Versatile,
drammatica e ironica, Monica Vitti è una protagonista tra le più autentiche del
nostro cinema.
Una
suggestione analoga, più infantile e passeggera, l’avevo vissuta già ai tempi
delle elementari in Sardegna con Brigitte Bardot, che andavo a vedere
furtivamente al cinematografo del villaggio vicino. Al ragazzetto che ero,
appariva come un‘eroina da sognare, e la sognavo come una intraprendente sorella
maggiore o una zia disinibita in contrasto col monotono mondo femminile di
famiglia e di paese.
Monica
Vitti si accampò più tardi nel mio immaginario giovanile diventato più
riflessivo. Film di Antonioni come L’avventura, La notte, L’eclissi e Deserto
rosso erano la più coinvolgente rappresentazione dell‘esistenzialismo che amavo.
In quei racconti scenici mi colpivano gli ambienti stilizzati e verniciati con
i colori dell’anima, l‘inquietudine diffusa che era della società e della mia
età, soprattutto l‘interpretazione a tutto campo di Monica Vitti con la sua
sensibilità tra fierezza sovrana e femminilità indifesa, con lo sguardo
penetrante e smarrito, con la voce roca.
Mi
sembrava che in lei non ci fosse nulla di finto. Anche in ruoli non autobiografici
c‘era sempre la sua storia con i suoi drammi e la sua bravura. „Fra la mia vita
e il mio lavoro“ – mi confidò lei stessa parecchi anni dopo – „non c’è separazione.
La rappresentazione è una componente vitale della mia esistenza: dove finisce
la rappresentazione finisce anche la mia realtà. Per questo svolgo il mio
mestiere con estremo rigore e molta pulizia“. Nei miei anni universitari a
Torino nella mia funzione di conduttore di cineforum per studenti,
intellettuali e operai inserivo quasi sempre tra i classici di Fellini,
Bergmann, Truffaut e Godard anche le produzioni di Antonioni, soprattutto per
il ruolo singolare della protagonista che affascinava tutti, come una volta Anna
Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren nel clima del neorealismo da
dopoguerra.
Destino
volle che un giorno a Berlino, nel febbraio del 1984, incontrassi per una
intervista Monica Vitti in persona; la Berlinale le aveva appena conferito l’Orso
d’argento per la sua interpretazione in „Flirt“, realizzato col suo nuovo compagno
di vita Roberto Russo. Mi fissò l‘appuntamento all’Hotel Kempinski e mi accolse
in vestaglia e senza trucco all‘ora del primo caffè nella camera condivisa
anche dall’amico. Lei si accomodò a gambe incrociate al centro del grande letto
lasciandomi l’opportunità senza alternativa di sedermi al bordo. Sicuramente per
mettermi a mio agio e per smontare d’un colpo – riuscendoci - il suo idolo
nella mia testa e apparire la persona che era, spontanea e spiritosa nella sua amena
complessità.
Premise
che quel „premio“ di Berlino le era più caro di tantissimi altri prestigiosi della
sua carriera „perchè andava ad un film prodotto non da una grande casa
cinematografica, ma „in casa da due persone“. „Roberto ed io abbiamo meditato
insieme questo soggetto per quasi tre anni: poi lui ne ha diretto la realizzazione
ed io ne ho curato l’interpretazione. Per lui è il primo film, per me è
un’esperienza nuova.“ Il suo commento sul film: „È un tema che ci sta particolarmente
a cuore, tratta di pericoli e agguati nei rapporti di coppia. Noi vogliamo
aiutare uomini e donne che vivono assieme a star meglio, a non farsi
distruggere la loro esistenza e il loro amore da fattori esterni. Speriamo di
essere riusciti a mostrare come sia possibile portare una situazione negativa,
com’è la follia, verso uno sbocco positivo: nel senso che alla fine i due pazzi
innamorati sono di nuovo felici, oltre la routine e la noia.“
Per
lei, già celebre star, quel film sperimentale era come un atto d’amore per un amico
da promuovere anche professionalmente; nel corso della nostra conversazione
cercava di dargli spazio invogliandolo a completare le sue risposte. Era chiaro
che dopo l‘esperienza sentimentale con Antonioni quel nuovo amore rappresentava
per lei la chance decisiva per combinare il bisogno di amicizia protetta con
l‘esisgenza di emancipazione personale.
