Samstag, 4. Juli 2020

Dentro il dolore.


Dentro il dolore
Un’aggressione di 30 anni fa

Appena varcato il portone di casa dopo la mezzanotte, due individui sbucati dal buio mi sbarrano il passo nel secondo androne che dà sul cortile, mi spruzzano qualcosa di acido in faccia e mi si avventano rabbiosi. L’aggressione a sorpresa non mi consente di capire e di osservare. Non penso neppure di dovermi difendere e mi accascio sotto il primo scossone e poi sotto la furia di pugni e calci, fulminanti come scariche. Non mi balena l’idea di urlare per invocare soccorso; non ne avrei la forza, non ne sento neppure il bisogno perché tutto appare surreale. Soffoco un ruggito in un lamento opaco, utile a lenire il dolore e l’umiliazione. Non misuro la durata del pestaggio, nella nebbia mentale non avverto degli aggressori neppure la fuga. Non intendevano eliminarmi, semmai darmi una lezione… incomprensibile.

Barcollante mi trascino attraverso il cortile e risalgo le scale contorcendomi gradino dopo gradino; al primo piano premo il campanello col gomito sinistro. Tengo il braccio destro penzoloni; cercando di sollevarlo mi sorprende vederlo curvarsi ad arco con fitte allucinanti. Mio figlio che impreca furibondo ”me l’aspettavo, me l’aspettavo!” e mia moglie che mi viene incontro in vestaglia da notte mi strappano al fatale indistinto. Mi rispecchio nella loro agitazione e mi ritrovo livido, sanguinante; sfinito mi rannicchio sulla prima poltrona. L’abbraccio protettivo del giovane e la supplica della donna a non venirgli meno nel sonno mi sconvolgono con dolcezza infinita. Mi riaffiorano nell’anima le coordinate di casa.

Il via vai successivo di poliziotti con le loro domande, dei curiosi attorno all’ambulanza in partenza, degli infermieri solerti al pronto soccorso dell’ospedale e in radiologia si snoda sfocato nel mio dormiveglia. Quando il primario mi sussurra di dovermi operare all’avambraccio stritolato mi lusinga l’opportunità di potermi concedere al sonno; sul lettino dell’anticamera operatoria mi congedo dai miei augurandogli la buona notte. Non mi preoccupa il rischio di paralisi della mano destra nel mio lavoro di giornalista. Mi affretto a un sommario esame di coscienza e nell’eventualità che il riposo coincida con l’aldilà raccomando l’anima al suo clemente signore.

In chirurgia il tempo non esiste. Penso al dono dell’ubiquità quando risvegliandomi lentamente mi ritrovo sotto le coperte in una stanza estranea con altri due pazienti, uno loquace ed estroverso, l'altro delirante per sofferenza o esibizionismo. Pian piano si localizza il formicolio dentro il braccio fasciato, il dolore delle costole rotte che non mi consentono di girarmi e tossire. Mi rassegno a convivere con la faccia tumefatta come se fosse quella di sempre… che è ben poca cosa di fronte all’ondata di premure, alla vicinanza di familiari ed amici, alle telefonate e ai messaggi di tanti che nello stress dell’ultimo periodo ho perso di vista, ai fiori e ai regalini sul comodino. Mi sento disarmato, ogni parola o gesto di affetto mi commuove; un medico mi spiega che è colpa degli ormoni messi in circolazione da fratture e contusioni. Ma le lacrime anche nel pudore sono spesso liberatorie.

L’alto commissario di polizia con assistenti, versione in carne ed ossa di Derrick e Colombo, mi fa sentire protagonista di un giallo avvincente con intreccio internazionale: è un tipo razionale e tranquillo, avido di dettagli che cerca di strapparmi con quesiti incalzanti. Da specialisti fa esaminare i frammenti degli occhiali e le impronte sui vestiti. Cronisti e fotoreporter che filtrano attraverso uno sbarramento di severo controllo mi raggiungono in camera per documentarsi e presentarmi poi sui giornali come “vittima di mafia”. Sull'ipotesi che gli aggressori siano killer e il piano premeditato sono tutti concordi; i più per intuito convergono anche sui possibili mandanti per interesse o vendetta. Tra gli amici che si avvicendano accanto al lettino si insinua camuffato qualche depitastore di indagini e congetture, che tollero per non essere sgarbato. Per me la ricostruzione del caso è quasi ovvia: mi basta ripercorrere gli eventi più recenti e ostili, avvertimenti palesi e minacce anonime. Sempre la stessa storia: ogni minimo successo, reale o presunto, riaccende l’invidia e le nevrosi dei soliti ignoti. Li annovero tra i vili, ma senza odiarli, semmai con un pò di rabbia e di pena.

