Appena
varcato il portone di casa dopo la mezzanotte, due individui sbucati dal buio mi
sbarrano il passo nel secondo androne che dà sul cortile, mi spruzzano qualcosa
di acido in faccia e mi si avventano rabbiosi. L’aggressione a sorpresa non mi
consente di capire e di osservare. Non penso neppure di dovermi difendere e mi
accascio sotto il primo scossone e poi sotto la furia di pugni e calci,
fulminanti come scariche. Non mi balena l’idea di urlare per invocare soccorso;
non ne avrei la forza, non ne sento neppure il bisogno perché tutto appare
surreale. Soffoco un ruggito in un lamento opaco, utile a lenire il dolore e
l’umiliazione. Non misuro la durata del pestaggio, nella nebbia mentale non avverto
degli aggressori neppure la fuga. Non intendevano eliminarmi, semmai darmi una
lezione… incomprensibile.
Barcollante mi trascino attraverso il
cortile e risalgo le scale contorcendomi gradino dopo gradino; al primo piano premo
il campanello col gomito sinistro. Tengo il braccio destro penzoloni; cercando
di sollevarlo mi sorprende vederlo curvarsi ad arco con fitte allucinanti. Mio
figlio che impreca furibondo ”me l’aspettavo, me l’aspettavo!” e mia moglie che
mi viene incontro in vestaglia da notte mi strappano al fatale indistinto. Mi rispecchio
nella loro agitazione e mi ritrovo livido, sanguinante; sfinito mi rannicchio
sulla prima poltrona. L’abbraccio protettivo del giovane e la supplica della
donna a non venirgli meno nel sonno mi sconvolgono con dolcezza infinita. Mi riaffiorano
nell’anima le coordinate di casa.
Il via vai successivo di poliziotti con le
loro domande, dei curiosi attorno all’ambulanza in partenza, degli infermieri
solerti al pronto soccorso dell’ospedale e in radiologia si snoda sfocato nel
mio dormiveglia. Quando il primario mi sussurra di dovermi operare all’avambraccio
stritolato mi lusinga l’opportunità di potermi concedere al sonno; sul lettino
dell’anticamera operatoria mi congedo dai miei augurandogli la buona notte. Non
mi preoccupa il rischio di paralisi della mano destra nel mio lavoro di
giornalista. Mi affretto a un sommario esame di coscienza e nell’eventualità
che il riposo coincida con l’aldilà raccomando l’anima al suo clemente signore.
In chirurgia il tempo non esiste. Penso al
dono dell’ubiquità quando risvegliandomi lentamente mi ritrovo sotto le coperte
in una stanza estranea con altri due pazienti, uno loquace ed estroverso, l'altro
delirante per sofferenza o esibizionismo. Pian piano si localizza il formicolio
dentro il braccio fasciato, il dolore delle costole rotte che non mi consentono
di girarmi e tossire. Mi rassegno a convivere con la faccia tumefatta come se
fosse quella di sempre… che è ben poca cosa di fronte all’ondata di premure,
alla vicinanza di familiari ed amici, alle telefonate e ai messaggi di tanti
che nello stress dell’ultimo periodo ho perso di vista, ai fiori e ai regalini sul
comodino. Mi sento disarmato, ogni parola o gesto di affetto mi commuove; un
medico mi spiega che è colpa degli ormoni messi in circolazione da fratture e
contusioni. Ma le lacrime anche nel pudore sono spesso liberatorie.
L’alto commissario di polizia con
assistenti, versione in carne ed ossa di Derrick e Colombo, mi fa sentire
protagonista di un giallo avvincente con intreccio internazionale: è un tipo
razionale e tranquillo, avido di dettagli che cerca di strapparmi con quesiti
incalzanti. Da specialisti fa esaminare i frammenti degli occhiali e le
impronte sui vestiti. Cronisti e fotoreporter che filtrano attraverso uno
sbarramento di severo controllo mi raggiungono in camera per documentarsi e presentarmi
poi sui giornali come “vittima di mafia”. Sull'ipotesi che gli aggressori siano
killer e il piano premeditato sono tutti concordi; i più per intuito convergono
anche sui possibili mandanti per interesse o vendetta. Tra gli amici che si
avvicendano accanto al lettino si insinua camuffato qualche depitastore di
indagini e congetture, che tollero per non essere sgarbato. Per me la ricostruzione
del caso è quasi ovvia: mi basta ripercorrere gli eventi più recenti e ostili,
avvertimenti palesi e minacce anonime. Sempre la stessa storia: ogni minimo
successo, reale o presunto, riaccende l’invidia e le nevrosi dei soliti ignoti.
Li annovero tra i vili, ma senza odiarli, semmai con un pò di rabbia e di pena.
