Dienstag, 7. Juli 2020

L'eclissi di una leggenda.


L’eclissi di una leggenda.
Monica Vitti verso i novanta 


Versatile, drammatica e ironica, Monica Vitti è una protagonista tra le più autentiche del nostro cinema.

Una suggestione analoga, più infantile e passeggera, l’avevo vissuta già ai tempi delle elementari in Sardegna con Brigitte Bardot, che andavo a vedere furtivamente al cinematografo del villaggio vicino. Al ragazzetto che ero, appariva come un‘eroina da sognare, e la sognavo come una intraprendente sorella maggiore o una zia disinibita in contrasto col monotono mondo femminile di famiglia e di paese.

Monica Vitti si accampò più tardi nel mio immaginario giovanile diventato più riflessivo. Film di Antonioni come L’avventura, La notte, L’eclissi e Deserto rosso erano la più coinvolgente rappresentazione dell‘esistenzialismo che amavo. In quei racconti scenici mi colpivano gli ambienti stilizzati e verniciati con i colori dell’anima, l‘inquietudine diffusa che era della società e della mia età, soprattutto l‘interpretazione a tutto campo di Monica Vitti con la sua sensibilità tra fierezza sovrana e femminilità indifesa, con lo sguardo penetrante e smarrito, con la voce roca.

Mi sembrava che in lei non ci fosse nulla di finto. Anche in ruoli non autobiografici c‘era sempre la sua storia con i suoi drammi e la sua bravura. „Fra la mia vita e il mio lavoro“ – mi confidò lei stessa parecchi anni dopo – „non c’è separazione. La rappresentazione è una componente vitale della mia esistenza: dove finisce la rappresentazione finisce anche la mia realtà. Per questo svolgo il mio mestiere con estremo rigore e molta pulizia“. Nei miei anni universitari a Torino nella mia funzione di conduttore di cineforum per studenti, intellettuali e operai inserivo quasi sempre tra i classici di Fellini, Bergmann, Truffaut e Godard anche le produzioni di Antonioni, soprattutto per il ruolo singolare della protagonista che affascinava tutti, come una volta Anna Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren nel clima del neorealismo da dopoguerra.

Destino volle che un giorno a Berlino, nel febbraio del 1984, incontrassi per una intervista Monica Vitti in persona; la Berlinale le aveva appena conferito l’Orso d’argento per la sua interpretazione in „Flirt“, realizzato col suo nuovo compagno di vita Roberto Russo. Mi fissò l‘appuntamento all’Hotel Kempinski e mi accolse in vestaglia e senza trucco all‘ora del primo caffè nella camera condivisa anche dall’amico. Lei si accomodò a gambe incrociate al centro del grande letto lasciandomi l’opportunità senza alternativa di sedermi al bordo. Sicuramente per mettermi a mio agio e per smontare d’un colpo – riuscendoci - il suo idolo nella mia testa e apparire la persona che era, spontanea e spiritosa nella sua amena complessità.

Premise che quel „premio“ di Berlino le era più caro di tantissimi altri prestigiosi della sua carriera „perchè andava ad un film prodotto non da una grande casa cinematografica, ma „in casa da due persone“. „Roberto ed io abbiamo meditato insieme questo soggetto per quasi tre anni: poi lui ne ha diretto la realizzazione ed io ne ho curato l’interpretazione. Per lui è il primo film, per me è un’esperienza nuova.“ Il suo commento sul film: „È un tema che ci sta particolarmente a cuore, tratta di pericoli e agguati nei rapporti di coppia. Noi vogliamo aiutare uomini e donne che vivono assieme a star meglio, a non farsi distruggere la loro esistenza e il loro amore da fattori esterni. Speriamo di essere riusciti a mostrare come sia possibile portare una situazione negativa, com’è la follia, verso uno sbocco positivo: nel senso che alla fine i due pazzi innamorati sono di nuovo felici, oltre la routine e la noia.“

Per lei, già celebre star, quel film sperimentale era come un atto d’amore per un amico da promuovere anche professionalmente; nel corso della nostra conversazione cercava di dargli spazio invogliandolo a completare le sue risposte. Era chiaro che dopo l‘esperienza sentimentale con Antonioni quel nuovo amore rappresentava per lei la chance decisiva per combinare il bisogno di amicizia protetta con l‘esisgenza di emancipazione personale.