Si tende a credere che quando si è costretti a convivere con le tragedie e la fragilità sia quasi automatico rifugiarsi in Dio. E invece ci si può anche lasciar stordire dagli acciacchi e dalle banalità; è anche possibile che la voglia di riprendere la vita interrotta prevalga sul bisogno di regolare le faccende dello spirito. Nella cappella deserta dell’ospedale mi raccolgo con un inedito senso di vuoto, fino a credere che Dio non sia sempre una fatalità o una fuga di comodo, semmai una conquista di coraggio, l’interlocutore di una preghiera anche controvoglia e senza conforto.

Lasciando la clinica dopo qualche settimana riprendo la vita ordinaria di giornalismo e relazioni. Continua la solidarietà di amici, collaboratori e conoscenti, l’attenzione premurosa di giornali e istituzioni; ma riprendono anche le dichiarazioni di ostilità di altri invisibili. Apprendo che qualche pennivendolo avrebbe fatto passare l’aggressione subìta come un regolamento di conti, praticamente per collocarmi nel torbido sociale. C’è chi in certi ambienti italiani tra lettori sprovveduti e senza conoscenza del tedesco avrebbe diffuso ad arte copie di giornali con foto che mi ritraggono malconcio all’ospedale per indurre al sospetto che potrei essere stato io il mandante dei miei killer.

C’è chi mi chiama al telefono per dirsi offeso da articoli tedeschi sulla vicenda presentata come mafiosa perché sporcherebbe l’immagine del nostro paese, e pretende, a nome di non so chi, un mio intervento autorevole presso le redazioni berlinesi per dichiarare che “la mafia non esiste”. E c’è chi continua a turbare la mia quiete con le solite lettere e telefonate sibilline. Per fortuna gli amici del ministero tedesco degli interni, che pare capiscono più di quanto rivelino, mi proteggono con assidua simpatia e mi supplicano di non mollare.

La violenza fisica è limitata nel tempo e provoca solidarietà; quella psicologica invece, la calunnia, opera nel viscido e attizza l’animosità di un branco che si crede vincente e tende a espandersi come terra bruciata. Gli autori della calunnia programmata con i loro complici e il relativo contorno di manovalanza circolano a piede libero, mascherati da facce perbene e dai loro discorsi sui principi dell’onestà. Si avvantaggiano spesso delle false testimonianze dei più audaci, persino della compiacenza di qualche funzionaro corrotto. Per smascherarli ci vorrebbe proprio l’indagine di ispettori raffinati come quelli della finzione cinematografica… che non esistono.

Da allora sono passati quasi 30 anni. Come qualche altra vicenda, anche questa si è ormai spenta nella nebbia, che aiuta a indicare sempre meno le debolezze altrui e a confonderle con le proprie. Aiuta a ignorare le cicatrici rimaste e a perdonare. Eppure sarebbe utile poter rivedere nel film del passato anche le aggressioni di una volta assieme ai loro autori, nella loro ottica, per comprendere meglio la psicologia umana quando si fa contorta. Sarebbe bello per riconciliarsi col sorriso e cantare insieme un inno alla vita, che comunque è un’avventura fantastica e scorre veloce.

Mario Tamponi

Mittwoch, 1. Juli 2020

La traversata.


