La
rimozione della morte
è
la morte della nostra civiltà.
Riflessioni
in margine al panico dei nostri giorni
Ogni giorno nel mondo una miriade di donne,
uomini e bambini muore di tubercolosi, malaria, colera, lebbra e di tante altre
malattie pestilenziali: ma questo non ci riguarda perchè nel nostro continente da
tempo le abbiamo debellate. Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e
bambini muore di fame e di guerra: ma questo non ci riguarda perchè il nostro
continente è benestante e le armi che produciamo le esportiamo soltanto per
alimentare conflitti lontani con immensi profitti. Ogni giorno anche nel nostro
continente come in tutto il mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di
vecchiaia, di cancro, di infarto e ictus, di incidenti e suicidi e di tant’altro
semplicemente perchè siamo tutti mortali. È inevitabile che ognuno muoia non
oltre una certa invalicabile età e, dividendo il numero degli inquilini del
pianeta e di ogni paese per la durata media della vita, ne otteniamo una mortalità
annuale e quotidiana altissima, ma naturale. È paradossale che anche questa
quasi non ci riguardi, per un altro motivo: pur commemorando di volta in volta
la morte degli altri (familiari, amici, vicini e illustri lontani) non ci è
possibile vedere nè prevedere la propria, che quindi ci è facile rimuovere. Il fatto che di questa morte generale a nessuno di noi
sia dato conoscere giorno e ora
vale per molti come licenza all’incoscienza più che come monito alla vigilanza.
La mortalità per Coronavirus invece,
pur essendo statisticamente minoritaria, ci getta attualmente nel panico perchè
l’epidemia che vediamo nel vuoto spettrale delle nostre città e che sentiamo
drammaticamente documentata alla televisione ci appare come una macabra
lotteria collettiva che in un momento qualsiasi potrebbe chiamare all’appello ciascuno
di noi. Questa morte la vediamo e sentiamo proprio perchè bizzarra, noncurante
dei rimedi che ancora non esistono. Per ognuno è una probabilità statistica, ma
incombe con l’incubo dell’agonia per soffocamento, della scomparsa improvvisa e
anonima senza conforto. L’altra morte invece, quella certa, è opportunamente intervallata
nella collettività e incerta nella causa, nel dove e nel quando lungo lo
scorrere apparentemente lento degli anni… e così si lascia relativizzare e sfocare
in mille modi fino quasi all’illusione di non esistere. A questo miraggio
paradossale di presunta immortalità concorrono in prospettiva persino i funerali
solenni, gli elogi funebri che sembrano meritati, la certezza di una dimora
fissa con lapide al camposanto, la fama e la memoria tra i posteri.
La morte certa rientra quasi
nell‘ordinario, e così prima che si avvicini con qualche acciacco quasi nessuno
si cura del proprio orologio biologico che registra l’incessante bruciarsi del
tempo predestinato; quasi nessuno controlla lo stato dei propri tantissimi
organi, che generalmente non strillano, ma che irreversibilmente si logorano
assolvendo senza sosta alle loro funzioni vitali. Sembra banale, eppure
dovrebbe essere la misura della nostra caducità a dispetto dei compiti immani
che ci illudiamo di dover svolgere per la storia. A nostra esaltazione
celebriamo la creatività scientifica ed artistica come se nascesse dal nulla, e
per giunta mistifichiamo spesso l‘arroganza che ci porta a idolatrare noi
stessi, squallidamente capaci anche di avidità e autodistruzione, di guerre e
oppressione, di volgarità… fino a proclamare la „morte di Dio“ per non dover riconoscere
la propria e le nostre vergogne. In realtà quel Dio che si crede di „uccidere“
non è l‘Assoluto che dona la vita, ma l‘idolo che noi stessi inventiamo per
consentirci l‘oblio della nostra morte.
