Sonntag, 28. Juni 2020

Una RAI da riformare.


Una RAI da riformare

Spunti per una televisione innovativa
di comunicazione, formazione e promozione

Il futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola, della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio. Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.

Ridurre la pubblicità

La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano l’ennesima interruzione con liturgica solennità. 
Se a fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.

Pubblicità occulta

La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate pubblicitarie che ostentano l’impegno politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.

Pubblicità interna

Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere lasciato in pace.

Oltre gli indici di ascolto

È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie, dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.

Servizio come vocazione

La televisione pubblica dovrebbe onorare il professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva. Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai” verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma questa prassi non gli rassomiglia?

Salotti pettegoli

La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni, senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione. Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente diffamazione e calunnia.

Delitti per gialli interattivi

La civetteria da cronaca nera è devastante quando si occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.  

Telegionali meno provinciali

I telegiornali dovrebbero superare il taglio provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio che aprono sul paese e sul mondo.
La politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti. Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo scontro degenera in insulti violenti.

Conduttori da bandierina

Quanto ai programmi di approfondimento e dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia ristretta di amici.
Nella televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.

Talk show

Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria testa.

Approfondimento scientifico

Nei programmi di approfondimento scientifico la televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi – parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese! Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie, privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.

Riflessione filosofica

È necessario che la televisione pubblica fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere, col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.

Promozione, ad esempio col Giro d‘Italia

L’Italia è oggi un paese in crisi profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano. Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza. Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura, da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e avvincente.  

Promozione, ad esempio con Sanremo

Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano, Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli concreti da suggerire.

Mario Tamponi
8.3.20

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