La traversata
Sul traghetto Civitavecchia-Olbia


Già da un pezzo gli altoparlanti delle varie sale del traghetto annunciano che “siamo in arrivo”. Nella morsa della fiumana dei passeggeri aspetto impaziente l’apertura delle porte ermetiche sulle scale mobili che portano giù sul molo del porto di Olbia. Per battere la noia con lo sguardo inadagatore passo in rassegna i miei compagni di viaggio dalle facce inebetite dopo una notte più o meno insonne su poltrone scomode allineate verso pareti grigie o sui divani gratis del bar accanto ai propri fagotti, pochi in cabina con cuccetta. Sembrano detenuti sorvegliati da guardie invisibili e destinati ad una qualche colonia penale. Lo fanno pensare l’aria malinconica e l’abbigliamento diverso nei colori, ma uguale nella grossolanità protettiva. Mi immedesimo nella loro condizione e recito la mia parte, anche se da osservatore mi convinco di essere una fortunata mosca bianca che può posarsi ogni tanto alla debita distanza.
          Eppure quei presunti detenuti sono simili a tutti gli altri individui, non galeotti, che popolano il nostro mondo. Dov’è la differenza? E se differenza non c’è, perchè i cittadini ordinari possono godersi il sole, la famiglia e gli amici, mentre questi poveracci sono costretti all’isolamento carcerario? La vita appare bizzarra, arbitraria nel decidere la libertà degli uni e la segregazione degli altri. Si obietta che gli uni sono buoni e gli altri malvagi e pericolosi. Strano, come si fa a capirlo se il corpo, che non è trasparente, non vi lascia intravedere dentro un’anima candida o una torbida? Nei miei sfortunati compagni di viaggio cerco ansioso indizi lombrosiani come nasi adunchi, zigomi affilati, occhi perfidi o gobbe precoci, ma non mi sembra di scorgervi tratti somatici particolari rispetto alla maggioranza a piede libero.
          Probabilmente non avrei bisogno di prove se quei volti mi fossero noti come di familiari, vicini di casa o colleghi di lavoro. In tal caso potrei giurare sulla loro innocenza con la mano sul vivo della fiamma ossidrica; quelli lì invece li vedo per la prima volta, insondabili nel loro smarrito silenzio. Nel mucchio ci sono anche signore e signorine di diversa età e, a giudicare dai dettagli, di ogni ceto sociale. Ma sembra che le donne per il fatto di esserlo siano esenti da delitti e castighi, strano. Quell’unico traghetto che trasporta maschi e femmine consente l’inevitabile promiscuità, ma all’arrivo ci dovrà pur essere la separazione dei sessi… altrimenti che castigo sarebbe? Il prodigio delle porte che finalmente si spalancano diffonde una ventata di aria salmastra per liberare me dalla stretta delle travagliate congetture e tutti gli altri dall’asfissia della calca.
          Scendendo tra garbate spintarelle continuo a non vedere le guardie carcerarie, ma devono pur esserci perchè i prigionieri procedono in ordinate file parallele e toccando terra non si confondono con la gente di Olbia che affolla il molo e scorrazza in ordine sparso nella direzione che ognuno crede. Nonostante la curiosità mi è difficile seguirli per indagare su come e quali pullman saliranno verso chissà quale penitenziario con aria razionata, con celle d’isolamento e forse di tortura; è noto che l’Isola dispone di carceri superprotette come quella celebre sugli scogli dell’Asinara. Forse proprio ora dovrei stargli dietro per convincermi dello zelo delle guardie perchè i mascalzoni da rinchiudere non si disperdano nella società degli onesti. Se le guardie sono ancora invisibili, io mi tocco e mi sento corporeo. Anche per questo mi defilo lento con passi felpati per paura che vedendomi mi obblighino a rientrare nel gregge. Al riparo di una sgangherata cabina telefonica all’aperto cerco di far mente locale sulla strada da prendere verso la vita dei più e la mia concreta destinazione.
Mi sorprende d’un tratto l’idea d’aver fatto la traversata senza vedere il mare, senza averne coscienza. Ieri sera, forse come tutti gli altri, non l’ho intravisto neppure quando dal porto d’imbarco di Civitavecchia ho imboccato le scale mobili verso gli interni del traghetto; la mole della nave sotto strati di vernice penetrante e l’agitato viavai dei passeggeri coprivano ogni spiraglio sull’acqua e sulla possibile luna che certamente vi si sarebbe voluta specchiare. Arrivato in alto, sulla scia degli altri ho attraversato corridoi e saloni alla ricerca del bar e del posto più comodo ed economico dove passare la notte. Per il fastidio della brezza nessuno sembrava interessato ad affacciarsi sul ponte, nessuno si degnava di guardare attraverso gli opachi finestroni dei saloni o i minuscoli oblò delle cabine, anche perchè nel buio serale le poche luci del porto si confondevano con quelle abbaglianti della nave. Più intrigante dell’ipotetico panorama marino era il profumo del fritto di calamari e delle grigliate di pesce dal ristorante di bordo; e dal bar il rumore familiare delle macchine da caffè e cappuccino sotto gli enormi monitor sintonizzati su diversi canali televisivi a volume assordante.
          Ma siamo stati veramente su una nave? – mi chiedo ora. Abbiamo veramente attraversato un buon tratto del Tirreno denso e profondo, con le onde che si infrangono carezzevoli sui bordi della nave ritmandone il percorso, con gli spettacoli suggestivi che nell’oscurità variano con la luce che via via si spegne nelle stelle, con gli sciami silenziosi di pesci multiformi che animano le profondità sotto lo specchio lunare delle acque? Forse è stato un gioco di magìa: entri in un ambiente, in una sagoma di imbarcazione, e dopo un pò di tempo, le ore necessarie perchè l’illusionismo diventi credibile, ne esci e pensi di trovarti altrove. Finti potrebbero essere stati anche il rombo dei motori nelle presunte manovre di sgancio e di attracco, gli scossoni sulle banchine dei due porti, il frastuono delle catene metalliche, le urla dei marinai attorniati da mozzi muscolosi. È tutto possibile. Una suggestione magica, cara quanto un viaggio vero, ma se il risultato è o sembra essere lo stesso è giusto pagarne il biglietto. C’è persino da dubitare che il mare di quella notte fosse reale e le stelle più di un virtuale dettaglio ornamentale.
          Dalla cabina telefonica raggiungo il bar della stazione marittima per un secondo cappuccino con cornetto; accovacciato sul tavolinetto cerco di riprendermi dal mio frammentato riposo notturno nel frastuono televisivo della nave. Ma nel dormiveglia di ora avverto di aver perso di vista i detenuti della comune traversata, anzi di averne smarrito persino il ricordo. La scena mia e collettiva se la ruba d’un colpo il penetrante ticchettio cadenzato di una signora slanciata che attraversa l’ampio salone del bar da un’estremità all’altra. Calza scarpe a spillo dall’effetto implacabile. Finchè dura è la colonna sonora di tutti i presenti che vi si sintonizzano al meglio per scaricarvi ansia e tensione. Per alcuni è insopportabile inquinamento acustico, per altri diventa musica tamburellata che dai tacchi rimanda verso l’audace minigonna della donna.
          Fissandola negli occhi vi riconosco la commessa della boutique di stanotte nel corridoio tra il bar e il ristorante del traghetto. In quel negozietto c’era un pò di tutto, souvenir, specialità sarde, elettronica, soprattutto moda; ma era deserto anche nell’ora di punta. Strana la missione della donna: salire sulla nave, credere di solcare il mare nell’attesa di clienti fantasma fino a notte fonda; e all’alba scendere, inondare il bar del porto del proprio ticchettio, scomparire poi per l’intera giornata e al calar della sera risalire sulla nave per il medesimo viaggio, attendere un pubblico che non c’è e che forse non esiste. Ma la sua sorte non dovrebbe essere diversa da quella di tante commesse di tante boutique di moda e gioielleria esclusiva delle nostre metropoli: aspettano, aspettano e aspettano con la rara chance che la vita si riempia di senso. Anche la donna del traghetto aspetta e aspetta… ma lei almeno sogna di attraversare il mare.