Se la morte soltanto probabile per
Coronavirus è oggi molto più presente di quella certa significa che l’uomo ha
rimosso dalla propria coscienza la morte certa; ma significa anche che l’angoscia
per la morte soltanto probabile è un effetto collaterale della medesima
rimozione. La rimozione della morte nella nostra civiltà non è una conquista di
progresso; è semmai l’oblio della componente fondamentale della vita, è la
falsificazione della vita che di per sè convive con la morte. Chi col progresso
giubila di poter allungare la vita senza preoccuparsi di darle anche un senso
non fa che rimandare il problema di un briciolo di tempo, che è relativo. E chi
spera che il progresso possa regalargli un giorno una qualche immortalità
merita il ricovero in manicomio, che esisterà ancor più drammaticamente in un
futuro non troppo lontano di manipolazione genetica e di intelligenza
artificiale.
Nella condizione umana la morte significa
finitezza e fragilità. Gli antichi greci, padri della nostra saggezza, invece
della parola oggi corrente di „uomini“, usavano quella di „mortali“. E uno
degli ultimi grandi filosofi del nostro occidente, Martin Heidegger, definisce l’uomo
„essere-per-la-morte“. Sotto il profilo filosofico, cioè del significato, la morte
non è quella fisica che „vediamo“ in un nostro simile che spira e diventa cadavere,
non è quella che immaginiamo nella nostra fine biologica da bara. Nessuno „vede“
la propria morte, quella vera, perchè non è oggettuale, una cosa tra le cose. La
morte reale è l‘esperienza di finitezza e fragilità che ognuno vive nel proprio
esistere e progettarsi, nella sua scelta di accettarsi o rifiutarsi, nel suo
bisogno di trascendersi. È la condizione di ogni uomo „gettato nel mondo“ come
relazione con l’Essere che la fonda e con l’altro da sè, cioè col prossimo, con
cui coesiste nel tempo e fuori. L’io che non si accetti progettualmente come
relazione è un non-senso; è come dire che la vita senza la morte è astrazione
concettuale o di fantasia.
La rimozione individuale (e collettiva)
della morte è quindi la tragica caricatura della nostra inconsistenza che si
maschera di autosufficienza, di avere e di potere. Per il cristianesimo il
peccato originale raccontato metaforicamente nella Genesi si rinnova storicamente
in ognuno di noi quando con analoga presunzione rigettiamo ciò che ontologicamente
siamo. La rivoluzione cristiana ruota attorno alla nostra condizione di vita-morte
e di rigenerazione con la morte di Dio sulla croce che, se condivisa, ci
strappa all‘alienazione idolatra per riportarci alla nostra verità di relazione.
La trascendenza di Dio sulla croce attua la nostra trascendenza. La
trascendenza è il mistero di Dio e, insieme, la nostra profonda identità come
vocazione.
La rimozione della morte si esprime
purtroppo anche in una certa cultura collettiva. Oggi, ad esempio, esaltiamo la
scienza come se fosse abilitata a risolvere tutti i nostri problemi. Certamente
la scienza è affascinante in ogni suo ambito e ad ogni livello, dal cosmico al
nanometrico, dal fisico al biologico, al neurologico, ed è promettente con la
sua logica e le sue scoperte – ma solo se a misura d‘uomo e in sintonia etica.
Pericoloso perchè assurdo sarebbe chiederle la soluzione ultima dei nostri misteri,
dell‘esistere e della morte appunto. Einstein,
genio della relatività generale, mette in guardia da questa aberrazione mentale;
e prima di lui Newton, genio della gravitazione universale, considera la somma
delle scoperte scientifiche presenti e future come „un granello di sabbia di
fronte all’oceano infinito“. E prima ancora Galileo, fondatore della ricerca
moderna su base matematica e sperimentale, definisce la scienza come lettura fisica
delle „orme di Dio nella creazione“, palcoscenico dell’umano destino.
Se la scienza indaga sul mondo naturale
e sulle relazioni umane sotto il profilo oggettuale, la filosofia riflette invece
sull’uomo come soggetto di conoscenza e di valori, e – in questa ottica – anche
sulla funzione e sui limiti della stessa scienza sperimentale. Ma la morte può
essere rimossa purtroppo anche da una certa filosofia che presuma di essere fonte
di certezze assolute, mentre nell’universo umano ogni sistema razionale è
relativo al metodo in cui si articola, al linguaggio comunque simbolico in cui
si esprime, all’orizzonte storico-culturale in cui si muove.
