Samstag, 6. Dezember 2014

Televisione del consumo

Nella televisione italiana anche pubblica ormai è un vizio ordinario che il conduttore interrompa il suo spettacolo culturale o d’intrattenimento e nello stesso ambiente o in uno contiguo si trasformi nel protagonista di una scenetta-spot per garantire col suo prestigio e parola d’onore che quell’acqua minerale è la più povera di sodio, quel dentifricio il più candeggiante, quel caffè il più beatificante. A fine prestazione, per lo più legnosa e comunque spudorata, la platea applaude; i telespettatori non sanno che in studio un operatore addetto, importante quanto lo scenografo o il regista, sollecita e dosa come un burattinaio l’espressione del consenso dei presenti.

Se n’è fatta di strada da quando, decine d’anni fa, Fellini, Visconti ed altri mostri sacri del cinema protestavano per impedire nel piccolo schermo l’interruzione pubblicitaria di film e produzioni artistiche! Non furono ascoltati dai politici di destra e di sinistra. E oggi, nello spirito del mercato totale, anche nella televisione di stato sfilze logorroiche di spot interrompono in ogni momento del giorno e della notte qualsiasi programma; alcuni vengono espressamente sponsorizzati ed etichettati come se non fosse possibile vederli senza l’intervento di magnanimi produttori di gustosi mangimi per cani e gatti o di miracolose pasticche contro la diarrea.

Tra i telespettatori di una volta c’era un fastidio diffuso, poi è subentrata l’assuefazione come a ogni cosa che sembri fatale. Padroni e politici sono riusciti a far capir loro che l’industria e la finanza sono mecenati indispensabili e che maggiori sono gli introiti pubblicitari, più facile diventa realizzare la proclamata “televisione di qualità" e di "servizio”. Accettato il principio, non è più un problema far lievitare la quantità, e così nelle interminabili interruzioni la RAI può permettersi di inserirvi anche autopropaganda e di ripeterla fino allo stordimento. Si tratta di annunci di propri programmi talvolta con mesi di anticipo, ma anche di slogan da angelo custode come: La RAI ti stimola, la RAI ti illumina, la RAI ti accompagna, la RAI ti protegge.

Negli ultimi tempi per accrescere gli introiti la presenza della pubblicità è diventata sempre più intrigante e sibillina. Gli spot si inseriscono in notiziari d’assalto o nelle fasi cruciali di partite di calcio o di gare di formula uno: interruzioni brevi ma ben più proficue per i prodotti da vendere. Nelle suspence dell’anima il messaggio mercantile ti sorprende, ti scuote, ti penetra e quanto ti coglie il sospetto d’essere stato aggirato non te lo scrolli più di dosso. Talvolta non c’è neppure interruzione: mentre sei concentrato su un’azione di Totti o su un sorpasso di Vettel scorre un messaggio a tradimento che, anche volendo, non avresti il tempo di leggere, tantomeno di decifrare; eppure affonda nell’inconscio per condizionarti riflessi e abitudini. Per sdradicarlo, per chi ne sentisse il bisogno, non basterebbero neppure trattamenti mirati sul lettino di Freud.

Ormai tutti i conduttori annunciano con compiacimento le interruzioni pubblicitarie come conferma e misura del proprio successo. E a fine anno i dirigenti della tv pubblica si gonfiano d’orgoglio quando possono sbandierare attivi di bilancio; chiamano la RAI azienda alla stregua di un salumificio o di una fabbrica di bottoni. Col profitto possono ampliarne l’apparato, rendere più sfavillanti di scenografie e nudi sinuosi gli spettacoli d’intrattenimento, distribuire soldi in quiz banali e lotterie anche in tempi di crisi, strapagare operatori diventati personaggi… e inviati di guerra, che per salti di carriera confondono il ruolo di reporter con quello di soldati da trincea e vanno in giuggiola quando hanno l’opportunità di farsi riprendere tra esplosioni e corpi maciullati.

Per avere più pubblicità e meglio remunerata l'azienda tende ovviamente a far salire gli indici di ascolto, che non sempre o quasi mai concidono con qualità culturale, informativa e formativa. Per calamitare il pubblico bisogna spettacolarizzare ogni cosa, telegiornali compresi, con lo scombussolamento gerarchico di eventi e valori. Così la televisione non è più lo specchio della realtà; trasmette nell’utente bisogni artificiali, rende frenetico il ritmo di ogni racconto, lo frammenta, assottiglia ogni tempo residuo di riflessione per la totale colonizzazione psicologica e mentale. Persino talk show con l’apparenza di approfondimento e dialogo sono dominati da quel tempo veloce che reprime l’intelligenza; le striminzite opinioni di ciascuno sono asserzioni senza corpo e contesto, col risultato di convergenze o battibecchi verbali senza capo né coda; benvenute anche le zuffe primitive come pepe da rappresentazione teatrale.