La
vita di Monica Vitti non è mai stata una villeggiatura, a cominciare
dall‘adolescenza con genitori difficili. „La mia vita l’ho decisa molto
presto“, mi raccontò. „Avevo 14 anni e mezzo quando ho deciso di non sposarmi e
di non avere bambini. Chissà perchè… certamente perchè volevo dimostrare a me
stessa o a mia madre o agli altri di avere un valore al di là del mio sesso. Il
fatto che fossi donna, forse nell’Italia di allora più che in quella di oggi,
voleva dire trovare un marito che ti sposa e ti mantiene, far crescere dei
bambini e basta. Già allora questa dipendenza mi appariva come una costrizione
paurosa. E così mi sono preoccupata innanzitutto di lavorare, di rendermi indipendente
rispetto all’uomo che avrei potuto scegliere. Ho evitato quindi di cadere in
una dipendenza economica o predeterminata da un contratto coniugale; ma dal
punto di vista sentimentale mi sono sempre sentita estremamente dipendente. Ho
molto bisogno di protezione: l’affetto è la condizione psicologica che mi fa
sopravvivere. La solitudine affettiva la sento come disperazione. Ma è
solitudine anche la convivenza con un amante che si trasforma in padrone.“
Sembra
strano come una donna così dipendente dagli affetti – da parte di un suo uomo,
ma anche degli amici in genere – abbia sempre cercato l’indipendenza in tutti
gli altri campi. Ma è possibile tanta determinazione già a 14 anni e mezzo?“,
le chiesi. „Credo che tra i 14 e i 20 anni si decidano tutte le cose che si
fanno poi nella vita“, mi rispose. „È l’età fondamentale, ma anche la peggiore,
la più pericolosa, la più faticosa. È un’età che… meno male che la si vive solo
una volta! Nulla è così doloroso come il dover decidere cosa fare di se
stessi.“
In
uno dei suoi libri Monica Vitti ha confessato: „Faccio l’attrice per non
morire“. A 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ma ho
capito poi che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra“:
facendo piangere e ridere gli altri. In questo senso lei ha magistralmente interpretato
tanti ruoli, dal tragico al comico, dalla leggerezza della commedia italiana
all‘intrattenimento televisivo. Ma da diva restando anti-diva. Bellissima, ma senza
occuparsi mai del lato estetico, fino a rifiutare con ostinazione un piccolo
ritocco chirurgico del naso richiesto da un regista bizzarro. Una grande
attrice emulata da celebrità come Vanessa Redgrave che ripeteva: „Volevo essere
come Monica Vitti.“ Autori e registi internazionali hanno cercato di attrarla
all’estero, ma lei, oltre a quattro film in Francia e due in Inghilterra, ha
preferito restare in Italia con la più naturale delle motivazioni: „Più si
restringe il campo e più è possibile andare in profondità ed esprimere quello
che sei.“
Maria
Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, è nata il 3 novembre 1931 a Roma, da
dove ha attraversato dentro l‘avventura esistenziale l’osannata carriera cinematografica…
fino al 1994. Da allora, colpita da una malattia degenerativa simile all’Alzheimer,
non è apparsa più in pubblico per non vivere sotto gli occhi di tutti la sua
sofferenza. Nel silenzio della casa romana, lontana dagli amici e dai
riflettori di ogni tipo, è assistita dal marito Roberto Russo in un rapporto
d‘amore mai interrotto, come da fiaba.
Nessuno
conosce il suo volto di oggi, ma è più bello e reale convivere con quello di
una volta, che è quello di sempre nel tempo implacabile. Nel mio intimo la celebro
non come una meteora infranta, ma come espressione del fascino dentro l’umano
che si trasmette sublime senza clamore. Oggi la sento ancora più vicina con
affetto e ammirazione. Con la preghiera che continui ad amare la vita senza
dover soffrire troppo.