„Tutto
ciò che è reale è razionale, tutto che è razionale è reale“, sostiene Hegel, il
più assoluto dei metafisici, che con la costruzione di una dialettica rigorosa
come presunta anima dell’Essere e del suo divenire erige un sistema onnicomprensivo
apparentemente innocuo perchè solo concettuale, ma ricco di agguati. Quando infatti
la sua dialettica, geniale ma artificiale, si trasferisce con Marx nella sfera
materiale-storico-sociale come ispiratrice di rivoluzioni politiche diventa
nefasta. Il comunismo, che di per sè si richiama al principio di uguaglianza e
solidarietà, sublimato hegelianamente in materialismo dialettico degenera nello
stalinismo dei gulag, nello schiavismo e nella repressione, e più genericamente
nella trasformazione di popolo in „massa“, dove l’individuo si dissolve come
strumento nell’ingranaggio del tutto ideologico. Lo stesso vale per la teoria
evoluzionistica di Darwin che, pur verosimile come fenomenologia naturalistica,
quando ispira regimi politici che credono di doverla applicare per accelerarne
il processo „selettivo“ diventa razzismo nazionalsocialistico. Questi sistemi diversi
di materialismo dialettico e di razzismo nazionalsocialistico si equivalgono
negli effetti da catastrofe, ma ancor prima nella causa, cioè nella rimozione
della morte in una accezione deviata (non etica) di scienza, filosofia e politica.
La mistificazione ammaliante
dell‘assolutismo hegeliano viene demolita dal successivo esistenzialismo,
soprattutto dal suo primo ispiratore Soren Kierkegaard. La sua categoria di
„angoscia“ riconducibile alla morte individuale e alla fede cristiana non è
oscurantismo o sentimentalismo represso, semmai è il coraggio di guardare in
faccia la vita per svelarne il fascino nascosto e fondarvi una società solidale
e un progresso autentico.
La rimozione della morte sta ovviamente
alla base di ogni altro assolutismo e regime autoritario, di colonialismi
passati e contemporanei, di monopoli economico-finanziari che „legalmente“
generano nel mondo inaccettabili disparità e ingiustizie, e giustificano lo sfruttamento
di ogni debolezza sociale. Ma c’è rimozione della morte anche nella componente
rivoluzionaria dell‘illuminismo francese che usa la ghigliottina e le baionette
per affermare „la libertà, l’uguaglianza e la fraternità“. Il principio universale
che ispira l’odierna „carta dei diritti dell’uomo“ andrebbe riformulato come
segue: „La dignità di ogni singolo uomo è inviolabile“, per intendere
l’uomo anche come individualità e minoranza, e non come astratta entità di
facile mistificazione e abuso. C’è rimozione della morte persino in una certa teologia
dogmatica che ispira spietate guerre tra religioni diverse o tra confessioni
contrapposte nell’ambito della stessa. C’è rimozione della morte nella pietà bigotta
di certi „dottori della legge“ e affiliati, che oggi come ai tempi di Gesù
considerano legittimo diffamare e perseguitare testimoni della misericordia di
Dio e dell’amore fraterno.
L’attuale emergenza da Coronavirus è
una tragica esperienza dei nostri giorni. Ma è anche un‘opportunità per
riappropriarci della nostra fragilità e dell’essenziale nel quotidiano, della
gratitudine dovuta alla vita prodiga di meraviglie e di bellezza. Cercare di
sconfiggere il Coronavirus è un inno all’esistere: un inno che viene cantato
con commovente credibilità da medici, infermieri e innumerevoli volontari in
prima linea che rischiano la propria vita per la sopravvivenza di contagiati in
carne ed ossa. Questa silenziosa testimonianza di amore, se sopravviverà al superamento
del Coronavirus, sarà forse la lezione più convincente per un domani più vero.
Mario Tamponi
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