Per l'indice di ascolto si dà ampio spazio alla cronaca rosa e nera, e si usano delitti e tragedie private (Cogne, Garlasco, Yara, Loris...) per costruirvi dei gialli a puntate che si trascinano per mesi e anni in salotti televisivi mattutini e pomeridiani, in telegionali e talk show serali con esperti di chiacchiera per il coinvolgimento dei numerosi teledipendenti come di altrettanti Sherlock Holmes con una finta compassione per le vittime di turno. Il risultato di tanta indecenza è un immenso profitto per l'azienda, ma anche per una certa politica interessata a sviare l'attenzione della gente da problemi e drammi che bruciano (corruzione e mafie, crisi economica e conflitti sociali, calamità socio-naturali...).

Questa televisione del consumo esalta l’apparire sull’essere, spesso la loro presunta coincidenza: apparire per essere. Politici se ne servono abbondantemente come di un palcoscenico per ruoli in maschera a base di pettegolezzo. Se ne servono gli stessi dirigenti di rete e di potere facendosi invitare come ospiti d’onore da un canale all’altro, da una trasmissione all’altra, con l’aria di esserne i proprietari, magari per pubblicizzare gratis un proprio prodotto commerciale (un libro). Con la notorietà del “purchè se ne parli” consolidano la loro inamovibilità. La televisione recicla le figure che crea in circuito chiuso. L’uso nevrotico del telecomando da parte di tanti telespettatori è una sorta di S.O.S. disperato. Quanti dall'altra parte della televisione dovrebbero recepirlo non si preoccupano minimamente della propria sordità. Per loro l’unica cosa che conta è che nessuno spenga quella scatola stregata: perchè non scenda l'indice di ascolto, non importa che cosa si sia condannati a vedere e digerire.

I dirigenti della RAI credono di amministrare una delle migliori televisioni del mondo. Amici tedeschi, a cui l'ho consigliata come strumento di approfondimento linguistico, dopo poche settimane di frequentazione mi hanno confidato il loro sconcerto e disaffezione: troppo show, troppe canzonette, troppa cronaca, troppo salotto, troppo pettegolezzo, troppa pubblicità... troppa fuga nell'irreale. Mario Tamponi

Mittwoch, 26. November 2014

Che televisione, la nostra!

Ieri ho guardato la televisione italiana più del solito. In tarda mattinata ho seguito il Papa al Parlamento Europeo e al Consiglio d'Europa a Strasburgo: un intervento di alto profilo internazionale e su temi di drammatica attualità, ma che la nostra televisione ha soffocato infilandolo nel dibattito ripetitivo sull'alternativa Renzi-Salvini. Un inguaribile provincialismo salottiero che mi induce spesso, come ieri ho fatto, a rifugiarmi nei servizi tedeschi della Ard e Zdf.
Nel pomeriggio mi ha sconcertato l'astuta messinscena di Bruno Vespa (la conferenza stampa con la partecipazione di Berlusconi e le ampie riprese televisive anche per i telegiornali serali) per lanciare il suo nuovo libro come se fosse la nostra lettura dell'anno.
La sera mi ha colpito in Ballarò la faziosità con cui il conduttore e quasi tutti gli ospiti invitati sono riusciti a scaricare la responsabilità del calo di partecipazione alle ultime regionali su Renzi e il suo governo (che di per sè le hanno vinte), invece di ricondurla al disarmante spettacolo generale al parlamento e nei partiti e allo scontro sociale in corso. L'attuale contesto di crisi e di urgenza di riforme dovrebbe portarci al buon senso del dialogo e della collaborazione piuttosto che ad antagonismi partitici di altri tempi.