La vita di Monica Vitti non è mai stata una villeggiatura, a cominciare dall‘adolescenza con genitori difficili. „La mia vita l’ho decisa molto presto“, mi raccontò. „Avevo 14 anni e mezzo quando ho deciso di non sposarmi e di non avere bambini. Chissà perchè… certamente perchè volevo dimostrare a me stessa o a mia madre o agli altri di avere un valore al di là del mio sesso. Il fatto che fossi donna, forse nell’Italia di allora più che in quella di oggi, voleva dire trovare un marito che ti sposa e ti mantiene, far crescere dei bambini e basta. Già allora questa dipendenza mi appariva come una costrizione paurosa. E così mi sono preoccupata innanzitutto di lavorare, di rendermi indipendente rispetto all’uomo che avrei potuto scegliere. Ho evitato quindi di cadere in una dipendenza economica o predeterminata da un contratto coniugale; ma dal punto di vista sentimentale mi sono sempre sentita estremamente dipendente. Ho molto bisogno di protezione: l’affetto è la condizione psicologica che mi fa sopravvivere. La solitudine affettiva la sento come disperazione. Ma è solitudine anche la convivenza con un amante che si trasforma in padrone.“

Sembra strano come una donna così dipendente dagli affetti – da parte di un suo uomo, ma anche degli amici in genere – abbia sempre cercato l’indipendenza in tutti gli altri campi. Ma è possibile tanta determinazione già a 14 anni e mezzo?“, le chiesi. „Credo che tra i 14 e i 20 anni si decidano tutte le cose che si fanno poi nella vita“, mi rispose. „È l’età fondamentale, ma anche la peggiore, la più pericolosa, la più faticosa. È un’età che… meno male che la si vive solo una volta! Nulla è così doloroso come il dover decidere cosa fare di se stessi.“

In uno dei suoi libri Monica Vitti ha confessato: „Faccio l’attrice per non morire“. A 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ma ho capito poi che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra“: facendo piangere e ridere gli altri. In questo senso lei ha magistralmente interpretato tanti ruoli, dal tragico al comico, dalla leggerezza della commedia italiana all‘intrattenimento televisivo. Ma da diva restando anti-diva. Bellissima, ma senza occuparsi mai del lato estetico, fino a rifiutare con ostinazione un piccolo ritocco chirurgico del naso richiesto da un regista bizzarro. Una grande attrice emulata da celebrità come Vanessa Redgrave che ripeteva: „Volevo essere come Monica Vitti.“ Autori e registi internazionali hanno cercato di attrarla all’estero, ma lei, oltre a quattro film in Francia e due in Inghilterra, ha preferito restare in Italia con la più naturale delle motivazioni: „Più si restringe il campo e più è possibile andare in profondità ed esprimere quello che sei.“

Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, è nata il 3 novembre 1931 a Roma, da dove ha attraversato dentro l‘avventura esistenziale l’osannata carriera cinematografica… fino al 1994. Da allora, colpita da una malattia degenerativa simile all’Alzheimer, non è apparsa più in pubblico per non vivere sotto gli occhi di tutti la sua sofferenza. Nel silenzio della casa romana, lontana dagli amici e dai riflettori di ogni tipo, è assistita dal marito Roberto Russo in un rapporto d‘amore mai interrotto, come da fiaba.

Nessuno conosce il suo volto di oggi, ma è più bello e reale convivere con quello di una volta, che è quello di sempre nel tempo implacabile. Nel mio intimo la celebro non come una meteora infranta, ma come espressione del fascino dentro l’umano che si trasmette sublime senza clamore. Oggi la sento ancora più vicina con affetto e ammirazione. Con la preghiera che continui ad amare la vita senza dover soffrire troppo.

Mario Tamponi

Sonntag, 5. Juli 2020

Che cos'è il tempo?


