Sonntag, 28. Juni 2020

La rimozione della morte è la morte della nostra civiltà.


La rimozione della morte
è la morte della nostra civiltà.

Riflessioni in margine al panico dei nostri giorni

Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di tubercolosi, malaria, colera, lebbra e di tante altre malattie pestilenziali: ma questo non ci riguarda perchè nel nostro continente da tempo le abbiamo debellate. Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di fame e di guerra: ma questo non ci riguarda perchè il nostro continente è benestante e le armi che produciamo le esportiamo soltanto per alimentare conflitti lontani con immensi profitti. Ogni giorno anche nel nostro continente come in tutto il mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di vecchiaia, di cancro, di infarto e ictus, di incidenti e suicidi e di tant’altro semplicemente perchè siamo tutti mortali. È inevitabile che ognuno muoia non oltre una certa invalicabile età e, dividendo il numero degli inquilini del pianeta e di ogni paese per la durata media della vita, ne otteniamo una mortalità annuale e quotidiana altissima, ma naturale. È paradossale che anche questa quasi non ci riguardi, per un altro motivo: pur commemorando di volta in volta la morte degli altri (familiari, amici, vicini e illustri lontani) non ci è possibile vedere nè prevedere la propria, che quindi ci è facile rimuovere. Il fatto che di questa morte generale a nessuno di noi sia dato conoscere giorno e ora vale per molti come licenza all’incoscienza più che come monito alla vigilanza.

La mortalità per Coronavirus invece, pur essendo statisticamente minoritaria, ci getta attualmente nel panico perchè l’epidemia che vediamo nel vuoto spettrale delle nostre città e che sentiamo drammaticamente documentata alla televisione ci appare come una macabra lotteria collettiva che in un momento qualsiasi potrebbe chiamare all’appello ciascuno di noi. Questa morte la vediamo e sentiamo proprio perchè bizzarra, noncurante dei rimedi che ancora non esistono. Per ognuno è una probabilità statistica, ma incombe con l’incubo dell’agonia per soffocamento, della scomparsa improvvisa e anonima senza conforto. L’altra morte invece, quella certa, è opportunamente intervallata nella collettività e incerta nella causa, nel dove e nel quando lungo lo scorrere apparentemente lento degli anni… e così si lascia relativizzare e sfocare in mille modi fino quasi all’illusione di non esistere. A questo miraggio paradossale di presunta immortalità concorrono in prospettiva persino i funerali solenni, gli elogi funebri che sembrano meritati, la certezza di una dimora fissa con lapide al camposanto, la fama e la memoria tra i posteri.

La morte certa rientra quasi nell‘ordinario, e così prima che si avvicini con qualche acciacco quasi nessuno si cura del proprio orologio biologico che registra l’incessante bruciarsi del tempo predestinato; quasi nessuno controlla lo stato dei propri tantissimi organi, che generalmente non strillano, ma che irreversibilmente si logorano assolvendo senza sosta alle loro funzioni vitali. Sembra banale, eppure dovrebbe essere la misura della nostra caducità a dispetto dei compiti immani che ci illudiamo di dover svolgere per la storia. A nostra esaltazione celebriamo la creatività scientifica ed artistica come se nascesse dal nulla, e per giunta mistifichiamo spesso l‘arroganza che ci porta a idolatrare noi stessi, squallidamente capaci anche di avidità e autodistruzione, di guerre e oppressione, di volgarità… fino a proclamare la „morte di Dio“ per non dover riconoscere la propria e le nostre vergogne. In realtà quel Dio che si crede di „uccidere“ non è l‘Assoluto che dona la vita, ma l‘idolo che noi stessi inventiamo per consentirci l‘oblio della nostra morte. 