Mario Tamponi

Sonntag, 28. Juni 2020

Una RAI da riformare.


Una RAI da riformare

Spunti per una televisione innovativa
di comunicazione, formazione e promozione

Il futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola, della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio. Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.

Ridurre la pubblicità

La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano l’ennesima interruzione con liturgica solennità. 
Se a fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.

Pubblicità occulta

La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate pubblicitarie che ostentano l’impegno politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.

Pubblicità interna

Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere lasciato in pace.

Oltre gli indici di ascolto

È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie, dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.

Servizio come vocazione

La televisione pubblica dovrebbe onorare il professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva. Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai” verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma questa prassi non gli rassomiglia?

Salotti pettegoli

La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni, senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione. Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente diffamazione e calunnia.

Delitti per gialli interattivi

La civetteria da cronaca nera è devastante quando si occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.  

Telegionali meno provinciali

I telegiornali dovrebbero superare il taglio provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio che aprono sul paese e sul mondo.
La politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti. Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo scontro degenera in insulti violenti.

Conduttori da bandierina

Quanto ai programmi di approfondimento e dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia ristretta di amici.
Nella televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.

Talk show

Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria testa.

Approfondimento scientifico

Nei programmi di approfondimento scientifico la televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi – parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese! Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie, privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.

Riflessione filosofica

È necessario che la televisione pubblica fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere, col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.

Promozione, ad esempio col Giro d‘Italia

L’Italia è oggi un paese in crisi profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano. Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza. Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura, da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e avvincente.  

Promozione, ad esempio con Sanremo

Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano, Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli concreti da suggerire.

Mario Tamponi
8.3.20

Paradossi da Coronavirus.