Si tende a credere che quando si è
costretti a convivere con le tragedie e la fragilità sia quasi automatico
rifugiarsi in Dio. E invece ci si può anche lasciar stordire dagli acciacchi e
dalle banalità; è anche possibile che la voglia di riprendere la vita interrotta
prevalga sul bisogno di regolare le faccende dello spirito. Nella cappella
deserta dell’ospedale mi raccolgo con un inedito senso di vuoto, fino a credere
che Dio non sia sempre una fatalità o una fuga di comodo, semmai una conquista
di coraggio, l’interlocutore di una preghiera anche controvoglia e senza conforto.
Lasciando la clinica dopo qualche
settimana riprendo la vita ordinaria di giornalismo e relazioni. Continua la
solidarietà di amici, collaboratori e conoscenti, l’attenzione premurosa di
giornali e istituzioni; ma riprendono anche le dichiarazioni di ostilità di
altri invisibili. Apprendo che qualche pennivendolo avrebbe fatto passare
l’aggressione subìta come un regolamento di conti, praticamente per collocarmi
nel torbido sociale. C’è chi in certi ambienti italiani tra lettori sprovveduti
e senza conoscenza del tedesco avrebbe diffuso ad arte copie di giornali con
foto che mi ritraggono malconcio all’ospedale per indurre al sospetto che
potrei essere stato io il mandante dei miei killer.
C’è chi mi chiama al telefono per dirsi
offeso da articoli tedeschi sulla vicenda presentata come mafiosa perché
sporcherebbe l’immagine del nostro paese, e pretende, a nome di non so chi, un
mio intervento autorevole presso le redazioni berlinesi per dichiarare che “la
mafia non esiste”. E c’è chi continua a turbare la mia quiete con le solite lettere
e telefonate sibilline. Per fortuna gli amici del ministero tedesco degli
interni, che pare capiscono più di quanto rivelino, mi proteggono con assidua simpatia
e mi supplicano di non mollare.
La violenza fisica è limitata nel tempo e
provoca solidarietà; quella psicologica invece, la calunnia, opera nel viscido
e attizza l’animosità di un branco che si crede vincente e tende a espandersi come
terra bruciata. Gli autori della calunnia programmata con i loro complici e il
relativo contorno di manovalanza circolano a piede libero, mascherati da facce
perbene e dai loro discorsi sui principi dell’onestà. Si avvantaggiano spesso
delle false testimonianze dei più audaci, persino della compiacenza di qualche
funzionaro corrotto. Per smascherarli ci vorrebbe proprio l’indagine di
ispettori raffinati come quelli della finzione cinematografica… che non
esistono.
Da allora sono passati quasi 30 anni. Come
qualche altra vicenda, anche questa si è ormai spenta nella nebbia, che aiuta a
indicare sempre meno le debolezze altrui e a confonderle con le proprie. Aiuta a
ignorare le cicatrici rimaste e a perdonare. Eppure sarebbe utile poter
rivedere nel film del passato anche le aggressioni di una volta assieme ai loro
autori, nella loro ottica, per comprendere meglio la psicologia umana quando si
fa contorta. Sarebbe bello per riconciliarsi col sorriso e cantare insieme un
inno alla vita, che comunque è un’avventura fantastica e scorre veloce.
Già da un pezzo gli altoparlanti delle varie sale del traghetto annunciano
che “siamo in arrivo”. Nella morsa della fiumana dei passeggeri aspetto
impaziente l’apertura delle porte ermetiche sulle scale mobili che portano giù sul
molo del porto di Olbia. Per battere la noia con lo sguardo inadagatore passo
in rassegna i miei compagni di viaggio dalle facce inebetite dopo una notte più
o meno insonne su poltrone scomode allineate verso pareti grigie o sui divani gratis
del bar accanto ai propri fagotti, pochi in cabina con cuccetta. Sembrano
detenuti sorvegliati da guardie invisibili e destinati ad una qualche colonia
penale. Lo fanno pensare l’aria malinconica e l’abbigliamento diverso nei
colori, ma uguale nella grossolanità protettiva. Mi immedesimo nella loro
condizione e recito la mia parte, anche se da osservatore mi convinco di essere
una fortunata mosca bianca che può posarsi ogni tanto alla debita distanza.
Eppure quei presunti
detenuti sono simili a tutti gli altri individui, non galeotti, che popolano il
nostro mondo. Dov’è la differenza? E se differenza non c’è, perchè i cittadini
ordinari possono godersi il sole, la famiglia e gli amici, mentre questi poveracci
sono costretti all’isolamento carcerario? La vita appare bizzarra, arbitraria
nel decidere la libertà degli uni e la segregazione degli altri. Si obietta che
gli uni sono buoni e gli altri malvagi e pericolosi. Strano, come si fa a
capirlo se il corpo, che non è trasparente, non vi lascia intravedere dentro
un’anima candida o una torbida? Nei miei sfortunati compagni di viaggio cerco
ansioso indizi lombrosiani come nasi adunchi, zigomi affilati, occhi perfidi o
gobbe precoci, ma non mi sembra di scorgervi tratti somatici particolari
rispetto alla maggioranza a piede libero.