Che cos`è il tempo?
Lezione magistrale di Sant’Agostino (398 d.C.)
(dalle Confessioni, cap. XI)
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Introduzione (Mario Tamponi)

Il tempo è il problema dei problemi.
Einstein lo percepisce relativo rispetto a velocità e campi gravitazionali;
nel nanometrico la meccanica quantistica lo scopre inesistente.
Le due interpretazioni sono geniali, ma nell’ambito fisico, cosmico.  
Più profonda e fondante è la dimensione esistenziale del tempo,
sintonizzato cioè con la nostra coscienza e col mistero della vita.
Del tempo esistenziale non esiste nella storia del pensiero umano
analisi più logica e coinvolgente di quella di Sant’Agostino (354-430 d.C.),  
che ci consente di superare l’ottica acritica di ogni materialismo
(„materia“ è spazio-temporalità)
e di cogliere il senso dell‘eterno. mt
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Premessa (Mario Tamponi)
Cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Se Dio ha creato il mondo, chi ha creato Dio e – in un processo all’infinito – chi ha creato il creatore del creatore di Dio? Agostino parte da queste domande ingenue del senso comune per giungere ad una rigorosa analisi del tempo. Se la sua riflessione di tanti secoli fa illuminasse intellettuali e scienziati di oggi, ne risparmierebbe parecchi da assurdità pseudofilosofiche fatte passare come sensate. Si pensi, ad esempio, a Stephen Hawking, brillante studioso del big bang e dei buchi neri, ma che nega Dio solo perchè ingannato anche lui dal banalissimo circolo vizioso di Dio e dei suoi creatori. mt

AGOSTINO:  Tutte le cose lodano il loro creatore. Ma tu, o Dio, come creasti il cielo e la terra? Non certo in cielo e in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell'aria o nell'acqua, che pure appartengono al cielo e alla terra. Non creasti l'universo nell'universo, non esistendo lo spazio ove crearlo prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso se non fosse stato creato da te per crearne altri? Ed esiste qualcosa se non perché esisti tu? Dunque tu parlasti e le cose furono create; con la tua parola le creasti. (…) Quale magnificenza, Signore, le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza! Essa è il principio, e in quel principio creasti il cielo e la terra. (…)  
Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni non finiscono mai. (…) Non ci fu dunque un tempo durante il quale non avresti fatto nulla, perché il tempo stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, perchè tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo.


Lezione di Agostino sul tempo

Ma cos'è il tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due quindi di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente per essere tempo deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto tende a non esistere.

Eppure parliamo di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve è il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. (…)

Perché questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato o quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più e dunque non poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla che sia stato lungo dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel tempo presente perché, mentre era presente, era lungo. Allora non era già passato così da non essere; era una cosa che poteva essere lunga. Appena passato invece cessò all'istante di essere lungo, perché cessò di essere.

Consideriamo dunque se il tempo presente può essere lungo. Cento anni presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente; ma gli altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo è presente, tutti gli altri sono futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento che si supponga presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni non potranno essere tutti presenti.

Considera ora se almeno quell'unico che è in corso è presente. Se è in corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se è in corso il secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, un anno non è presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi, qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l'ultimo, tutti gli altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e futuri.

Ecco cos'è il tempo presente, l'unico che trovavamo possibile chiamare lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è tutto presente. Le ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la prima di esse tutte le altre sono future, per l'ultima passate, per qualunque delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest'unica ora si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro al passato da non avere una pur minima durata. Qualunque durata avesse, diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna estensione.

Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora per poter essere lungo; bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla che possa essere lungo; se sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.

Eppure noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro, definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto l'uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare l'inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo passare; passato, non può, perché non è.

Chi vorrà dirmi che non sono tre i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente poiché gli altri due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un luogo occulto allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto allorché da presente diviene passato? In verità chi predisse il futuro dove lo vide se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l'immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato sono.

Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine nel tempo presente poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso di non saperlo. So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale meditazione è presente, mentre non lo è ancora l'atto premeditato, poiché futuro. Solo quando l'avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare il premeditato, allora esisterà l'atto, poiché allora non sarà futuro, ma presente.

Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è non è futuro, ma presente, e così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose ancora inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni già esistenti. Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca qualche esempio l'innumerevole massa dei fatti. Se osservo l'aurora, preannuncio la levata del sole. L'oggetto della mia osservazione è presente; quello della mia predizione è futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l'aurora che vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l'immagine nel mio animo: queste due cose si vedono presenti per poter definire in anticipo quell'evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora e, se non esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta del presente, che già esiste e si può vedere. (…)

Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. Mi si permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l'espressione abusiva entrata nell'uso. Si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.

Ho detto poc'anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga quanto quella; oppure, misurandola, possiamo indicare qualsiasi altro rapporto fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo passaggio. Se mi si chiedesse: "Come lo sai?", risponderei: "Lo so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato né il futuro". Il tempo presente, poi, come lo misuriamo se non ha estensione? Lo si misura mentre passa; passato non lo si misura perché non vi sarà nulla da misurare.


Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non può passare che dal futuro attraverso il presente verso il passato, ossia da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più, non si misura. (…) È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo. L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano, per produrla; è quanto misuro allorché misuro il tempo. E questo è dunque il tempo o non è il tempo che misuro. (…)

Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come crescerebbe il passato, che non è più, se non per l'esistenza nello spirito, autore di questa operazione, dei tre momenti: dell'attesa, dell'attenzione e della memoria? Così l'oggetto dell'attesa, fatto oggetto dell'attenzione, passa nella memoria. Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già nello spirito l'attesa del futuro. E chi nega che il passato non esiste più? Tuttavia esiste ancora nello spirito la memoria del passato. E chi nega che il tempo presente manca di estensione, essendo un punto che passa? Tuttavia perdura l'attenzione, davanti alla quale corre verso la sua scomparsa ciò che vi appare. Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è l'attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un lungo passato è la memoria lunga di un passato.

Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell'inizio la mia attesa si protende verso l'intera canzone; dopo l'inizio, con i brani che vado consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L'energia vitale dell'azione è distesa verso la memoria per ciò che ho detto e verso l'attesa per ciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si traduce in passato. Via via che si compie questa azione, di tanto si abbrevia l'attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l'attesa si esaurisce quando l'azione è finita ed è passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per ciascuna delle sue sillabe, come pure per un'azione più lunga, di cui la canzone non fosse che una particella; per l'intera vita dell'uomo, di cui sono parti tutte le azioni dell'uomo; e infine per l'intera storia dei figli degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini. (…)

A cura di Mario Tamponi

Samstag, 4. Juli 2020

Dentro il dolore.


Dentro il dolore
Un’aggressione di 30 anni fa

Appena varcato il portone di casa dopo la mezzanotte, due individui sbucati dal buio mi sbarrano il passo nel secondo androne che dà sul cortile, mi spruzzano qualcosa di acido in faccia e mi si avventano rabbiosi. L’aggressione a sorpresa non mi consente di capire e di osservare. Non penso neppure di dovermi difendere e mi accascio sotto il primo scossone e poi sotto la furia di pugni e calci, fulminanti come scariche. Non mi balena l’idea di urlare per invocare soccorso; non ne avrei la forza, non ne sento neppure il bisogno perché tutto appare surreale. Soffoco un ruggito in un lamento opaco, utile a lenire il dolore e l’umiliazione. Non misuro la durata del pestaggio, nella nebbia mentale non avverto degli aggressori neppure la fuga. Non intendevano eliminarmi, semmai darmi una lezione… incomprensibile.

Barcollante mi trascino attraverso il cortile e risalgo le scale contorcendomi gradino dopo gradino; al primo piano premo il campanello col gomito sinistro. Tengo il braccio destro penzoloni; cercando di sollevarlo mi sorprende vederlo curvarsi ad arco con fitte allucinanti. Mio figlio che impreca furibondo ”me l’aspettavo, me l’aspettavo!” e mia moglie che mi viene incontro in vestaglia da notte mi strappano al fatale indistinto. Mi rispecchio nella loro agitazione e mi ritrovo livido, sanguinante; sfinito mi rannicchio sulla prima poltrona. L’abbraccio protettivo del giovane e la supplica della donna a non venirgli meno nel sonno mi sconvolgono con dolcezza infinita. Mi riaffiorano nell’anima le coordinate di casa.

