La traversata
Sul traghetto Civitavecchia-Olbia
Già da un pezzo gli altoparlanti delle varie sale del traghetto annunciano
che “siamo in arrivo”. Nella morsa della fiumana dei passeggeri aspetto
impaziente l’apertura delle porte ermetiche sulle scale mobili che portano giù sul
molo del porto di Olbia. Per battere la noia con lo sguardo inadagatore passo
in rassegna i miei compagni di viaggio dalle facce inebetite dopo una notte più
o meno insonne su poltrone scomode allineate verso pareti grigie o sui divani gratis
del bar accanto ai propri fagotti, pochi in cabina con cuccetta. Sembrano
detenuti sorvegliati da guardie invisibili e destinati ad una qualche colonia
penale. Lo fanno pensare l’aria malinconica e l’abbigliamento diverso nei
colori, ma uguale nella grossolanità protettiva. Mi immedesimo nella loro
condizione e recito la mia parte, anche se da osservatore mi convinco di essere
una fortunata mosca bianca che può posarsi ogni tanto alla debita distanza.
Eppure quei presunti
detenuti sono simili a tutti gli altri individui, non galeotti, che popolano il
nostro mondo. Dov’è la differenza? E se differenza non c’è, perchè i cittadini
ordinari possono godersi il sole, la famiglia e gli amici, mentre questi poveracci
sono costretti all’isolamento carcerario? La vita appare bizzarra, arbitraria
nel decidere la libertà degli uni e la segregazione degli altri. Si obietta che
gli uni sono buoni e gli altri malvagi e pericolosi. Strano, come si fa a
capirlo se il corpo, che non è trasparente, non vi lascia intravedere dentro
un’anima candida o una torbida? Nei miei sfortunati compagni di viaggio cerco
ansioso indizi lombrosiani come nasi adunchi, zigomi affilati, occhi perfidi o
gobbe precoci, ma non mi sembra di scorgervi tratti somatici particolari
rispetto alla maggioranza a piede libero.
Probabilmente non avrei
bisogno di prove se quei volti mi fossero noti come di familiari, vicini di
casa o colleghi di lavoro. In tal caso potrei giurare sulla loro innocenza con
la mano sul vivo della fiamma ossidrica; quelli lì invece li vedo per la prima
volta, insondabili nel loro smarrito silenzio. Nel mucchio ci sono anche
signore e signorine di diversa età e, a giudicare dai dettagli, di ogni ceto
sociale. Ma sembra che le donne per il fatto di esserlo siano esenti da delitti
e castighi, strano. Quell’unico traghetto che trasporta maschi e femmine consente
l’inevitabile promiscuità, ma all’arrivo ci dovrà pur essere la separazione dei
sessi… altrimenti che castigo sarebbe? Il prodigio delle porte che finalmente
si spalancano diffonde una ventata di aria salmastra per liberare me dalla
stretta delle travagliate congetture e tutti gli altri dall’asfissia della
calca.
Scendendo tra garbate
spintarelle continuo a non vedere le guardie carcerarie, ma devono pur esserci perchè
i prigionieri procedono in ordinate file parallele e toccando terra non si
confondono con la gente di Olbia che affolla il molo e scorrazza in ordine
sparso nella direzione che ognuno crede. Nonostante la curiosità mi è difficile
seguirli per indagare su come e quali pullman saliranno verso chissà quale
penitenziario con aria razionata, con celle d’isolamento e forse di tortura; è
noto che l’Isola dispone di carceri superprotette come quella celebre sugli
scogli dell’Asinara. Forse proprio ora dovrei stargli dietro per convincermi
dello zelo delle guardie perchè i mascalzoni da rinchiudere non si disperdano nella
società degli onesti. Se le guardie sono ancora invisibili, io mi tocco e mi
sento corporeo. Anche per questo mi defilo lento con passi felpati per paura
che vedendomi mi obblighino a rientrare nel gregge. Al riparo di una sgangherata
cabina telefonica all’aperto cerco di far mente locale sulla strada da prendere
verso la vita dei più e la mia concreta destinazione.
Mi sorprende d’un tratto
l’idea d’aver fatto la traversata senza vedere il mare, senza averne coscienza.