Probabilmente non avrei
bisogno di prove se quei volti mi fossero noti come di familiari, vicini di
casa o colleghi di lavoro. In tal caso potrei giurare sulla loro innocenza con
la mano sul vivo della fiamma ossidrica; quelli lì invece li vedo per la prima
volta, insondabili nel loro smarrito silenzio. Nel mucchio ci sono anche
signore e signorine di diversa età e, a giudicare dai dettagli, di ogni ceto
sociale. Ma sembra che le donne per il fatto di esserlo siano esenti da delitti
e castighi, strano. Quell’unico traghetto che trasporta maschi e femmine consente
l’inevitabile promiscuità, ma all’arrivo ci dovrà pur essere la separazione dei
sessi… altrimenti che castigo sarebbe? Il prodigio delle porte che finalmente
si spalancano diffonde una ventata di aria salmastra per liberare me dalla
stretta delle travagliate congetture e tutti gli altri dall’asfissia della
calca.
Scendendo tra garbate
spintarelle continuo a non vedere le guardie carcerarie, ma devono pur esserci perchè
i prigionieri procedono in ordinate file parallele e toccando terra non si
confondono con la gente di Olbia che affolla il molo e scorrazza in ordine
sparso nella direzione che ognuno crede. Nonostante la curiosità mi è difficile
seguirli per indagare su come e quali pullman saliranno verso chissà quale
penitenziario con aria razionata, con celle d’isolamento e forse di tortura; è
noto che l’Isola dispone di carceri superprotette come quella celebre sugli
scogli dell’Asinara. Forse proprio ora dovrei stargli dietro per convincermi
dello zelo delle guardie perchè i mascalzoni da rinchiudere non si disperdano nella
società degli onesti. Se le guardie sono ancora invisibili, io mi tocco e mi
sento corporeo. Anche per questo mi defilo lento con passi felpati per paura
che vedendomi mi obblighino a rientrare nel gregge. Al riparo di una sgangherata
cabina telefonica all’aperto cerco di far mente locale sulla strada da prendere
verso la vita dei più e la mia concreta destinazione.
Mi sorprende d’un tratto
l’idea d’aver fatto la traversata senza vedere il mare, senza averne coscienza.
Ieri sera, forse come tutti gli altri, non l’ho intravisto neppure quando dal
porto d’imbarco di Civitavecchia ho imboccato le scale mobili verso gli interni
del traghetto; la mole della nave sotto strati di vernice penetrante e
l’agitato viavai dei passeggeri coprivano ogni spiraglio sull’acqua e sulla possibile
luna che certamente vi si sarebbe voluta specchiare. Arrivato in alto, sulla
scia degli altri ho attraversato corridoi e saloni alla ricerca del bar e del
posto più comodo ed economico dove passare la notte. Per il fastidio della
brezza nessuno sembrava interessato ad affacciarsi sul ponte, nessuno si
degnava di guardare attraverso gli opachi finestroni dei saloni o i minuscoli
oblò delle cabine, anche perchè nel buio serale le poche luci del porto si
confondevano con quelle abbaglianti della nave. Più intrigante dell’ipotetico
panorama marino era il profumo del fritto di calamari e delle grigliate di
pesce dal ristorante di bordo; e dal bar il rumore familiare delle macchine da
caffè e cappuccino sotto gli enormi monitor sintonizzati su diversi canali televisivi
a volume assordante.
Ma siamo stati veramente su
una nave? – mi chiedo ora. Abbiamo veramente attraversato un buon tratto del
Tirreno denso e profondo, con le onde che si infrangono carezzevoli sui bordi
della nave ritmandone il percorso, con gli spettacoli suggestivi che nell’oscurità
variano con la luce che via via si spegne nelle stelle, con gli sciami silenziosi
di pesci multiformi che animano le profondità sotto lo specchio lunare delle
acque? Forse è stato un gioco di magìa: entri in un ambiente, in una sagoma di
imbarcazione, e dopo un pò di tempo, le ore necessarie perchè l’illusionismo diventi
credibile, ne esci e pensi di trovarti altrove. Finti potrebbero essere stati anche
il rombo dei motori nelle presunte manovre di sgancio e di attracco, gli
scossoni sulle banchine dei due porti, il frastuono delle catene metalliche, le
urla dei marinai attorniati da mozzi muscolosi. È tutto possibile. Una suggestione
magica, cara quanto un viaggio vero, ma se il risultato è o sembra essere lo
stesso è giusto pagarne il biglietto. C’è persino da dubitare che il mare di
quella notte fosse reale e le stelle più di un virtuale dettaglio ornamentale.