Il via vai successivo di poliziotti con le loro domande, dei curiosi attorno all’ambulanza in partenza, degli infermieri solerti al pronto soccorso dell’ospedale e in radiologia si snoda sfocato nel mio dormiveglia. Quando il primario mi sussurra di dovermi operare all’avambraccio stritolato mi lusinga l’opportunità di potermi concedere al sonno; sul lettino dell’anticamera operatoria mi congedo dai miei augurandogli la buona notte. Non mi preoccupa il rischio di paralisi della mano destra nel mio lavoro di giornalista. Mi affretto a un sommario esame di coscienza e nell’eventualità che il riposo coincida con l’aldilà raccomando l’anima al suo clemente signore.

In chirurgia il tempo non esiste. Penso al dono dell’ubiquità quando risvegliandomi lentamente mi ritrovo sotto le coperte in una stanza estranea con altri due pazienti, uno loquace ed estroverso, l'altro delirante per sofferenza o esibizionismo. Pian piano si localizza il formicolio dentro il braccio fasciato, il dolore delle costole rotte che non mi consentono di girarmi e tossire. Mi rassegno a convivere con la faccia tumefatta come se fosse quella di sempre… che è ben poca cosa di fronte all’ondata di premure, alla vicinanza di familiari ed amici, alle telefonate e ai messaggi di tanti che nello stress dell’ultimo periodo ho perso di vista, ai fiori e ai regalini sul comodino. Mi sento disarmato, ogni parola o gesto di affetto mi commuove; un medico mi spiega che è colpa degli ormoni messi in circolazione da fratture e contusioni. Ma le lacrime anche nel pudore sono spesso liberatorie.

L’alto commissario di polizia con assistenti, versione in carne ed ossa di Derrick e Colombo, mi fa sentire protagonista di un giallo avvincente con intreccio internazionale: è un tipo razionale e tranquillo, avido di dettagli che cerca di strapparmi con quesiti incalzanti. Da specialisti fa esaminare i frammenti degli occhiali e le impronte sui vestiti. Cronisti e fotoreporter che filtrano attraverso uno sbarramento di severo controllo mi raggiungono in camera per documentarsi e presentarmi poi sui giornali come “vittima di mafia”. Sull'ipotesi che gli aggressori siano killer e il piano premeditato sono tutti concordi; i più per intuito convergono anche sui possibili mandanti per interesse o vendetta. Tra gli amici che si avvicendano accanto al lettino si insinua camuffato qualche depitastore di indagini e congetture, che tollero per non essere sgarbato. Per me la ricostruzione del caso è quasi ovvia: mi basta ripercorrere gli eventi più recenti e ostili, avvertimenti palesi e minacce anonime. Sempre la stessa storia: ogni minimo successo, reale o presunto, riaccende l’invidia e le nevrosi dei soliti ignoti. Li annovero tra i vili, ma senza odiarli, semmai con un pò di rabbia e di pena.

Si tende a credere che quando si è costretti a convivere con le tragedie e la fragilità sia quasi automatico rifugiarsi in Dio. E invece ci si può anche lasciar stordire dagli acciacchi e dalle banalità; è anche possibile che la voglia di riprendere la vita interrotta prevalga sul bisogno di regolare le faccende dello spirito. Nella cappella deserta dell’ospedale mi raccolgo con un inedito senso di vuoto, fino a credere che Dio non sia sempre una fatalità o una fuga di comodo, semmai una conquista di coraggio, l’interlocutore di una preghiera anche controvoglia e senza conforto.

