’aver fatto la traversata senza vedere il mare, senza averne coscienza. Ieri sera, forse come tutti gli altri, non l’ho intravisto neppure quando dal porto d’imbarco di Civitavecchia ho imboccato le scale mobili verso gli interni del traghetto; la mole della nave sotto strati di vernice penetrante e l’agitato viavai dei passeggeri coprivano ogni spiraglio sull’acqua e sulla possibile luna che certamente vi si sarebbe voluta specchiare. Arrivato in alto, sulla scia degli altri ho attraversato corridoi e saloni alla ricerca del bar e del posto più comodo ed economico dove passare la notte. Per il fastidio della brezza nessuno sembrava interessato ad affacciarsi sul ponte, nessuno si degnava di guardare attraverso gli opachi finestroni dei saloni o i minuscoli oblò delle cabine, anche perchè nel buio serale le poche luci del porto si confondevano con quelle abbaglianti della nave. Più intrigante dell’ipotetico panorama marino era il profumo del fritto di calamari e delle grigliate di pesce dal ristorante di bordo; e dal bar il rumore familiare delle macchine da caffè e cappuccino sotto gli enormi monitor sintonizzati su diversi canali televisivi a volume assordante.
          Ma siamo stati veramente su una nave? – mi chiedo ora. Abbiamo veramente attraversato un buon tratto del Tirreno denso e profondo, con le onde che si infrangono carezzevoli sui bordi della nave ritmandone il percorso, con gli spettacoli suggestivi che nell’oscurità variano con la luce che via via si spegne nelle stelle, con gli sciami silenziosi di pesci multiformi che animano le profondità sotto lo specchio lunare delle acque? Forse è stato un gioco di magìa: entri in un ambiente, in una sagoma di imbarcazione, e dopo un pò di tempo, le ore necessarie perchè l’illusionismo diventi credibile, ne esci e pensi di trovarti altrove. Finti potrebbero essere stati anche il rombo dei motori nelle presunte manovre di sgancio e di attracco, gli scossoni sulle banchine dei due porti, il frastuono delle catene metalliche, le urla dei marinai attorniati da mozzi muscolosi. È tutto possibile. Una suggestione magica, cara quanto un viaggio vero, ma se il risultato è o sembra essere lo stesso è giusto pagarne il biglietto. C’è persino da dubitare che il mare di quella notte fosse reale e le stelle più di un virtuale dettaglio ornamentale.
          Dalla cabina telefonica raggiungo il bar della stazione marittima per un secondo cappuccino con cornetto; accovacciato sul tavolinetto cerco di riprendermi dal mio frammentato riposo notturno nel frastuono televisivo della nave. Ma nel dormiveglia di ora avverto di aver perso di vista i detenuti della comune traversata, anzi di averne smarrito persino il ricordo. La scena mia e collettiva se la ruba d’un colpo il penetrante ticchettio cadenzato di una signora slanciata che attraversa l’ampio salone del bar da un’estremità all’altra. Calza scarpe a spillo dall’effetto implacabile. Finchè dura è la colonna sonora di tutti i presenti che vi si sintonizzano al meglio per scaricarvi ansia e tensione. Per alcuni è insopportabile inquinamento acustico, per altri diventa musica tamburellata che dai tacchi rimanda verso l’audace minigonna della donna.
          Fissandola negli occhi vi riconosco la commessa della boutique di stanotte nel corridoio tra il bar e il ristorante del traghetto. In quel negozietto c’era un pò di tutto, souvenir, specialità sarde, elettronica, soprattutto moda; ma era deserto anche nell’ora di punta. Strana la missione della donna: salire sulla nave, credere di solcare il mare nell’attesa di clienti fantasma fino a notte fonda; e all’alba scendere, inondare il bar del porto del proprio ticchettio, scomparire poi per l’intera giornata e al calar della sera risalire sulla nave per il medesimo viaggio, attendere un pubblico che non c’è e che forse non esiste. Ma la sua sorte non dovrebbe essere diversa da quella di tante commesse di tante boutique di moda e gioielleria esclusiva delle nostre metropoli: aspettano, aspettano e aspettano con la rara chance che la vita si riempia di senso. Anche la donna del traghetto aspetta e aspetta… ma lei almeno sogna di attraversare il mare.

Mario Tamponi