Dalla cabina telefonica
raggiungo il bar della stazione marittima per un secondo cappuccino con cornetto;
accovacciato sul tavolinetto cerco di riprendermi dal mio frammentato riposo
notturno nel frastuono televisivo della nave. Ma nel dormiveglia di ora avverto
di aver perso di vista i detenuti della comune traversata, anzi di averne
smarrito persino il ricordo. La scena mia e collettiva se la ruba d’un colpo il
penetrante ticchettio cadenzato di una signora slanciata che attraversa l’ampio
salone del bar da un’estremità all’altra. Calza scarpe a spillo dall’effetto
implacabile. Finchè dura è la colonna sonora di tutti i presenti che vi si
sintonizzano al meglio per scaricarvi ansia e tensione. Per alcuni è
insopportabile inquinamento acustico, per altri diventa musica tamburellata che
dai tacchi rimanda verso l’audace minigonna della donna.
Fissandola negli occhi vi
riconosco la commessa della boutique di stanotte nel corridoio tra il bar e il
ristorante del traghetto. In quel negozietto c’era un pò di tutto, souvenir,
specialità sarde, elettronica, soprattutto moda; ma era deserto anche nell’ora
di punta. Strana la missione della donna: salire sulla nave, credere di solcare
il mare nell’attesa di clienti fantasma fino a notte fonda; e all’alba scendere,
inondare il bar del porto del proprio ticchettio, scomparire poi per l’intera
giornata e al calar della sera risalire sulla nave per il medesimo viaggio,
attendere un pubblico che non c’è e che forse non esiste. Ma la sua sorte non
dovrebbe essere diversa da quella di tante commesse di tante boutique di moda e
gioielleria esclusiva delle nostre metropoli: aspettano, aspettano e aspettano
con la rara chance che la vita si riempia di senso. Anche la donna del
traghetto aspetta e aspetta… ma lei almeno sogna di attraversare il mare.
Il
futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei
giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola,
della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non
può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino
soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio.
Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere
fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le
nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai
l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e
a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col
bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica
del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli
attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui
vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del
resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali
della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia
che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.
Ridurre la pubblicità
La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente
la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del
resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la
pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno
e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene
mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano
ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La
riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del
fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva
metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto
Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e
nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi
la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare
ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva
denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante
altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione
permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di
ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la
ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano
l’ennesima interruzione con liturgica solennità.
Se a
fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla
pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno
un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il
ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le
condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola
apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una
squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.
Pubblicità
occulta
La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni
pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono
nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di
mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella
confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe
concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente
controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e
disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per
raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate
pubblicitarie che ostentanol’impegno
politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da
metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover
finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.
Pubblicità
interna
Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare
ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che
talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che
dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di
trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane
prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente
determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla
manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni
commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a
piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già
sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta
il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere
lasciato in pace.
Oltre
gli indici di ascolto
È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo
vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e
valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni
offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero
obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle
condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da
trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con
quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento
pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È
necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e
concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si
potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di
produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad
una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista
o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di
intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili
a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie,
dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con
strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo
contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si
potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più
lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.
Servizio
come vocazione
La televisione pubblica dovrebbe onorare il
professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da
concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia
anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni
anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più
importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in
montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva.
Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai”
verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col
bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente
meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori
si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della
casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro
di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma
questa prassi non gli rassomiglia?
Salotti
pettegoli
La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi
salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di
personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni,
senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per
manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che
riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti
chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe
disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come
tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per
vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada
e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o
sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di
velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione.
Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di
telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente
diffamazione e calunnia.
Delitti
per gialli interattivi
La civetteria da cronaca nera è devastante quando si
occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a
trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si
sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e
investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità
emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad
aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni
specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione
della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore
coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a
puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore
delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno
di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe
un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood
o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque
riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se
la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.
Telegionali
meno provinciali
I telegiornali dovrebbero superare il taglio
provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo
spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca
nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si
dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali
di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire
meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le
notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è
dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei
corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa
aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di
sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio
che aprono sul paese e sul mondo.
La
politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno
sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta
con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti.
Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col
bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare
ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente
più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti
intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero
fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente
senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non
con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo
scontro degenera in insulti violenti.
Conduttori
da bandierina
Quanto ai programmi di approfondimento e
dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori
neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar
intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica
o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni
conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta
di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio
credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore
però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la
facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo
comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore
risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia
ristretta di amici.
Nella
televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di
ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati
dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente
lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.
Talk
show
Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di
televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi
comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche
la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che
mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e
apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi
padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti
stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate
perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso
perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il
pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di
civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici
incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito
televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero
ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni
altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai
telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari
nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i
propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria
testa.