Einstein lo percepisce relativo rispetto a velocità e
campi gravitazionali;
nel nanometrico la meccanica quantistica lo scopre
inesistente.
Le due interpretazioni sono geniali, ma nell’ambito fisico,
cosmico.
Più profonda e fondante è la dimensione esistenziale del
tempo,
sintonizzato cioè con la nostra coscienza e col
mistero della vita.
Del tempo esistenziale non esiste nella storia del
pensiero umano
analisi più logica e coinvolgente di quella di Sant’Agostino
(354-430 d.C.),
che ci consente di superare l’ottica acritica di ogni materialismo
(„materia“ è spazio-temporalità)
e di cogliere il senso dell‘eterno. mt
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Premessa (Mario Tamponi)
Cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Se Dio ha creato il mondo, chi ha
creato Dio e – in un processo all’infinito – chi ha creato il creatore del
creatore di Dio? Agostino parte da queste domande ingenue del senso comune per
giungere ad una rigorosa analisi del tempo. Se la sua riflessione di tanti
secoli fa illuminasse intellettuali e scienziati di oggi, ne risparmierebbe parecchi
da assurdità pseudofilosofiche fatte passare come sensate. Si pensi, ad
esempio, a Stephen Hawking, brillante studioso del big bang e dei buchi neri,
ma che nega Dio solo perchè ingannato anche lui dal banalissimo circolo vizioso
di Dio e dei suoi creatori. mt
AGOSTINO: Tutte le cose lodano il loro
creatore. Ma tu, o Dio, come creasti il cielo e la terra? Non certo in cielo e
in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell'aria o nell'acqua, che pure
appartengono al cielo e alla terra. Non creasti l'universo nell'universo, non esistendo
lo spazio ove crearlo prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un
elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso se non
fosse stato creato da te per crearne altri? Ed esiste qualcosa se non perché
esisti tu? Dunque tu parlasti e le cose furono create; con la tua parola le
creasti. (…) Quale magnificenza, Signore,
le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza! Essa è il principio, e
in quel principio creasti il cielo e la terra.(…)
Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti
tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre
presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno
passati. Tuinvece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni
non finiscono mai. (…)Non
ci fu dunque un tempo durante il quale non avresti fatto nulla, perché il tempo
stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, perchè tu sei
stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo.
Lezione di Agostino sul tempo
Ma cos'è il
tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga,
non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi,
non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un
tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due
quindi di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che
il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse
sempre presente senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità.
Se dunque il presente per essere tempo deve tradursi in passato, come possiamo
dire anche di esso che esiste se la ragione per cui esiste è che non esisterà?
Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto
tende a non esistere.
Eppure parliamo
di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un
tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno
futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è,
supponi, di dieci giorni prima, e breve è il futuro di dieci giorni dopo. Ma
come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro
non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo
dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. (…)
Perché questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato o
quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una
cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più e dunque non
poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire
del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla che sia stato lungo
dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel
tempo presente perché, mentre era presente, era lungo. Allora non era già
passato così da non essere; era una cosa che poteva essere lunga. Appena
passato invece cessò all'istante di essere lungo, perché cessò di essere.
Consideriamo dunque se il tempo presente può essere lungo. Cento anni
presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento
anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente; ma gli
altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il
secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo è presente, tutti gli altri sono
futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento che si supponga
presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni
non potranno essere tutti presenti.
Considera ora se almeno quell'unico che è in corso è presente. Se è in
corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se è in corso il
secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure
l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, un anno non è
presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi,
qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono
passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un
giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l'ultimo, tutti gli
altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e
futuri.
Ecco cos'è il tempo presente, l'unico che trovavamo possibile chiamare
lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per
bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è tutto presente. Le
ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la
prima di esse tutte le altre sono future, per l'ultima passate, per qualunque
delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest'unica ora
si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è
passato; quanto le resta, futuro. Solo se siconcepisce un periodo di
tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di
momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro
al passato da non avere una pur minima durata. Qualunque durata avesse,
diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna
estensione.
Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non
diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora per poter essere lungo;
bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora
futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla che possa essere lungo; se
sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad
essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con
le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.
Eppure noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro,
definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto
l'uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o
triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale
misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra
percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora
esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare
l'inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo
passare; passato, non può, perché non è.
Chi vorrà dirmi che non sonotre
i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il
passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente poiché gli altri
due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un
luogo occulto allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un
luogo occulto allorché da presente diviene passato? In verità chi predisse il
futuro dove lo vide se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è.
Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse
con l'immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun
modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato
sono.
Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non
riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma
presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche
là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non
sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già
dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate
dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i
sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo
passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine
nel tempo presente poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo
anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come
già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso di non saperlo.
So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale
meditazione è presente, mentre non lo è ancora l'atto premeditato, poiché
futuro. Solo quando l'avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare
il premeditato, allora esisterà l'atto, poiché allora non sarà futuro, ma
presente.
Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo
non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è non è futuro, ma presente, e
così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose ancora
inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni già esistenti.
Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno
predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta
già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca
qualche esempio l'innumerevole massa dei fatti. Se osservo l'aurora,
preannuncio la levata del sole. L'oggetto della mia osservazione è presente;
quello della mia predizione è futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la
sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata
senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l'aurora che
vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l'immagine
nel mio animo: queste due cose si vedono presenti per poter definire in
anticipo quell'evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora e, se non
esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta
del presente, che già esiste e si può vedere. (…)
Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto
dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto
dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente,
presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo
nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il
presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. Mi si
permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi
ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro,
secondo l'espressione abusiva entrata nell'uso. Si dica pure così: vedete, non
vi bado, non contrasto né biasimo nessuno purché si comprenda ciò che si dice:
che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente;
per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.
Ho detto poc'anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo
dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga
quanto quella; oppure, misurandola, possiamo indicare qualsiasi altro rapporto
fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo
passaggio. Se mi si chiedesse: "Come lo sai?", risponderei: "Lo
so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato
né il futuro". Il tempo presente, poi, come lo misuriamo se non ha
estensione? Lo si misura mentre passa; passato non lo si misura perché non vi
sarà nulla da misurare.
Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non
può passare che dal futuro attraverso il presente verso il passato, ossia da
ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è
più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non
parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del
genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque
misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non
è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione
inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più,
non si misura. (…) È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare
contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue
impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo.
L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo
il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano,
per produrla; è quanto misuro allorché misuro il tempo. E questo è dunque il
tempo o non è il tempo che misuro. (…)
Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come
crescerebbe il passato, che non è più, se non per l'esistenza nello spirito,
autore di questa operazione, dei tre momenti: dell'attesa, dell'attenzione e
della memoria? Così l'oggetto dell'attesa, fatto oggetto dell'attenzione, passa
nella memoria. Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già
nello spirito l'attesa del futuro. E chi nega che il passato non esiste più?
Tuttavia esiste ancora nello spirito la memoria del passato. E chi nega che il
tempo presente manca di estensione, essendo un punto che passa? Tuttavia
perdura l'attenzione, davanti alla quale corre verso la sua scomparsa ciò che
vi appare. Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è
l'attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un
lungo passato è la memoria lunga di un passato.
Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell'inizio la mia
attesa si protende verso l'intera canzone; dopo l'inizio, con i brani che vado
consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L'energia vitale
dell'azione è distesa verso la memoria per ciò che ho detto e verso l'attesa
per ciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si
traduce in passato. Via via che si compie questa azione, di tanto si abbrevia
l'attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l'attesa si esaurisce quando
l'azione è finita ed è passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per
la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per
ciascuna delle sue sillabe, come pure per un'azione più lunga, di cui la
canzone non fosse che una particella; per l'intera vita dell'uomo, di cui sono
parti tutte le azioni dell'uomo; e infine per l'intera storia dei figli
degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini. (…)
Appena
varcato il portone di casa dopo la mezzanotte, due individui sbucati dal buio mi
sbarrano il passo nel secondo androne che dà sul cortile, mi spruzzano qualcosa
di acido in faccia e mi si avventano rabbiosi. L’aggressione a sorpresa non mi
consente di capire e di osservare. Non penso neppure di dovermi difendere e mi
accascio sotto il primo scossone e poi sotto la furia di pugni e calci,
fulminanti come scariche. Non mi balena l’idea di urlare per invocare soccorso;
non ne avrei la forza, non ne sento neppure il bisogno perché tutto appare
surreale. Soffoco un ruggito in un lamento opaco, utile a lenire il dolore e
l’umiliazione. Non misuro la durata del pestaggio, nella nebbia mentale non avverto
degli aggressori neppure la fuga. Non intendevano eliminarmi, semmai darmi una
lezione… incomprensibile.
Barcollante mi trascino attraverso il
cortile e risalgo le scale contorcendomi gradino dopo gradino; al primo piano premo
il campanello col gomito sinistro. Tengo il braccio destro penzoloni; cercando
di sollevarlo mi sorprende vederlo curvarsi ad arco con fitte allucinanti. Mio
figlio che impreca furibondo ”me l’aspettavo, me l’aspettavo!” e mia moglie che
mi viene incontro in vestaglia da notte mi strappano al fatale indistinto. Mi rispecchio
nella loro agitazione e mi ritrovo livido, sanguinante; sfinito mi rannicchio
sulla prima poltrona. L’abbraccio protettivo del giovane e la supplica della
donna a non venirgli meno nel sonno mi sconvolgono con dolcezza infinita. Mi riaffiorano
nell’anima le coordinate di casa.
Il via vai successivo di poliziotti con le
loro domande, dei curiosi attorno all’ambulanza in partenza, degli infermieri
solerti al pronto soccorso dell’ospedale e in radiologia si snoda sfocato nel
mio dormiveglia. Quando il primario mi sussurra di dovermi operare all’avambraccio
stritolato mi lusinga l’opportunità di potermi concedere al sonno; sul lettino
dell’anticamera operatoria mi congedo dai miei augurandogli la buona notte. Non
mi preoccupa il rischio di paralisi della mano destra nel mio lavoro di
giornalista. Mi affretto a un sommario esame di coscienza e nell’eventualità
che il riposo coincida con l’aldilà raccomando l’anima al suo clemente signore.
In chirurgia il tempo non esiste. Penso al
dono dell’ubiquità quando risvegliandomi lentamente mi ritrovo sotto le coperte
in una stanza estranea con altri due pazienti, uno loquace ed estroverso, l'altro
delirante per sofferenza o esibizionismo. Pian piano si localizza il formicolio
dentro il braccio fasciato, il dolore delle costole rotte che non mi consentono
di girarmi e tossire. Mi rassegno a convivere con la faccia tumefatta come se
fosse quella di sempre… che è ben poca cosa di fronte all’ondata di premure,
alla vicinanza di familiari ed amici, alle telefonate e ai messaggi di tanti
che nello stress dell’ultimo periodo ho perso di vista, ai fiori e ai regalini sul
comodino. Mi sento disarmato, ogni parola o gesto di affetto mi commuove; un
medico mi spiega che è colpa degli ormoni messi in circolazione da fratture e
contusioni. Ma le lacrime anche nel pudore sono spesso liberatorie.