Paradossi da Coronavirus

Senza addentrarci nei vari temi dell’emergenza da Coronavirus e senza schierarci nell‘attuale panorama spesso caotico e fazioso della politica e dell’opinione pubblica, ci limitiamo qui a ribadire alcune carenze comuni e contraddittorie dell’intervento statale. Diamo per scontato che molte delle misure restrittive siano giuste, se non altro perchè suggerite da autorevoli virologi e scienziati. Ma proprio in contrasto con queste misure non capiamo perchè non tutti i cittadini dispongano di mascherine e di materiale disinfettante, neppure del banalissimo alcol denaturato. Nulla di tutto ciò si trova in farmacia e altrove, eppure sarebbe compito dello Stato diffondere capillarmente l’essenziale prima ancora che venga richiesto.

Le mascherine professionali non sono sufficienti neppure negli ospedali specializzati, dove è comunque carente tutto il materiale protettivo per medici, infermieri e assistenti volontari, con la conseguenza tra loro di un allarmante tasso di mortalità. Con ciò è ancora più encomiabile e commovente la rischiosissima dedizione di questi numerosi, silenziosi angeli della comunità inferma. Ma non ha senso che governo e parlamento gli vogliano destinare monumenti al merito con l‘aggettivazione dell’abituale retorica. La prima cosa che dovrebbero fare (e solo loro possono farlo!) è consentire con i necessari incentivi d’urgenza la riconversione di industrie idonee per la produzione massiccia di mascherine e di tutto il resto, senza bisogno di andare a elemosinarlo con scarso successo in giro per il mondo. Negli ospedali sono scandalosamente insufficienti anche i respiratori o ventilatori polmonari per i ricoverati in terapia intensiva; eppure la nostra industria tecnologicamente flessibile potrebbe provvedere a rifornire di respiratori non solo le cliniche, ma anche gli ammalati individuali in clausura domestica. Scarseggiano anche i tamponi e ne andrebbe comunque velocizzato il sistema.

In un paese industrializzato come il nostro sono inaccettabili per mera carenza produttiva l‘atrocità delle seriali agonie per soffocamento, la decimazione della saggezza dei nostri nonni e bisnonni, la desolazione di una morte anonima senza conforto. Struggente il martirio in reparto intensivo di un sacerdote, tra i tanti, che rinuncia al proprio respiratore, uno dei pochi disponibili, per cederlo ad un paziente più giovane. Negli ospedali si lamenta talvolta persino l’esaurimento delle scorte di ossigeno, quando i nostri impianti chimici potrebbero produrne a volontà. Auspicabile è che il governo non lasci all’economia privata l’iniziativa, insufficiente e spesso speculativa, ma coordini e finanzi le imprese idonee nell’intera operazione di produzione del necessario per la tutela elementare dei cittadini. Ma non ha senso piagnucolare ora per il fatto che tutto questo poteva essere fatto prima. Importante è che si colmino subito i vuoti di inefficienza e burocrazia.

Ancora qualche spicciolo suggerimento. La burocrazia andrebbe ridotta al minimo quando si tratta di fornire in rapida liquidità gli aiuti stanziati per le famiglie e le aziende in difficoltà. Le lungaggini rischiano di ridurne i vantaggi.
Per gli acquisti alimentari bisognerebbe evitare di esporre i cittadini a file chilometriche davanti ai grandi magazzini; con un pò di fantasia si potrebbero costruire negli stessi magazzini e in mercati aperti sistemi di distribuzione veloce.
E la televisione pubblica nei suoi telegiornali e in tutte le sue trasmissioni dovrebbe essere meno monotematica per evitare di diffondere terrore, panico da paralisi. Per informare esaurientemente sul virus e sui drammatici effetti quotidiani del contagio non è necessario ripetere all’infinito le stesse cose e gli stessi dibattiti con gli stessi interlocutori. Ci sono anche tanti altri temi di sobria formazione, di cultura non barbosa e di intrattenimento intelligente di cui la gente impaurita e anche i contagiati avrebbero bisogno per uscire dai bassifondi e respirare l’aria profonda. 