Approfondimento
scientifico
Nei programmi di approfondimento scientifico la
televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi
– parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su
semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della
scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le
avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra
esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da
consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di
tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime
e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della
consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese!
Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie,
privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile
informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e
gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso
superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.
Riflessione
filosofica
È necessario che la televisione pubblica
fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla
filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire
le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe
sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La
filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per
addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i
boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico
social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con
accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno
comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei
compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del
banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere,
col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e
dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente
nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai
mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente
interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa
riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che
è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella
televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria
rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe
colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.
Promozione,
ad esempio col Giro d‘Italia
L’Italia è oggi un paese in crisi
profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che
il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra
gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche
di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La
televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di
cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto
di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano.
Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno
apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi
campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza.
Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per
rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in
bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura,
da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di
immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale
della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca
di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie
all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione
e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori
registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così
aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al
mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così
sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma
motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti
pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e
avvincente.
Promozione,
ad esempio con Sanremo
Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La
televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro
mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio
decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più
popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere
come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da
sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e
contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire
Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano,
Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo
oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione
straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e
produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli
concreti da suggerire.
Senza addentrarci nei vari temi
dell’emergenza da Coronavirus e senza schierarci nell‘attuale panorama spesso
caotico e fazioso della politica e dell’opinione pubblica, ci limitiamo qui a
ribadire alcune carenze comuni e contraddittorie dell’intervento statale. Diamo
per scontato che molte delle misure restrittive siano giuste, se non altro
perchè suggerite da autorevoli virologi e scienziati. Ma proprio in contrasto
con queste misure non capiamo perchè non tutti i cittadini dispongano di
mascherine e di materiale disinfettante, neppure del banalissimo alcol
denaturato. Nulla di tutto ciò si trova in farmacia e altrove, eppure sarebbe
compito dello Stato diffondere capillarmente l’essenziale prima ancora che
venga richiesto.
Le mascherine professionali non sono
sufficienti neppure negli ospedali specializzati, dove è comunque carente tutto
il materiale protettivo per medici, infermieri e assistenti volontari, con la conseguenza
tra loro di un allarmante tasso di mortalità. Con ciò è ancora più encomiabile
e commovente la rischiosissima dedizione di questi numerosi, silenziosi angeli della
comunità inferma. Ma non ha senso che governo e parlamento gli vogliano
destinare monumenti al merito con l‘aggettivazione dell’abituale retorica. La
prima cosa che dovrebbero fare (e solo loro possono farlo!) è consentire con i
necessari incentivi d’urgenza la riconversione di industrie idonee per la
produzione massiccia di mascherine e di tutto il resto, senza bisogno di andare
a elemosinarlo con scarso successo in giro per il mondo. Negli ospedali sono scandalosamente
insufficienti anche i respiratori o ventilatori polmonari per i ricoverati in
terapia intensiva; eppure la nostra industria tecnologicamente flessibile potrebbe
provvedere a rifornire di respiratori non solo le cliniche, ma anche gli
ammalati individuali in clausura domestica. Scarseggiano anche i tamponi e ne andrebbe
comunque velocizzato il sistema.
In un paese industrializzato come il
nostro sono inaccettabili per mera carenza produttiva l‘atrocità delle seriali
agonie per soffocamento, la decimazione della saggezza dei nostri nonni e
bisnonni, la desolazione di una morte anonima senza conforto. Struggente il
martirio in reparto intensivo di un sacerdote, tra i tanti, che rinuncia al
proprio respiratore, uno dei pochi disponibili, per cederlo ad un paziente più
giovane. Negli ospedali si lamenta talvolta persino l’esaurimento delle scorte
di ossigeno, quando i nostri impianti chimici potrebbero produrne a volontà.
Auspicabile è che il governo non lasci all’economia privata l’iniziativa, insufficiente
e spesso speculativa, ma coordini e finanzi le imprese idonee nell’intera operazione
di produzione del necessario per la tutela elementare dei cittadini. Ma non ha
senso piagnucolare ora per il fatto che tutto questo poteva essere fatto prima.
Importante è che si colmino subito i vuoti di inefficienza e burocrazia.
Ancora qualche spicciolo suggerimento. La
burocrazia andrebbe ridotta al minimo quando si tratta di fornire in rapida
liquidità gli aiuti stanziati per le famiglie e le aziende in difficoltà. Le
lungaggini rischiano di ridurne i vantaggi.
Per gli acquisti alimentari
bisognerebbe evitare di esporre i cittadini a file chilometriche davanti ai
grandi magazzini; con un pò di fantasia si potrebbero costruire negli stessi
magazzini e in mercati aperti sistemi di distribuzione veloce.