Samstag, 15. November 2014

Orgoglio scientifico

Probabilmente Rosetta si è già spenta. È stato fantastico il suo viaggio di dieci anni di parecchi miliardi di chilometri verso la piccolissima cometa 67P alla distanza di 510 milioni di chilometri (oltre 3 volte quella di terra-sole). Un capolavoro di conoscenza fisica e matematica, un'impresa che dovrebbe farci riflettere sulla grandezza dell'uomo in ricerca, ma anche sulla sua piccolezza.
Amo la scienza sul macrocosmo stellare e sul nucleare. Seguo con interesse le applicazioni della relatività con la curvatura spazio-temporale, le teorie su buchi neri e bing bang, sul nanometrico quantistico granulare, indeterministico e relazionale. Lo scienziato che si spinge nell’astrazione matematica ci rende affidabile testimonianza della complessità della "materia-energia", incompatibile con le rappresentazioni della nostra immaginazione quotidiana. Ma in tanti ricercatori che praticano la scienza come tecnica settorializzata mi turba l'atrofizzarsi della meraviglia: la meraviglia sul mistero che si espande quanto più crediamo di sapere e capire, la meraviglia sul mistero del nostro esserci, improbabile e irripetibile. Maneggiando equazioni essi presumono forse di inventare e governare il mondo; la complessità e l'astrazione delle loro equazioni sono invece la prova dell'assoluta parzialità e provvisorietà di ogni punto di vista e approccio mentale. Una certa presunzione sarebbe legittima solo se l'interpretazione scientifica fosse qualcosa come un atto creativo o se almeno riuscisse a renderci il reale intuitivamente comprensibile, familiare.
La ricerca è suggestiva e necessaria, ma, di fronte all'ineffabile cui costantemente ci conduce, solo il poeta o il mistico dentro di noi potrebbe proficuamente continuarne il percorso. Solo la poesia e il silenzio ci consentono di bucare la membrana elastica della minuscola goccia che ci ospita, mentre fuori, dove ulula il vento, le galassie corrono in spazi e tempi da vertigini e i processi del nanometrico si svolgono in spazi e tempi inesistenti.
Senza poesia e silenzio la tecnologia continuerà a progredire per lo più sotto la spinta del profitto di mercato e i consumatori insaziabili (ad esempio di cellulari e iPhone) se ne serviranno freneticamente per comunicarsi a distanza, alla velocità della luce, il bla bla bla a cui la mancanza di meraviglia li ha formati. Mario Tamponi

Sonntag, 9. November 2014

Gorbaciov, il grande dimenticato

Gorbaciov, il grande dimenticato
Senza di lui il muro di Berlino non sarebbe mai caduto... e tutti (o quasi) ne siamo stati testimoni. Capo di una superpotenza nucleare, in periodo di guerra fredda Gorbaciov ha dialogato con Giovanni Paolo II, Reagan e Kohl senza esserne costretto. Da filosofo (lo era anche la moglie Raissa) si è lasciato ispirare più dalla logica umanistica che da quella machiavellica della politica.
Oggi nel 25esimo anniversario di quella svolta epocale pochi lo ricordano, al più lo commemorano come esile figura folcloristica. La copertina del Time che qui riporto appartiene al passato sepolto; nel frattempo tanti altri si sono appropriati abusivamente di quel palcoscenico storico.
È l'ironia o stupidità di un'amnesia collettiva o la lucida eliminazione di un personaggio critico del presente, anche di quello europeo e americano?
Sembra che la storia politica, quella ricostruita, sia spesso più maestra di retorica che di vita. Mario Tamponi

Dienstag, 4. November 2014

Operatori della diffamazione

Meschini sono i diffamatori di ogni specie. Sia quelli che la maldicenza la promuovono e pilotano, sia quelli che vi si associano e la fiancheggiano. I più scrupolosi si mettono la coscienza a posto: in fondo – pensano – non è un delitto limitarsi a ridimensionare la reputazione di chi qualcosa dovrà pure averla fatta!

E invece la diffamazione è furto e persino omicidio. Furto, perchè la buona fama è per molti il capitale più prezioso. Omicidio, perchè la cattiva fama può privare la vittima della fiducia in sè e di ogni motivazione sociale. Quanti suicidi per pubblico disonore! Chi la diffamazione l'avvia non è poi in grado di controllarla e, se si ravvede, di fermarla. Una volta partita, avanza di forza propria, si alimenta di risorse nuove, si allarga a macchia d’olio con la partecipazione di tanti per interesse o per svago. Gli autori della diffamazione sgretolano con denunce e allusioni i loro bersagli; e coinvolgono nella chiacchiera anche persone in buona fede che, credendoci, pensano di dover contribuire alla moralità pubblica isolando i presunti corrotti.

“Non giudicare per non essere giudicato”: è un principio di umiltà cristiana, ma anche di giustizia civile. Chi sente maldicenze, invece di associarsi all’oppressione, dovrebbe per principio solidarizzare con la vittima. Neppure la sentenza di tribunale giustifica la distruzione della dignità del “condannato”, anche perchè nessun giudice è infallibile, talvolta neppure imparziale. Nella società etica dovrebbe esserci posto anche per i deboli, forse meno per i violenti che si arrogano il diritto di abusarne. Ma così non è perchè la tecnica dei professionisti della diffamazione è subdola, ben più sottile degli articoli del codice penale. Mario Tamponi