Sul tema Europa rimandiamo ad altra sede l’esame della latitanza dell’Unione, mentre avrebbe dovuto effettuare azioni concrete e massicce contro l’epidemia comune anche se territorialmente differenziata, promuovere ricerca,  coordinare e sostenere gli interventi degli Stati membri. Ci limitiamo qui ad un solo aspetto positivo: la sospensione del suo rigido patto di stabilità per consentire ad ogni paese un approccio più libero alla propria emergenza sanitaria, senza lasciarsi inibire dagli effetti sul proprio debito pubblico. Su questa linea i più hanno salutato con favore il sostegno ideologico di Mario Draghi. Ma soprattutto per l’Italia urge fin d‘ora l’elaborazione di un piano economico, finanziario e istituzionale per il dopo epidemia.

A Draghi e a suoi colleghi si dovrebbe chiedere una proposta dettagliata e articolata da discutere subito e da attuare non appena una tregua del Coronavirus lo consentirà – per evitare che il nostro debito pubblico, già proibitivo e destinato a crescere notevolmente nelle prossime settimane o mesi, tarpi le ali del nostro paese provocandone il collasso. L‘attuale dominio del Corona si è affermato anche grazie alla nostra iniziale incertezza e impreparazione. Bisognerebbe far tesoro di questa esperienza di scarso tempismo per destinare l‘attuale fase di immobilità produttiva e sociale soprattutto alla preparazione di un realistico, rassicurante piano di rinascita.

Bisognerebbe saper cogliere il positivo in ogni fase oscura dell’umanità. Il Coronavirus ci ha fatto scoprire controvoglia la nostra precarietà, l’essenziale nella vita privata e collettiva, il vantaggio e il piacere della solidarietà. Dopo questa crisi sanitaria potremmo scoprire il positivo anche in un nuovo approccio alla crisi economica in agguato. Potremmo inventare un modo più dinamico e snello di vivere l’Europa e i valori comuni, senza i contrasti e la burocrazia che vanificano i sogni, e per l’Italia senza la zavorra di un debito surreale.

Mario Tamponi
4.2020

La rimozione della morte è la morte della nostra civiltà.


La rimozione della morte
è la morte della nostra civiltà.

Riflessioni in margine al panico dei nostri giorni

Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di tubercolosi, malaria, colera, lebbra e di tante altre malattie pestilenziali: ma questo non ci riguarda perchè nel nostro continente da tempo le abbiamo debellate. Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di fame e di guerra: ma questo non ci riguarda perchè il nostro continente è benestante e le armi che produciamo le esportiamo soltanto per alimentare conflitti lontani con immensi profitti. Ogni giorno anche nel nostro continente come in tutto il mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di vecchiaia, di cancro, di infarto e ictus, di incidenti e suicidi e di tant’altro semplicemente perchè siamo tutti mortali. È inevitabile che ognuno muoia non oltre una certa invalicabile età e, dividendo il numero degli inquilini del pianeta e di ogni paese per la durata media della vita, ne otteniamo una mortalità annuale e quotidiana altissima, ma naturale. È paradossale che anche questa quasi non ci riguardi, per un altro motivo: pur commemorando di volta in volta la morte degli altri (familiari, amici, vicini e illustri lontani) non ci è possibile vedere nè prevedere la propria, che quindi ci è facile rimuovere. Il fatto che di questa morte generale a nessuno di noi sia dato conoscere giorno e ora vale per molti come licenza all’incoscienza più che come monito alla vigilanza.

La mortalità per Coronavirus invece, pur essendo statisticamente minoritaria, ci getta attualmente nel panico perchè l’epidemia che vediamo nel vuoto spettrale delle nostre città e che sentiamo drammaticamente documentata alla televisione ci appare come una macabra lotteria collettiva che in un momento qualsiasi potrebbe chiamare all’appello ciascuno di noi. Questa morte la vediamo e sentiamo proprio perchè bizzarra, noncurante dei rimedi che ancora non esistono. Per ognuno è una probabilità statistica, ma incombe con l’incubo dell’agonia per soffocamento, della scomparsa improvvisa e anonima senza conforto. L’altra morte invece, quella certa, è opportunamente intervallata nella collettività e incerta nella causa, nel dove e nel quando lungo lo scorrere apparentemente lento degli anni… e così si lascia relativizzare e sfocare in mille modi fino quasi all’illusione di non esistere. A questo miraggio paradossale di presunta immortalità concorrono in prospettiva persino i funerali solenni, gli elogi funebri che sembrano meritati, la certezza di una dimora fissa con lapide al camposanto, la fama e la memoria tra i posteri.