Ieri sera, forse come tutti gli altri, non l’ho intravisto neppure quando dal
porto d’imbarco di Civitavecchia ho imboccato le scale mobili verso gli interni
del traghetto; la mole della nave sotto strati di vernice penetrante e
l’agitato viavai dei passeggeri coprivano ogni spiraglio sull’acqua e sulla possibile
luna che certamente vi si sarebbe voluta specchiare. Arrivato in alto, sulla
scia degli altri ho attraversato corridoi e saloni alla ricerca del bar e del
posto più comodo ed economico dove passare la notte. Per il fastidio della
brezza nessuno sembrava interessato ad affacciarsi sul ponte, nessuno si
degnava di guardare attraverso gli opachi finestroni dei saloni o i minuscoli
oblò delle cabine, anche perchè nel buio serale le poche luci del porto si
confondevano con quelle abbaglianti della nave. Più intrigante dell’ipotetico
panorama marino era il profumo del fritto di calamari e delle grigliate di
pesce dal ristorante di bordo; e dal bar il rumore familiare delle macchine da
caffè e cappuccino sotto gli enormi monitor sintonizzati su diversi canali televisivi
a volume assordante.
Ma siamo stati veramente su
una nave? – mi chiedo ora. Abbiamo veramente attraversato un buon tratto del
Tirreno denso e profondo, con le onde che si infrangono carezzevoli sui bordi
della nave ritmandone il percorso, con gli spettacoli suggestivi che nell’oscurità
variano con la luce che via via si spegne nelle stelle, con gli sciami silenziosi
di pesci multiformi che animano le profondità sotto lo specchio lunare delle
acque? Forse è stato un gioco di magìa: entri in un ambiente, in una sagoma di
imbarcazione, e dopo un pò di tempo, le ore necessarie perchè l’illusionismo diventi
credibile, ne esci e pensi di trovarti altrove. Finti potrebbero essere stati anche
il rombo dei motori nelle presunte manovre di sgancio e di attracco, gli
scossoni sulle banchine dei due porti, il frastuono delle catene metalliche, le
urla dei marinai attorniati da mozzi muscolosi. È tutto possibile. Una suggestione
magica, cara quanto un viaggio vero, ma se il risultato è o sembra essere lo
stesso è giusto pagarne il biglietto. C’è persino da dubitare che il mare di
quella notte fosse reale e le stelle più di un virtuale dettaglio ornamentale.
Dalla cabina telefonica
raggiungo il bar della stazione marittima per un secondo cappuccino con cornetto;
accovacciato sul tavolinetto cerco di riprendermi dal mio frammentato riposo
notturno nel frastuono televisivo della nave. Ma nel dormiveglia di ora avverto
di aver perso di vista i detenuti della comune traversata, anzi di averne
smarrito persino il ricordo. La scena mia e collettiva se la ruba d’un colpo il
penetrante ticchettio cadenzato di una signora slanciata che attraversa l’ampio
salone del bar da un’estremità all’altra. Calza scarpe a spillo dall’effetto
implacabile. Finchè dura è la colonna sonora di tutti i presenti che vi si
sintonizzano al meglio per scaricarvi ansia e tensione. Per alcuni è
insopportabile inquinamento acustico, per altri diventa musica tamburellata che
dai tacchi rimanda verso l’audace minigonna della donna.
Fissandola negli occhi vi
riconosco la commessa della boutique di stanotte nel corridoio tra il bar e il
ristorante del traghetto. In quel negozietto c’era un pò di tutto, souvenir,
specialità sarde, elettronica, soprattutto moda; ma era deserto anche nell’ora
di punta. Strana la missione della donna: salire sulla nave, credere di solcare
il mare nell’attesa di clienti fantasma fino a notte fonda; e all’alba scendere,
inondare il bar del porto del proprio ticchettio, scomparire poi per l’intera
giornata e al calar della sera risalire sulla nave per il medesimo viaggio,
attendere un pubblico che non c’è e che forse non esiste. Ma la sua sorte non
dovrebbe essere diversa da quella di tante commesse di tante boutique di moda e
gioielleria esclusiva delle nostre metropoli: aspettano, aspettano e aspettano
con la rara chance che la vita si riempia di senso. Anche la donna del
traghetto aspetta e aspetta… ma lei almeno sogna di attraversare il mare.
Mario Tamponi
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