Lasciando la clinica dopo qualche settimana riprendo la vita ordinaria di giornalismo e relazioni. Continua la solidarietà di amici, collaboratori e conoscenti, l’attenzione premurosa di giornali e istituzioni; ma riprendono anche le dichiarazioni di ostilità di altri invisibili. Apprendo che qualche pennivendolo avrebbe fatto passare l’aggressione subìta come un regolamento di conti, praticamente per collocarmi nel torbido sociale. C’è chi in certi ambienti italiani tra lettori sprovveduti e senza conoscenza del tedesco avrebbe diffuso ad arte copie di giornali con foto che mi ritraggono malconcio all’ospedale per indurre al sospetto che potrei essere stato io il mandante dei miei killer.

C’è chi mi chiama al telefono per dirsi offeso da articoli tedeschi sulla vicenda presentata come mafiosa perché sporcherebbe l’immagine del nostro paese, e pretende, a nome di non so chi, un mio intervento autorevole presso le redazioni berlinesi per dichiarare che “la mafia non esiste”. E c’è chi continua a turbare la mia quiete con le solite lettere e telefonate sibilline. Per fortuna gli amici del ministero tedesco degli interni, che pare capiscono più di quanto rivelino, mi proteggono con assidua simpatia e mi supplicano di non mollare.

La violenza fisica è limitata nel tempo e provoca solidarietà; quella psicologica invece, la calunnia, opera nel viscido e attizza l’animosità di un branco che si crede vincente e tende a espandersi come terra bruciata. Gli autori della calunnia programmata con i loro complici e il relativo contorno di manovalanza circolano a piede libero, mascherati da facce perbene e dai loro discorsi sui principi dell’onestà. Si avvantaggiano spesso delle false testimonianze dei più audaci, persino della compiacenza di qualche funzionaro corrotto. Per smascherarli ci vorrebbe proprio l’indagine di ispettori raffinati come quelli della finzione cinematografica… che non esistono.

Da allora sono passati quasi 30 anni. Come qualche altra vicenda, anche questa si è ormai spenta nella nebbia, che aiuta a indicare sempre meno le debolezze altrui e a confonderle con le proprie. Aiuta a ignorare le cicatrici rimaste e a perdonare. Eppure sarebbe utile poter rivedere nel film del passato anche le aggressioni di una volta assieme ai loro autori, nella loro ottica, per comprendere meglio la psicologia umana quando si fa contorta. Sarebbe bello per riconciliarsi col sorriso e cantare insieme un inno alla vita, che comunque è un’avventura fantastica e scorre veloce.

Mario Tamponi

Mittwoch, 1. Juli 2020

La traversata.


