Una
RAI da riformare
Spunti
per una televisione innovativa
di
comunicazione, formazione e promozione
Il
futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei
giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola,
della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non
può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino
soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio.
Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere
fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le
nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai
l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e
a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col
bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica
del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli
attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui
vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del
resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali
della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia
che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.
Ridurre la pubblicità
La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente
la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del
resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la
pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno
e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene
mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano
ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La
riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del
fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva
metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto
Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e
nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi
la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare
ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva
denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante
altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione
permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di
ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la
ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano
l’ennesima interruzione con liturgica solennità.
Se a
fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla
pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno
un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il
ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le
condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola
apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una
squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.
Pubblicità
occulta
La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni
pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono
nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di
mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella
confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe
concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente
controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e
disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per
raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate
pubblicitarie che ostentano l’impegno
politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da
metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover
finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.
Pubblicità
interna
Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare
ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che
talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che
dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di
trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane
prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente
determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla
manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni
commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a
piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già
sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta
il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere
lasciato in pace.
Oltre
gli indici di ascolto
È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo
vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e
valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni
offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero
obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle
condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da
trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con
quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento
pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È
necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e
concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si
potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di
produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad
una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista
o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di
intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili
a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie,
dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con
strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo
contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si
potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più
lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.
Servizio
come vocazione
La televisione pubblica dovrebbe onorare il
professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da
concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia
anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni
anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più
importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in
montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva.
Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai”
verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col
bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente
meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori
si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della
casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro
di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma
questa prassi non gli rassomiglia?
Salotti
pettegoli
La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi
salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di
personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni,
senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per
manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che
riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti
chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe
disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come
tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per
vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada
e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o
sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di
velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione.
Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di
telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente
diffamazione e calunnia.
Delitti
per gialli interattivi
La civetteria da cronaca nera è devastante quando si
occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a
trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si
sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e
investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità
emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad
aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni
specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione
della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore
coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a
puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore
delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno
di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe
un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood
o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque
riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se
la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.
Telegionali
meno provinciali
I telegiornali dovrebbero superare il taglio
provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo
spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca
nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si
dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali
di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire
meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le
notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è
dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei
corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa
aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di
sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio
che aprono sul paese e sul mondo.
La
politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno
sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta
con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti.
Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col
bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare
ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente
più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti
intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero
fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente
senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non
con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo
scontro degenera in insulti violenti.
Conduttori
da bandierina
Quanto ai programmi di approfondimento e
dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori
neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar
intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica
o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni
conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta
di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio
credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore
però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la
facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo
comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore
risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia
ristretta di amici.
Nella
televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di
ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati
dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente
lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.
Talk
show
Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di
televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi
comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche
la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che
mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e
apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi
padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti
stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate
perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso
perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il
pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di
civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici
incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito
televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero
ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni
altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai
telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari
nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i
propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria
testa.
Approfondimento
scientifico
Nei programmi di approfondimento scientifico la
televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi
– parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su
semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della
scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le
avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra
esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da
consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di
tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime
e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della
consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese!
Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie,
privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile
informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e
gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso
superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.
Riflessione
filosofica
È necessario che la televisione pubblica
fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla
filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire
le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe
sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La
filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per
addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i
boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico
social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con
accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno
comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei
compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del
banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere,
col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e
dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente
nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai
mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente
interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa
riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che
è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella
televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria
rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe
colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.
Promozione,
ad esempio col Giro d‘Italia
L’Italia è oggi un paese in crisi
profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che
il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra
gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche
di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La
televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di
cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto
di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano.
Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno
apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi
campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza.
Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per
rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in
bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura,
da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di
immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale
della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca
di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie
all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione
e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori
registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così
aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al
mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così
sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma
motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti
pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e
avvincente.
Promozione,
ad esempio con Sanremo
Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La
televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro
mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio
decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più
popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere
come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da
sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e
contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire
Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano,
Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo
oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione
straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e
produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli
concreti da suggerire.
Mario Tamponi
8.3.20
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