E la televisione pubblica nei suoi
telegiornali e in tutte le sue trasmissioni dovrebbe essere meno monotematica
per evitare di diffondere terrore, panico da paralisi. Per informare
esaurientemente sul virus e sui drammatici effetti quotidiani del contagio non
è necessario ripetere all’infinito le stesse cose e gli stessi dibattiti con
gli stessi interlocutori. Ci sono anche tanti altri temi di sobria formazione, di
cultura non barbosa e di intrattenimento intelligente di cui la gente impaurita
e anche i contagiati avrebbero bisogno per uscire dai bassifondi e respirare
l’aria profonda.
Sul tema Europa rimandiamo ad altra
sede l’esame della latitanza dell’Unione, mentre avrebbe dovuto effettuare
azioni concrete e massicce contro l’epidemia comune anche se territorialmente
differenziata, promuovere ricerca, coordinare e sostenere gli interventi degli
Stati membri. Ci limitiamo qui ad un solo aspetto positivo: la sospensione del suo
rigido patto di stabilità per consentire ad ogni paese un approccio più libero
alla propria emergenza sanitaria, senza lasciarsi inibire dagli effetti sul
proprio debito pubblico. Su questa linea i più hanno salutato con favore il
sostegno ideologico di Mario Draghi. Ma soprattutto per l’Italia urge fin d‘ora
l’elaborazione di un piano economico, finanziario e istituzionale per il dopo
epidemia.
A Draghi e a suoi colleghi si dovrebbe
chiedere una proposta dettagliata e articolata da discutere subito e da attuare
non appena una tregua del Coronavirus lo consentirà – per evitare che il nostro
debito pubblico, già proibitivo e destinato a crescere notevolmente nelle
prossime settimane o mesi, tarpi le ali del nostro paese provocandone il
collasso. L‘attuale dominio del Corona si è affermato anche grazie alla nostra iniziale
incertezza e impreparazione. Bisognerebbe far tesoro di questa esperienza di scarso
tempismo per destinare l‘attuale fase di immobilità produttiva e sociale soprattutto
alla preparazione di un realistico, rassicurante piano di rinascita.
Bisognerebbe saper cogliere il positivo
in ogni fase oscura dell’umanità. Il Coronavirus ci ha fatto scoprire controvoglia
la nostra precarietà, l’essenziale nella vita privata e collettiva, il vantaggio
e il piacere della solidarietà. Dopo questa crisi sanitaria potremmo scoprire
il positivo anche in un nuovo approccio alla crisi economica in agguato.
Potremmo inventare un modo più dinamico e snello di vivere l’Europa e i valori
comuni, senza i contrasti e la burocrazia che vanificano i sogni, e per
l’Italia senza la zavorra di un debito surreale.
Riflessioni
in margine al panico dei nostri giorni
Ogni giorno nel mondo una miriade di donne,
uomini e bambini muore di tubercolosi, malaria, colera, lebbra e di tante altre
malattie pestilenziali: ma questo non ci riguarda perchè nel nostro continente da
tempo le abbiamo debellate. Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e
bambini muore di fame e di guerra: ma questo non ci riguarda perchè il nostro
continente è benestante e le armi che produciamo le esportiamo soltanto per
alimentare conflitti lontani con immensi profitti. Ogni giorno anche nel nostro
continente come in tutto il mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di
vecchiaia, di cancro, di infarto e ictus, di incidenti e suicidi e di tant’altro
semplicemente perchè siamo tutti mortali. È inevitabile che ognuno muoia non
oltre una certa invalicabile età e, dividendo il numero degli inquilini del
pianeta e di ogni paese per la durata media della vita, ne otteniamo una mortalità
annuale e quotidiana altissima, ma naturale. È paradossale che anche questa
quasi non ci riguardi, per un altro motivo: pur commemorando di volta in volta
la morte degli altri (familiari, amici, vicini e illustri lontani) non ci è
possibile vedere nè prevedere la propria, che quindi ci è facile rimuovere. Il fatto che di questa morte generale a nessuno di noi
sia dato conoscere giornoe ora
vale per molti come licenza all’incoscienza più che come monito alla vigilanza.
La mortalità per Coronavirus invece,
pur essendo statisticamente minoritaria, ci getta attualmente nel panico perchè
l’epidemia che vediamo nel vuoto spettrale delle nostre città e che sentiamo
drammaticamente documentata alla televisione ci appare come una macabra
lotteria collettiva che in un momento qualsiasi potrebbe chiamare all’appello ciascuno
di noi. Questa morte la vediamo e sentiamo proprio perchè bizzarra, noncurante
dei rimedi che ancora non esistono. Per ognuno è una probabilità statistica, ma
incombe con l’incubo dell’agonia per soffocamento, della scomparsa improvvisa e
anonima senza conforto. L’altra morte invece, quella certa, è opportunamente intervallata
nella collettività e incerta nella causa, nel dove e nel quando lungo lo
scorrere apparentemente lento degli anni… e così si lascia relativizzare e sfocare
in mille modi fino quasi all’illusione di non esistere. A questo miraggio
paradossale di presunta immortalità concorrono in prospettiva persino i funerali
solenni, gli elogi funebri che sembrano meritati, la certezza di una dimora
fissa con lapide al camposanto, la fama e la memoria tra i posteri.