Se la morte soltanto probabile per Coronavirus è oggi molto più presente di quella certa significa che l’uomo ha rimosso dalla propria coscienza la morte certa; ma significa anche che l’angoscia per la morte soltanto probabile è un effetto collaterale della medesima rimozione. La rimozione della morte nella nostra civiltà non è una conquista di progresso; è semmai l’oblio della componente fondamentale della vita, è la falsificazione della vita che di per sè convive con la morte. Chi col progresso giubila di poter allungare la vita senza preoccuparsi di darle anche un senso non fa che rimandare il problema di un briciolo di tempo, che è relativo. E chi spera che il progresso possa regalargli un giorno una qualche immortalità merita il ricovero in manicomio, che esisterà ancor più drammaticamente in un futuro non troppo lontano di manipolazione genetica e di intelligenza artificiale.

Nella condizione umana la morte significa finitezza e fragilità. Gli antichi greci, padri della nostra saggezza, invece della parola oggi corrente di „uomini“, usavano quella di „mortali“. E uno degli ultimi grandi filosofi del nostro occidente, Martin Heidegger, definisce l’uomo „essere-per-la-morte“. Sotto il profilo filosofico, cioè del significato, la morte non è quella fisica che „vediamo“ in un nostro simile che spira e diventa cadavere, non è quella che immaginiamo nella nostra fine biologica da bara. Nessuno „vede“ la propria morte, quella vera, perchè non è oggettuale, una cosa tra le cose. La morte reale è l‘esperienza di finitezza e fragilità che ognuno vive nel proprio esistere e progettarsi, nella sua scelta di accettarsi o rifiutarsi, nel suo bisogno di trascendersi. È la condizione di ogni uomo „gettato nel mondo“ come relazione con l’Essere che la fonda e con l’altro da sè, cioè col prossimo, con cui coesiste nel tempo e fuori. L’io che non si accetti progettualmente come relazione è un non-senso; è come dire che la vita senza la morte è astrazione concettuale o di fantasia.

La rimozione individuale (e collettiva) della morte è quindi la tragica caricatura della nostra inconsistenza che si maschera di autosufficienza, di avere e di potere. Per il cristianesimo il peccato originale raccontato metaforicamente nella Genesi si rinnova storicamente in ognuno di noi quando con analoga presunzione rigettiamo ciò che ontologicamente siamo. La rivoluzione cristiana ruota attorno alla nostra condizione di vita-morte e di rigenerazione con la morte di Dio sulla croce che, se condivisa, ci strappa all‘alienazione idolatra per riportarci alla nostra verità di relazione. La trascendenza di Dio sulla croce attua la nostra trascendenza. La trascendenza è il mistero di Dio e, insieme, la nostra profonda identità come vocazione.

La rimozione della morte si esprime purtroppo anche in una certa cultura collettiva. Oggi, ad esempio, esaltiamo la scienza come se fosse abilitata a risolvere tutti i nostri problemi. Certamente la scienza è affascinante in ogni suo ambito e ad ogni livello, dal cosmico al nanometrico, dal fisico al biologico, al neurologico, ed è promettente con la sua logica e le sue scoperte – ma solo se a misura d‘uomo e in sintonia etica. Pericoloso perchè assurdo sarebbe chiederle la soluzione ultima dei nostri misteri, dell‘esistere e della morte appunto. Einstein, genio della relatività generale, mette in guardia da questa aberrazione mentale; e prima di lui Newton, genio della gravitazione universale, considera la somma delle scoperte scientifiche presenti e future come „un granello di sabbia di fronte all’oceano infinito“. E prima ancora Galileo, fondatore della ricerca moderna su base matematica e sperimentale, definisce la scienza come lettura fisica delle „orme di Dio nella creazione“, palcoscenico dell’umano destino.

Se la scienza indaga sul mondo naturale e sulle relazioni umane sotto il profilo oggettuale, la filosofia riflette invece sull’uomo come soggetto di conoscenza e di valori, e – in questa ottica – anche sulla funzione e sui limiti della stessa scienza sperimentale. Ma la morte può essere rimossa purtroppo anche da una certa filosofia che presuma di essere fonte di certezze assolute, mentre nell’universo umano ogni sistema razionale è relativo al metodo in cui si articola, al linguaggio comunque simbolico in cui si esprime, all’orizzonte storico-culturale in cui si muove.