La morte certa rientra quasi nell‘ordinario, e così prima che si avvicini con qualche acciacco quasi nessuno si cura del proprio orologio biologico che registra l’incessante bruciarsi del tempo predestinato; quasi nessuno controlla lo stato dei propri tantissimi organi, che generalmente non strillano, ma che irreversibilmente si logorano assolvendo senza sosta alle loro funzioni vitali. Sembra banale, eppure dovrebbe essere la misura della nostra caducità a dispetto dei compiti immani che ci illudiamo di dover svolgere per la storia. A nostra esaltazione celebriamo la creatività scientifica ed artistica come se nascesse dal nulla, e per giunta mistifichiamo spesso l‘arroganza che ci porta a idolatrare noi stessi, squallidamente capaci anche di avidità e autodistruzione, di guerre e oppressione, di volgarità… fino a proclamare la „morte di Dio“ per non dover riconoscere la propria e le nostre vergogne. In realtà quel Dio che si crede di „uccidere“ non è l‘Assoluto che dona la vita, ma l‘idolo che noi stessi inventiamo per consentirci l‘oblio della nostra morte. 

Se la morte soltanto probabile per Coronavirus è oggi molto più presente di quella certa significa che l’uomo ha rimosso dalla propria coscienza la morte certa; ma significa anche che l’angoscia per la morte soltanto probabile è un effetto collaterale della medesima rimozione. La rimozione della morte nella nostra civiltà non è una conquista di progresso; è semmai l’oblio della componente fondamentale della vita, è la falsificazione della vita che di per sè convive con la morte. Chi col progresso giubila di poter allungare la vita senza preoccuparsi di darle anche un senso non fa che rimandare il problema di un briciolo di tempo, che è relativo. E chi spera che il progresso possa regalargli un giorno una qualche immortalità merita il ricovero in manicomio, che esisterà ancor più drammaticamente in un futuro non troppo lontano di manipolazione genetica e di intelligenza artificiale.

Nella condizione umana la morte significa finitezza e fragilità. Gli antichi greci, padri della nostra saggezza, invece della parola oggi corrente di „uomini“, usavano quella di „mortali“. E uno degli ultimi grandi filosofi del nostro occidente, Martin Heidegger, definisce l’uomo „essere-per-la-morte“. Sotto il profilo filosofico, cioè del significato, la morte non è quella fisica che „vediamo“ in un nostro simile che spira e diventa cadavere, non è quella che immaginiamo nella nostra fine biologica da bara. Nessuno „vede“ la propria morte, quella vera, perchè non è oggettuale, una cosa tra le cose. La morte reale è l‘esperienza di finitezza e fragilità che ognuno vive nel proprio esistere e progettarsi, nella sua scelta di accettarsi o rifiutarsi, nel suo bisogno di trascendersi. È la condizione di ogni uomo „gettato nel mondo“ come relazione con l’Essere che la fonda e con l’altro da sè, cioè col prossimo, con cui coesiste nel tempo e fuori. L’io che non si accetti progettualmente come relazione è un non-senso; è come dire che la vita senza la morte è astrazione concettuale o di fantasia.

La rimozione individuale (e collettiva) della morte è quindi la tragica caricatura della nostra inconsistenza che si maschera di autosufficienza, di avere e di potere. Per il cristianesimo il peccato originale raccontato metaforicamente nella Genesi si rinnova storicamente in ognuno di noi quando con analoga presunzione rigettiamo ciò che ontologicamente siamo. La rivoluzione cristiana ruota attorno alla nostra condizione di vita-morte e di rigenerazione con la morte di Dio sulla croce che, se condivisa, ci strappa all‘alienazione idolatra per riportarci alla nostra verità di relazione. La trascendenza di Dio sulla croce attua la nostra trascendenza. La trascendenza è il mistero di Dio e, insieme, la nostra profonda identità come vocazione.

La rimozione della morte si esprime purtroppo anche in una certa cultura collettiva. Oggi, ad esempio, esaltiamo la scienza come se fosse abilitata a risolvere tutti i nostri problemi. Certamente la scienza è affascinante in ogni suo ambito e ad ogni livello, dal cosmico al nanometrico, dal fisico al biologico, al neurologico, ed è promettente con la sua logica e le sue scoperte – ma solo se a misura d‘uomo e in sintonia etica. Pericoloso perchè assurdo sarebbe chiederle la soluzione ultima dei nostri misteri, dell‘esistere e della morte appunto. Einstein, genio della relatività generale, mette in guardia da questa aberrazione mentale; e prima di lui Newton, genio della gravitazione universale, considera la somma delle scoperte scientifiche presenti e future come „un granello di sabbia di fronte all’oceano infinito“. E prima ancora Galileo, fondatore della ricerca moderna su base matematica e sperimentale, definisce la scienza come lettura fisica delle „orme di Dio nella creazione“, palcoscenico dell’umano destino.

