Dentro il dolore
Un’aggressione
di 30 anni fa
Appena
varcato il portone di casa dopo la mezzanotte, due individui sbucati dal buio mi
sbarrano il passo nel secondo androne che dà sul cortile, mi spruzzano qualcosa
di acido in faccia e mi si avventano rabbiosi. L’aggressione a sorpresa non mi
consente di capire e di osservare. Non penso neppure di dovermi difendere e mi
accascio sotto il primo scossone e poi sotto la furia di pugni e calci,
fulminanti come scariche. Non mi balena l’idea di urlare per invocare soccorso;
non ne avrei la forza, non ne sento neppure il bisogno perché tutto appare
surreale. Soffoco un ruggito in un lamento opaco, utile a lenire il dolore e
l’umiliazione. Non misuro la durata del pestaggio, nella nebbia mentale non avverto
degli aggressori neppure la fuga. Non intendevano eliminarmi, semmai darmi una
lezione… incomprensibile.
Barcollante mi trascino attraverso il
cortile e risalgo le scale contorcendomi gradino dopo gradino; al primo piano premo
il campanello col gomito sinistro. Tengo il braccio destro penzoloni; cercando
di sollevarlo mi sorprende vederlo curvarsi ad arco con fitte allucinanti. Mio
figlio che impreca furibondo ”me l’aspettavo, me l’aspettavo!” e mia moglie che
mi viene incontro in vestaglia da notte mi strappano al fatale indistinto. Mi rispecchio
nella loro agitazione e mi ritrovo livido, sanguinante; sfinito mi rannicchio
sulla prima poltrona. L’abbraccio protettivo del giovane e la supplica della
donna a non venirgli meno nel sonno mi sconvolgono con dolcezza infinita. Mi riaffiorano
nell’anima le coordinate di casa.
Il via vai successivo di poliziotti con le
loro domande, dei curiosi attorno all’ambulanza in partenza, degli infermieri
solerti al pronto soccorso dell’ospedale e in radiologia si snoda sfocato nel
mio dormiveglia. Quando il primario mi sussurra di dovermi operare all’avambraccio
stritolato mi lusinga l’opportunità di potermi concedere al sonno; sul lettino
dell’anticamera operatoria mi congedo dai miei augurandogli la buona notte. Non
mi preoccupa il rischio di paralisi della mano destra nel mio lavoro di
giornalista. Mi affretto a un sommario esame di coscienza e nell’eventualità
che il riposo coincida con l’aldilà raccomando l’anima al suo clemente signore.
In chirurgia il tempo non esiste. Penso al
dono dell’ubiquità quando risvegliandomi lentamente mi ritrovo sotto le coperte
in una stanza estranea con altri due pazienti, uno loquace ed estroverso, l'altro
delirante per sofferenza o esibizionismo. Pian piano si localizza il formicolio
dentro il braccio fasciato, il dolore delle costole rotte che non mi consentono
di girarmi e tossire. Mi rassegno a convivere con la faccia tumefatta come se
fosse quella di sempre… che è ben poca cosa di fronte all’ondata di premure,
alla vicinanza di familiari ed amici, alle telefonate e ai messaggi di tanti
che nello stress dell’ultimo periodo ho perso di vista, ai fiori e ai regalini sul
comodino. Mi sento disarmato, ogni parola o gesto di affetto mi commuove; un
medico mi spiega che è colpa degli ormoni messi in circolazione da fratture e
contusioni. Ma le lacrime anche nel pudore sono spesso liberatorie.