 „Tutto ciò che è reale è razionale, tutto che è razionale è reale“, sostiene Hegel, il più assoluto dei metafisici, che con la costruzione di una dialettica rigorosa come presunta anima dell’Essere e del suo divenire erige un sistema onnicomprensivo apparentemente innocuo perchè solo concettuale, ma ricco di agguati. Quando infatti la sua dialettica, geniale ma artificiale, si trasferisce con Marx nella sfera materiale-storico-sociale come ispiratrice di rivoluzioni politiche diventa nefasta. Il comunismo, che di per sè si richiama al principio di uguaglianza e solidarietà, sublimato hegelianamente in materialismo dialettico degenera nello stalinismo dei gulag, nello schiavismo e nella repressione, e più genericamente nella trasformazione di popolo in „massa“, dove l’individuo si dissolve come strumento nell’ingranaggio del tutto ideologico. Lo stesso vale per la teoria evoluzionistica di Darwin che, pur verosimile come fenomenologia naturalistica, quando ispira regimi politici che credono di doverla applicare per accelerarne il processo „selettivo“ diventa razzismo nazionalsocialistico. Questi sistemi diversi di materialismo dialettico e di razzismo nazionalsocialistico si equivalgono negli effetti da catastrofe, ma ancor prima nella causa, cioè nella rimozione della morte in una accezione deviata (non etica) di scienza, filosofia e politica.

La mistificazione ammaliante dell‘assolutismo hegeliano viene demolita dal successivo esistenzialismo, soprattutto dal suo primo ispiratore Soren Kierkegaard. La sua categoria di „angoscia“ riconducibile alla morte individuale e alla fede cristiana non è oscurantismo o sentimentalismo represso, semmai è il coraggio di guardare in faccia la vita per svelarne il fascino nascosto e fondarvi una società solidale e un progresso autentico.

La rimozione della morte sta ovviamente alla base di ogni altro assolutismo e regime autoritario, di colonialismi passati e contemporanei, di monopoli economico-finanziari che „legalmente“ generano nel mondo inaccettabili disparità e ingiustizie, e giustificano lo sfruttamento di ogni debolezza sociale. Ma c’è rimozione della morte anche nella componente rivoluzionaria dell‘illuminismo francese che usa la ghigliottina e le baionette per affermare „la libertà, l’uguaglianza e la fraternità“. Il principio universale che ispira l’odierna „carta dei diritti dell’uomo“ andrebbe riformulato come segue: „La dignità di ogni singolo uomo è inviolabile“, per intendere l’uomo anche come individualità e minoranza, e non come astratta entità di facile mistificazione e abuso. C’è rimozione della morte persino in una certa teologia dogmatica che ispira spietate guerre tra religioni diverse o tra confessioni contrapposte nell’ambito della stessa. C’è rimozione della morte nella pietà bigotta di certi „dottori della legge“ e affiliati, che oggi come ai tempi di Gesù considerano legittimo diffamare e perseguitare testimoni della misericordia di Dio e dell’amore fraterno.

L’attuale emergenza da Coronavirus è una tragica esperienza dei nostri giorni. Ma è anche un‘opportunità per riappropriarci della nostra fragilità e dell’essenziale nel quotidiano, della gratitudine dovuta alla vita prodiga di meraviglie e di bellezza. Cercare di sconfiggere il Coronavirus è un inno all’esistere: un inno che viene cantato con commovente credibilità da medici, infermieri e innumerevoli volontari in prima linea che rischiano la propria vita per la sopravvivenza di contagiati in carne ed ossa. Questa silenziosa testimonianza di amore, se sopravviverà al superamento del Coronavirus, sarà forse la lezione più convincente per un domani più vero.

Mario Tamponi

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