Se la scienza indaga sul mondo naturale e sulle relazioni umane sotto il profilo oggettuale, la filosofia riflette invece sull’uomo come soggetto di conoscenza e di valori, e – in questa ottica – anche sulla funzione e sui limiti della stessa scienza sperimentale. Ma la morte può essere rimossa purtroppo anche da una certa filosofia che presuma di essere fonte di certezze assolute, mentre nell’universo umano ogni sistema razionale è relativo al metodo in cui si articola, al linguaggio comunque simbolico in cui si esprime, all’orizzonte storico-culturale in cui si muove.

 „Tutto ciò che è reale è razionale, tutto che è razionale è reale“, sostiene Hegel, il più assoluto dei metafisici, che con la costruzione di una dialettica rigorosa come presunta anima dell’Essere e del suo divenire erige un sistema onnicomprensivo apparentemente innocuo perchè solo concettuale, ma ricco di agguati. Quando infatti la sua dialettica, geniale ma artificiale, si trasferisce con Marx nella sfera materiale-storico-sociale come ispiratrice di rivoluzioni politiche diventa nefasta. Il comunismo, che di per sè si richiama al principio di uguaglianza e solidarietà, sublimato hegelianamente in materialismo dialettico degenera nello stalinismo dei gulag, nello schiavismo e nella repressione, e più genericamente nella trasformazione di popolo in „massa“, dove l’individuo si dissolve come strumento nell’ingranaggio del tutto ideologico. Lo stesso vale per la teoria evoluzionistica di Darwin che, pur verosimile come fenomenologia naturalistica, quando ispira regimi politici che credono di doverla applicare per accelerarne il processo „selettivo“ diventa razzismo nazionalsocialistico. Questi sistemi diversi di materialismo dialettico e di razzismo nazionalsocialistico si equivalgono negli effetti da catastrofe, ma ancor prima nella causa, cioè nella rimozione della morte in una accezione deviata (non etica) di scienza, filosofia e politica.

La mistificazione ammaliante dell‘assolutismo hegeliano viene demolita dal successivo esistenzialismo, soprattutto dal suo primo ispiratore Soren Kierkegaard. La sua categoria di „angoscia“ riconducibile alla morte individuale e alla fede cristiana non è oscurantismo o sentimentalismo represso, semmai è il coraggio di guardare in faccia la vita per svelarne il fascino nascosto e fondarvi una società solidale e un progresso autentico.

La rimozione della morte sta ovviamente alla base di ogni altro assolutismo e regime autoritario, di colonialismi passati e contemporanei, di monopoli economico-finanziari che „legalmente“ generano nel mondo inaccettabili disparità e ingiustizie, e giustificano lo sfruttamento di ogni debolezza sociale. Ma c’è rimozione della morte anche nella componente rivoluzionaria dell‘illuminismo francese che usa la ghigliottina e le baionette per affermare „la libertà, l’uguaglianza e la fraternità“. Il principio universale che ispira l’odierna „carta dei diritti dell’uomo“ andrebbe riformulato come segue: „La dignità di ogni singolo uomo è inviolabile“, per intendere l’uomo anche come individualità e minoranza, e non come astratta entità di facile mistificazione e abuso. C’è rimozione della morte persino in una certa teologia dogmatica che ispira spietate guerre tra religioni diverse o tra confessioni contrapposte nell’ambito della stessa. C’è rimozione della morte nella pietà bigotta di certi „dottori della legge“ e affiliati, che oggi come ai tempi di Gesù considerano legittimo diffamare e perseguitare testimoni della misericordia di Dio e dell’amore fraterno.

L’attuale emergenza da Coronavirus è una tragica esperienza dei nostri giorni. Ma è anche un‘opportunità per riappropriarci della nostra fragilità e dell’essenziale nel quotidiano, della gratitudine dovuta alla vita prodiga di meraviglie e di bellezza. Cercare di sconfiggere il Coronavirus è un inno all’esistere: un inno che viene cantato con commovente credibilità da medici, infermieri e innumerevoli volontari in prima linea che rischiano la propria vita per la sopravvivenza di contagiati in carne ed ossa. Questa silenziosa testimonianza di amore, se sopravviverà al superamento del Coronavirus, sarà forse la lezione più convincente per un domani più vero.

Mario Tamponi