La morte certa rientra quasi
nell‘ordinario, e così prima che si avvicini con qualche acciacco quasi nessuno
si cura del proprio orologio biologico che registra l’incessante bruciarsi del
tempo predestinato; quasi nessuno controlla lo stato dei propri tantissimi
organi, che generalmente non strillano, ma che irreversibilmente si logorano
assolvendo senza sosta alle loro funzioni vitali. Sembra banale, eppure
dovrebbe essere la misura della nostra caducità a dispetto dei compiti immani
che ci illudiamo di dover svolgere per la storia. A nostra esaltazione
celebriamo la creatività scientifica ed artistica come se nascesse dal nulla, e
per giunta mistifichiamo spesso l‘arroganza che ci porta a idolatrare noi
stessi, squallidamente capaci anche di avidità e autodistruzione, di guerre e
oppressione, di volgarità… fino a proclamare la „morte di Dio“ per non dover riconoscere
la propria e le nostre vergogne. In realtà quel Dio che si crede di „uccidere“
non è l‘Assoluto che dona la vita, ma l‘idolo che noi stessi inventiamo per
consentirci l‘oblio della nostra morte.
Se la morte soltanto probabile per
Coronavirus è oggi molto più presente di quella certa significa che l’uomo ha
rimosso dalla propria coscienza la morte certa; ma significa anche che l’angoscia
per la morte soltanto probabile è un effetto collaterale della medesima
rimozione. La rimozione della morte nella nostra civiltà non è una conquista di
progresso; è semmai l’oblio della componente fondamentale della vita, è la
falsificazione della vita che di per sè convive con la morte. Chi col progresso
giubila di poter allungare la vita senza preoccuparsi di darle anche un senso
non fa che rimandare il problema di un briciolo di tempo, che è relativo. E chi
spera che il progresso possa regalargli un giorno una qualche immortalità
merita il ricovero in manicomio, che esisterà ancor più drammaticamente in un
futuro non troppo lontano di manipolazione genetica e di intelligenza
artificiale.
Nella condizione umana la morte significa
finitezza e fragilità. Gli antichi greci, padri della nostra saggezza, invece
della parola oggi corrente di „uomini“, usavano quella di „mortali“. E uno
degli ultimi grandi filosofi del nostro occidente, Martin Heidegger, definisce l’uomo
„essere-per-la-morte“. Sotto il profilo filosofico, cioè del significato, la morte
non è quella fisica che „vediamo“ in un nostro simile che spira e diventa cadavere,
non è quella che immaginiamo nella nostra fine biologica da bara. Nessuno „vede“
la propria morte, quella vera, perchè non è oggettuale, una cosa tra le cose. La
morte reale è l‘esperienza di finitezza e fragilità che ognuno vive nel proprio
esistere e progettarsi, nella sua scelta di accettarsi o rifiutarsi, nel suo
bisogno di trascendersi. È la condizione di ogni uomo „gettato nel mondo“ come
relazione con l’Essere che la fonda e con l’altro da sè, cioè col prossimo, con
cui coesiste nel tempo e fuori. L’io che non si accetti progettualmente come
relazione è un non-senso; è come dire che la vita senza la morte è astrazione
concettuale o di fantasia.
La rimozione individuale (e collettiva)
della morte è quindi la tragica caricatura della nostra inconsistenza che si
maschera di autosufficienza, di avere e di potere. Per il cristianesimo il
peccato originale raccontato metaforicamente nella Genesi si rinnova storicamente
in ognuno di noi quando con analoga presunzione rigettiamo ciò che ontologicamente
siamo. La rivoluzione cristiana ruota attorno alla nostra condizione di vita-morte
e di rigenerazione con la morte di Dio sulla croce che, se condivisa, ci
strappa all‘alienazione idolatra per riportarci alla nostra verità di relazione.
La trascendenza di Dio sulla croce attua la nostra trascendenza. La
trascendenza è il mistero di Dio e, insieme, la nostra profonda identità come
vocazione.
La rimozione della morte si esprime
purtroppo anche in una certa cultura collettiva. Oggi, ad esempio, esaltiamo la
scienza come se fosse abilitata a risolvere tutti i nostri problemi. Certamente
la scienza è affascinante in ogni suo ambito e ad ogni livello, dal cosmico al
nanometrico, dal fisico al biologico, al neurologico, ed è promettente con la
sua logica e le sue scoperte – ma solo se a misura d‘uomo e in sintonia etica.