La traversata
Sul traghetto Civitavecchia-Olbia


Già da un pezzo gli altoparlanti delle varie sale del traghetto annunciano che “siamo in arrivo”. Nella morsa della fiumana dei passeggeri aspetto impaziente l’apertura delle porte ermetiche sulle scale mobili che portano giù sul molo del porto di Olbia. Per battere la noia con lo sguardo inadagatore passo in rassegna i miei compagni di viaggio dalle facce inebetite dopo una notte più o meno insonne su poltrone scomode allineate verso pareti grigie o sui divani gratis del bar accanto ai propri fagotti, pochi in cabina con cuccetta. Sembrano detenuti sorvegliati da guardie invisibili e destinati ad una qualche colonia penale. Lo fanno pensare l’aria malinconica e l’abbigliamento diverso nei colori, ma uguale nella grossolanità protettiva. Mi immedesimo nella loro condizione e recito la mia parte, anche se da osservatore mi convinco di essere una fortunata mosca bianca che può posarsi ogni tanto alla debita distanza.
          Eppure quei presunti detenuti sono simili a tutti gli altri individui, non galeotti, che popolano il nostro mondo. Dov’è la differenza? E se differenza non c’è, perchè i cittadini ordinari possono godersi il sole, la famiglia e gli amici, mentre questi poveracci sono costretti all’isolamento carcerario? La vita appare bizzarra, arbitraria nel decidere la libertà degli uni e la segregazione degli altri. Si obietta che gli uni sono buoni e gli altri malvagi e pericolosi. Strano, come si fa a capirlo se il corpo, che non è trasparente, non vi lascia intravedere dentro un’anima candida o una torbida? Nei miei sfortunati compagni di viaggio cerco ansioso indizi lombrosiani come nasi adunchi, zigomi affilati, occhi perfidi o gobbe precoci, ma non mi sembra di scorgervi tratti somatici particolari rispetto alla maggioranza a piede libero.
          Probabilmente non avrei bisogno di prove se quei volti mi fossero noti come di familiari, vicini di casa o colleghi di lavoro. In tal caso potrei giurare sulla loro innocenza con la mano sul vivo della fiamma ossidrica; quelli lì invece li vedo per la prima volta, insondabili nel loro smarrito silenzio. Nel mucchio ci sono anche signore e signorine di diversa età e, a giudicare dai dettagli, di ogni ceto sociale. Ma sembra che le donne per il fatto di esserlo siano esenti da delitti e castighi, strano. Quell’unico traghetto che trasporta maschi e femmine consente l’inevitabile promiscuità, ma all’arrivo ci dovrà pur essere la separazione dei sessi… altrimenti che castigo sarebbe? Il prodigio delle porte che finalmente si spalancano diffonde una ventata di aria salmastra per liberare me dalla stretta delle travagliate congetture e tutti gli altri dall’asfissia della calca.
          Scendendo tra garbate spintarelle continuo a non vedere le guardie carcerarie, ma devono pur esserci perchè i prigionieri procedono in ordinate file parallele e toccando terra non si confondono con la gente di Olbia che affolla il molo e scorrazza in ordine sparso nella direzione che ognuno crede. Nonostante la curiosità mi è difficile seguirli per indagare su come e quali pullman saliranno verso chissà quale penitenziario con aria razionata, con celle d’isolamento e forse di tortura; è noto che l’Isola dispone di carceri superprotette come quella celebre sugli scogli dell’Asinara. Forse proprio ora dovrei stargli dietro per convincermi dello zelo delle guardie perchè i mascalzoni da rinchiudere non si disperdano nella società degli onesti. Se le guardie sono ancora invisibili, io mi tocco e mi sento corporeo. Anche per questo mi defilo lento con passi felpati per paura che vedendomi mi obblighino a rientrare nel gregge. Al riparo di una sgangherata cabina telefonica all’aperto cerco di far mente locale sulla strada da prendere verso la vita dei più e la mia concreta destinazione.
Mi sorprende d’un tratto l’idea d’aver fatto la traversata senza vedere il mare, senza averne coscienza. Ieri sera, forse come tutti gli altri, non l’ho intravisto neppure quando dal porto d’imbarco di Civitavecchia ho imboccato le scale mobili verso gli interni del traghetto; la mole della nave sotto strati di vernice penetrante e l’agitato viavai dei passeggeri coprivano ogni spiraglio sull’acqua e sulla possibile luna che certamente vi si sarebbe voluta specchiare. Arrivato in alto, sulla scia degli altri ho attraversato corridoi e saloni alla ricerca del bar e del posto più comodo ed economico dove passare la notte. Per il fastidio della brezza nessuno sembrava interessato ad affacciarsi sul ponte, nessuno si degnava di guardare attraverso gli opachi finestroni dei saloni o i minuscoli oblò delle cabine, anche perchè nel buio serale le poche luci del porto si confondevano con quelle abbaglianti della nave. Più intrigante dell’ipotetico panorama marino era il profumo del fritto di calamari e delle grigliate di pesce dal ristorante di bordo; e dal bar il rumore familiare delle macchine da caffè e cappuccino sotto gli enormi monitor sintonizzati su diversi canali televisivi a volume assordante.
          Ma siamo stati veramente su una nave? – mi chiedo ora. Abbiamo veramente attraversato un buon tratto del Tirreno denso e profondo, con le onde che si infrangono carezzevoli sui bordi della nave ritmandone il percorso, con gli spettacoli suggestivi che nell’oscurità variano con la luce che via via si spegne nelle stelle, con gli sciami silenziosi di pesci multiformi che animano le profondità sotto lo specchio lunare delle acque? Forse è stato un gioco di magìa: entri in un ambiente, in una sagoma di imbarcazione, e dopo un pò di tempo, le ore necessarie perchè l’illusionismo diventi credibile, ne esci e pensi di trovarti altrove. Finti potrebbero essere stati anche il rombo dei motori nelle presunte manovre di sgancio e di attracco, gli scossoni sulle banchine dei due porti, il frastuono delle catene metalliche, le urla dei marinai attorniati da mozzi muscolosi. È tutto possibile. Una suggestione magica, cara quanto un viaggio vero, ma se il risultato è o sembra essere lo stesso è giusto pagarne il biglietto. C’è persino da dubitare che il mare di quella notte fosse reale e le stelle più di un virtuale dettaglio ornamentale.
          Dalla cabina telefonica raggiungo il bar della stazione marittima per un secondo cappuccino con cornetto; accovacciato sul tavolinetto cerco di riprendermi dal mio frammentato riposo notturno nel frastuono televisivo della nave. Ma nel dormiveglia di ora avverto di aver perso di vista i detenuti della comune traversata, anzi di averne smarrito persino il ricordo. La scena mia e collettiva se la ruba d’un colpo il penetrante ticchettio cadenzato di una signora slanciata che attraversa l’ampio salone del bar da un’estremità all’altra. Calza scarpe a spillo dall’effetto implacabile. Finchè dura è la colonna sonora di tutti i presenti che vi si sintonizzano al meglio per scaricarvi ansia e tensione. Per alcuni è insopportabile inquinamento acustico, per altri diventa musica tamburellata che dai tacchi rimanda verso l’audace minigonna della donna.
          Fissandola negli occhi vi riconosco la commessa della boutique di stanotte nel corridoio tra il bar e il ristorante del traghetto. In quel negozietto c’era un pò di tutto, souvenir, specialità sarde, elettronica, soprattutto moda; ma era deserto anche nell’ora di punta. Strana la missione della donna: salire sulla nave, credere di solcare il mare nell’attesa di clienti fantasma fino a notte fonda; e all’alba scendere, inondare il bar del porto del proprio ticchettio, scomparire poi per l’intera giornata e al calar della sera risalire sulla nave per il medesimo viaggio, attendere un pubblico che non c’è e che forse non esiste. Ma la sua sorte non dovrebbe essere diversa da quella di tante commesse di tante boutique di moda e gioielleria esclusiva delle nostre metropoli: aspettano, aspettano e aspettano con la rara chance che la vita si riempia di senso. Anche la donna del traghetto aspetta e aspetta… ma lei almeno sogna di attraversare il mare.