L’alto commissario di polizia con
assistenti, versione in carne ed ossa di Derrick e Colombo, mi fa sentire
protagonista di un giallo avvincente con intreccio internazionale: è un tipo
razionale e tranquillo, avido di dettagli che cerca di strapparmi con quesiti
incalzanti. Da specialisti fa esaminare i frammenti degli occhiali e le
impronte sui vestiti. Cronisti e fotoreporter che filtrano attraverso uno
sbarramento di severo controllo mi raggiungono in camera per documentarsi e presentarmi
poi sui giornali come “vittima di mafia”. Sull'ipotesi che gli aggressori siano
killer e il piano premeditato sono tutti concordi; i più per intuito convergono
anche sui possibili mandanti per interesse o vendetta. Tra gli amici che si
avvicendano accanto al lettino si insinua camuffato qualche depitastore di
indagini e congetture, che tollero per non essere sgarbato. Per me la ricostruzione
del caso è quasi ovvia: mi basta ripercorrere gli eventi più recenti e ostili,
avvertimenti palesi e minacce anonime. Sempre la stessa storia: ogni minimo
successo, reale o presunto, riaccende l’invidia e le nevrosi dei soliti ignoti.
Li annovero tra i vili, ma senza odiarli, semmai con un pò di rabbia e di pena.
Si tende a credere che quando si è
costretti a convivere con le tragedie e la fragilità sia quasi automatico
rifugiarsi in Dio. E invece ci si può anche lasciar stordire dagli acciacchi e
dalle banalità; è anche possibile che la voglia di riprendere la vita interrotta
prevalga sul bisogno di regolare le faccende dello spirito. Nella cappella
deserta dell’ospedale mi raccolgo con un inedito senso di vuoto, fino a credere
che Dio non sia sempre una fatalità o una fuga di comodo, semmai una conquista
di coraggio, l’interlocutore di una preghiera anche controvoglia e senza conforto.
Lasciando la clinica dopo qualche
settimana riprendo la vita ordinaria di giornalismo e relazioni. Continua la
solidarietà di amici, collaboratori e conoscenti, l’attenzione premurosa di
giornali e istituzioni; ma riprendono anche le dichiarazioni di ostilità di
altri invisibili. Apprendo che qualche pennivendolo avrebbe fatto passare
l’aggressione subìta come un regolamento di conti, praticamente per collocarmi
nel torbido sociale. C’è chi in certi ambienti italiani tra lettori sprovveduti
e senza conoscenza del tedesco avrebbe diffuso ad arte copie di giornali con
foto che mi ritraggono malconcio all’ospedale per indurre al sospetto che
potrei essere stato io il mandante dei miei killer.
C’è chi mi chiama al telefono per dirsi
offeso da articoli tedeschi sulla vicenda presentata come mafiosa perché
sporcherebbe l’immagine del nostro paese, e pretende, a nome di non so chi, un
mio intervento autorevole presso le redazioni berlinesi per dichiarare che “la
mafia non esiste”. E c’è chi continua a turbare la mia quiete con le solite lettere
e telefonate sibilline. Per fortuna gli amici del ministero tedesco degli
interni, che pare capiscono più di quanto rivelino, mi proteggono con assidua simpatia
e mi supplicano di non mollare.
La violenza fisica è limitata nel tempo e
provoca solidarietà; quella psicologica invece, la calunnia, opera nel viscido
e attizza l’animosità di un branco che si crede vincente e tende a espandersi come
terra bruciata. Gli autori della calunnia programmata con i loro complici e il
relativo contorno di manovalanza circolano a piede libero, mascherati da facce
perbene e dai loro discorsi sui principi dell’onestà. Si avvantaggiano spesso
delle false testimonianze dei più audaci, persino della compiacenza di qualche
funzionaro corrotto. Per smascherarli ci vorrebbe proprio l’indagine di
ispettori raffinati come quelli della finzione cinematografica… che non
esistono.
Da allora sono passati quasi 30 anni. Come
qualche altra vicenda, anche questa si è ormai spenta nella nebbia, che aiuta a
indicare sempre meno le debolezze altrui e a confonderle con le proprie. Aiuta a
ignorare le cicatrici rimaste e a perdonare. Eppure sarebbe utile poter
rivedere nel film del passato anche le aggressioni di una volta assieme ai loro
autori, nella loro ottica, per comprendere meglio la psicologia umana quando si
fa contorta. Sarebbe bello per riconciliarsi col sorriso e cantare insieme un
inno alla vita, che comunque è un’avventura fantastica e scorre veloce.
Mario
Tamponi
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