Pericoloso perchè assurdo sarebbe chiederle la soluzione ultima dei nostri misteri,
dell‘esistere e della morte appunto.Einstein,
genio della relatività generale, mette in guardia da questa aberrazione mentale;
e prima di lui Newton, genio della gravitazione universale, considera la somma
delle scoperte scientifiche presenti e future come „un granello di sabbia di
fronte all’oceano infinito“. E prima ancora Galileo, fondatore della ricerca
moderna su base matematica e sperimentale, definisce la scienza come lettura fisica
delle „orme di Dio nella creazione“, palcoscenico dell’umano destino.
Se la scienza indaga sul mondo naturale
e sulle relazioni umane sotto il profilo oggettuale, la filosofia riflette invece
sull’uomo come soggetto di conoscenza e di valori, e – in questa ottica – anche
sulla funzione e sui limiti della stessa scienza sperimentale. Ma la morte può
essere rimossa purtroppo anche da una certa filosofia che presuma di essere fonte
di certezze assolute, mentre nell’universo umano ogni sistema razionale è
relativo al metodo in cui si articola, al linguaggio comunque simbolico in cui
si esprime, all’orizzonte storico-culturale in cui si muove.
„Tutto
ciò che è reale è razionale, tutto che è razionale è reale“, sostiene Hegel, il
più assoluto dei metafisici, che con la costruzione di una dialettica rigorosa
come presunta anima dell’Essere e del suo divenire erige un sistema onnicomprensivo
apparentemente innocuo perchè solo concettuale, ma ricco di agguati. Quando infatti
la sua dialettica, geniale ma artificiale, si trasferisce con Marx nella sfera
materiale-storico-sociale come ispiratrice di rivoluzioni politiche diventa
nefasta. Il comunismo, che di per sè si richiama al principio di uguaglianza e
solidarietà, sublimato hegelianamente in materialismo dialettico degenera nello
stalinismo dei gulag, nello schiavismo e nella repressione, e più genericamente
nella trasformazione di popolo in „massa“, dove l’individuo si dissolve come
strumento nell’ingranaggio del tutto ideologico. Lo stesso vale per la teoria
evoluzionistica di Darwin che, pur verosimile come fenomenologia naturalistica,
quando ispira regimi politici che credono di doverla applicare per accelerarne
il processo „selettivo“ diventa razzismo nazionalsocialistico. Questi sistemi diversi
di materialismo dialettico e di razzismo nazionalsocialistico si equivalgono
negli effetti da catastrofe, ma ancor prima nella causa, cioè nella rimozione
della morte in una accezione deviata (non etica) di scienza, filosofia e politica.
La mistificazione ammaliante
dell‘assolutismo hegeliano viene demolita dal successivo esistenzialismo,
soprattutto dal suo primo ispiratore Soren Kierkegaard. La sua categoria di
„angoscia“ riconducibile alla morte individuale e alla fede cristiana non è
oscurantismo o sentimentalismo represso, semmai è il coraggio di guardare in
faccia la vita per svelarne il fascino nascosto e fondarvi una società solidale
e un progresso autentico.
La rimozione della morte sta ovviamente
alla base di ogni altro assolutismo e regime autoritario, di colonialismi
passati e contemporanei, di monopoli economico-finanziari che „legalmente“
generano nel mondo inaccettabili disparità e ingiustizie, e giustificano lo sfruttamento
di ogni debolezza sociale. Ma c’è rimozione della morte anche nella componente
rivoluzionaria dell‘illuminismo francese che usa la ghigliottina e le baionette
per affermare „la libertà, l’uguaglianza e la fraternità“. Il principio universale
che ispira l’odierna „carta dei diritti dell’uomo“ andrebbe riformulato come
segue: „La dignità di ogni singolo uomo è inviolabile“, per intendere
l’uomo anche come individualità e minoranza, e non come astratta entità di
facile mistificazione e abuso. C’è rimozione della morte persino in una certa teologia
dogmatica che ispira spietate guerre tra religioni diverse o tra confessioni
contrapposte nell’ambito della stessa. C’è rimozione della morte nella pietà bigotta
di certi „dottori della legge“ e affiliati, che oggi come ai tempi di Gesù
considerano legittimo diffamare e perseguitare testimoni della misericordia di
Dio e dell’amore fraterno.
L’attuale emergenza da Coronavirus è
una tragica esperienza dei nostri giorni. Ma è anche un‘opportunità per
riappropriarci della nostra fragilità e dell’essenziale nel quotidiano, della
gratitudine dovuta alla vita prodiga di meraviglie e di bellezza. Cercare di
sconfiggere il Coronavirus è un inno all’esistere: un inno che viene cantato
con commovente credibilità da medici, infermieri e innumerevoli volontari in
prima linea che rischiano la propria vita per la sopravvivenza di contagiati in
carne ed ossa. Questa silenziosa testimonianza di amore, se sopravviverà al superamento
del Coronavirus, sarà forse la lezione più convincente per un domani più vero.