Mario Tamponi

Sonntag, 28. Juni 2020

Una RAI da riformare.


Una RAI da riformare

Spunti per una televisione innovativa
di comunicazione, formazione e promozione

Il futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola, della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio. Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.

Ridurre la pubblicità

La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano l’ennesima interruzione con liturgica solennità. 
Se a fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.

Pubblicità occulta

La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate pubblicitarie che ostentano l’impegno politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.

Pubblicità interna

Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere lasciato in pace.

Oltre gli indici di ascolto

È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie, dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.

Servizio come vocazione

La televisione pubblica dovrebbe onorare il professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva. Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai” verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma questa prassi non gli rassomiglia?

Salotti pettegoli

La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni, senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione. Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente diffamazione e calunnia.

Delitti per gialli interattivi

La civetteria da cronaca nera è devastante quando si occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.  

Telegionali meno provinciali

I telegiornali dovrebbero superare il taglio provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio che aprono sul paese e sul mondo.
La politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti. Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo scontro degenera in insulti violenti.

Conduttori da bandierina

Quanto ai programmi di approfondimento e dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia ristretta di amici.
Nella televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.

Talk show

Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria testa.

Approfondimento scientifico

Nei programmi di approfondimento scientifico la televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi – parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese! Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie, privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.

Riflessione filosofica

È necessario che la televisione pubblica fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere, col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.

Promozione, ad esempio col Giro d‘Italia

L’Italia è oggi un paese in crisi profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano. Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza. Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura, da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e avvincente.  

Promozione, ad esempio con Sanremo

Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano, Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli concreti da suggerire.

Mario Tamponi
8.3.20