Paradossi
da Coronavirus
Senza addentrarci nei vari temi
dell’emergenza da Coronavirus e senza schierarci nell‘attuale panorama spesso
caotico e fazioso della politica e dell’opinione pubblica, ci limitiamo qui a
ribadire alcune carenze comuni e contraddittorie dell’intervento statale. Diamo
per scontato che molte delle misure restrittive siano giuste, se non altro
perchè suggerite da autorevoli virologi e scienziati. Ma proprio in contrasto
con queste misure non capiamo perchè non tutti i cittadini dispongano di
mascherine e di materiale disinfettante, neppure del banalissimo alcol
denaturato. Nulla di tutto ciò si trova in farmacia e altrove, eppure sarebbe
compito dello Stato diffondere capillarmente l’essenziale prima ancora che
venga richiesto.
Le mascherine professionali non sono
sufficienti neppure negli ospedali specializzati, dove è comunque carente tutto
il materiale protettivo per medici, infermieri e assistenti volontari, con la conseguenza
tra loro di un allarmante tasso di mortalità. Con ciò è ancora più encomiabile
e commovente la rischiosissima dedizione di questi numerosi, silenziosi angeli della
comunità inferma. Ma non ha senso che governo e parlamento gli vogliano
destinare monumenti al merito con l‘aggettivazione dell’abituale retorica. La
prima cosa che dovrebbero fare (e solo loro possono farlo!) è consentire con i
necessari incentivi d’urgenza la riconversione di industrie idonee per la
produzione massiccia di mascherine e di tutto il resto, senza bisogno di andare
a elemosinarlo con scarso successo in giro per il mondo. Negli ospedali sono scandalosamente
insufficienti anche i respiratori o ventilatori polmonari per i ricoverati in
terapia intensiva; eppure la nostra industria tecnologicamente flessibile potrebbe
provvedere a rifornire di respiratori non solo le cliniche, ma anche gli
ammalati individuali in clausura domestica. Scarseggiano anche i tamponi e ne andrebbe
comunque velocizzato il sistema.
In un paese industrializzato come il
nostro sono inaccettabili per mera carenza produttiva l‘atrocità delle seriali
agonie per soffocamento, la decimazione della saggezza dei nostri nonni e
bisnonni, la desolazione di una morte anonima senza conforto. Struggente il
martirio in reparto intensivo di un sacerdote, tra i tanti, che rinuncia al
proprio respiratore, uno dei pochi disponibili, per cederlo ad un paziente più
giovane. Negli ospedali si lamenta talvolta persino l’esaurimento delle scorte
di ossigeno, quando i nostri impianti chimici potrebbero produrne a volontà.
Auspicabile è che il governo non lasci all’economia privata l’iniziativa, insufficiente
e spesso speculativa, ma coordini e finanzi le imprese idonee nell’intera operazione
di produzione del necessario per la tutela elementare dei cittadini. Ma non ha
senso piagnucolare ora per il fatto che tutto questo poteva essere fatto prima.
Importante è che si colmino subito i vuoti di inefficienza e burocrazia.
Ancora qualche spicciolo suggerimento. La
burocrazia andrebbe ridotta al minimo quando si tratta di fornire in rapida
liquidità gli aiuti stanziati per le famiglie e le aziende in difficoltà. Le
lungaggini rischiano di ridurne i vantaggi.
Per gli acquisti alimentari
bisognerebbe evitare di esporre i cittadini a file chilometriche davanti ai
grandi magazzini; con un pò di fantasia si potrebbero costruire negli stessi
magazzini e in mercati aperti sistemi di distribuzione veloce.
E la televisione pubblica nei suoi
telegiornali e in tutte le sue trasmissioni dovrebbe essere meno monotematica
per evitare di diffondere terrore, panico da paralisi. Per informare
esaurientemente sul virus e sui drammatici effetti quotidiani del contagio non
è necessario ripetere all’infinito le stesse cose e gli stessi dibattiti con
gli stessi interlocutori. Ci sono anche tanti altri temi di sobria formazione, di
cultura non barbosa e di intrattenimento intelligente di cui la gente impaurita
e anche i contagiati avrebbero bisogno per uscire dai bassifondi e respirare
l’aria profonda.
Sul tema Europa rimandiamo ad altra
sede l’esame della latitanza dell’Unione, mentre avrebbe dovuto effettuare
azioni concrete e massicce contro l’epidemia comune anche se territorialmente
differenziata, promuovere ricerca, coordinare e sostenere gli interventi degli
Stati membri. Ci limitiamo qui ad un solo aspetto positivo: la sospensione del suo
rigido patto di stabilità per consentire ad ogni paese un approccio più libero
alla propria emergenza sanitaria, senza lasciarsi inibire dagli effetti sul
proprio debito pubblico. Su questa linea i più hanno salutato con favore il
sostegno ideologico di Mario Draghi. Ma soprattutto per l’Italia urge fin d‘ora
l’elaborazione di un piano economico, finanziario e istituzionale per il dopo
epidemia.
A Draghi e a suoi colleghi si dovrebbe
chiedere una proposta dettagliata e articolata da discutere subito e da attuare
non appena una tregua del Coronavirus lo consentirà – per evitare che il nostro
debito pubblico, già proibitivo e destinato a crescere notevolmente nelle
prossime settimane o mesi, tarpi le ali del nostro paese provocandone il
collasso. L‘attuale dominio del Corona si è affermato anche grazie alla nostra iniziale
incertezza e impreparazione. Bisognerebbe far tesoro di questa esperienza di scarso
tempismo per destinare l‘attuale fase di immobilità produttiva e sociale soprattutto
alla preparazione di un realistico, rassicurante piano di rinascita.
Bisognerebbe saper cogliere il positivo
in ogni fase oscura dell’umanità. Il Coronavirus ci ha fatto scoprire controvoglia
la nostra precarietà, l’essenziale nella vita privata e collettiva, il vantaggio
e il piacere della solidarietà. Dopo questa crisi sanitaria potremmo scoprire
il positivo anche in un nuovo approccio alla crisi economica in agguato.
Potremmo inventare un modo più dinamico e snello di vivere l’Europa e i valori
comuni, senza i contrasti e la burocrazia che vanificano i sogni, e per
l’Italia senza la zavorra di un debito surreale.
Mario Tamponi
4.2020
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