L’alto commissario di polizia con
assistenti, versione in carne ed ossa di Derrick e Colombo, mi fa sentire
protagonista di un giallo avvincente con intreccio internazionale: è un tipo
razionale e tranquillo, avido di dettagli che cerca di strapparmi con quesiti
incalzanti. Da specialisti fa esaminare i frammenti degli occhiali e le
impronte sui vestiti. Cronisti e fotoreporter che filtrano attraverso uno
sbarramento di severo controllo mi raggiungono in camera per documentarsi e presentarmi
poi sui giornali come “vittima di mafia”. Sull'ipotesi che gli aggressori siano
killer e il piano premeditato sono tutti concordi; i più per intuito convergono
anche sui possibili mandanti per interesse o vendetta. Tra gli amici che si
avvicendano accanto al lettino si insinua camuffato qualche depitastore di
indagini e congetture, che tollero per non essere sgarbato. Per me la ricostruzione
del caso è quasi ovvia: mi basta ripercorrere gli eventi più recenti e ostili,
avvertimenti palesi e minacce anonime. Sempre la stessa storia: ogni minimo
successo, reale o presunto, riaccende l’invidia e le nevrosi dei soliti ignoti.
Li annovero tra i vili, ma senza odiarli, semmai con un pò di rabbia e di pena.
Si tende a credere che quando si è
costretti a convivere con le tragedie e la fragilità sia quasi automatico
rifugiarsi in Dio. E invece ci si può anche lasciar stordire dagli acciacchi e
dalle banalità; è anche possibile che la voglia di riprendere la vita interrotta
prevalga sul bisogno di regolare le faccende dello spirito. Nella cappella
deserta dell’ospedale mi raccolgo con un inedito senso di vuoto, fino a credere
che Dio non sia sempre una fatalità o una fuga di comodo, semmai una conquista
di coraggio, l’interlocutore di una preghiera anche controvoglia e senza conforto.
Lasciando la clinica dopo qualche
settimana riprendo la vita ordinaria di giornalismo e relazioni. Continua la
solidarietà di amici, collaboratori e conoscenti, l’attenzione premurosa di
giornali e istituzioni; ma riprendono anche le dichiarazioni di ostilità di
altri invisibili. Apprendo che qualche pennivendolo avrebbe fatto passare
l’aggressione subìta come un regolamento di conti, praticamente per collocarmi
nel torbido sociale. C’è chi in certi ambienti italiani tra lettori sprovveduti
e senza conoscenza del tedesco avrebbe diffuso ad arte copie di giornali con
foto che mi ritraggono malconcio all’ospedale per indurre al sospetto che
potrei essere stato io il mandante dei miei killer.
C’è chi mi chiama al telefono per dirsi
offeso da articoli tedeschi sulla vicenda presentata come mafiosa perché
sporcherebbe l’immagine del nostro paese, e pretende, a nome di non so chi, un
mio intervento autorevole presso le redazioni berlinesi per dichiarare che “la
mafia non esiste”. E c’è chi continua a turbare la mia quiete con le solite lettere
e telefonate sibilline. Per fortuna gli amici del ministero tedesco degli
interni, che pare capiscono più di quanto rivelino, mi proteggono con assidua simpatia
e mi supplicano di non mollare.
La violenza fisica è limitata nel tempo e
provoca solidarietà; quella psicologica invece, la calunnia, opera nel viscido
e attizza l’animosità di un branco che si crede vincente e tende a espandersi come
terra bruciata. Gli autori della calunnia programmata con i loro complici e il
relativo contorno di manovalanza circolano a piede libero, mascherati da facce
perbene e dai loro discorsi sui principi dell’onestà. Si avvantaggiano spesso
delle false testimonianze dei più audaci, persino della compiacenza di qualche
funzionaro corrotto. Per smascherarli ci vorrebbe proprio l’indagine di
ispettori raffinati come quelli della finzione cinematografica… che non
esistono.
Da allora sono passati quasi 30 anni. Come
qualche altra vicenda, anche questa si è ormai spenta nella nebbia, che aiuta a
indicare sempre meno le debolezze altrui e a confonderle con le proprie. Aiuta a
ignorare le cicatrici rimaste e a perdonare. Eppure sarebbe utile poter
rivedere nel film del passato anche le aggressioni di una volta assieme ai loro
autori, nella loro ottica, per comprendere meglio la psicologia umana quando si
fa contorta. Sarebbe bello per riconciliarsi col sorriso e cantare insieme un
inno alla vita, che comunque è un’avventura fantastica e scorre veloce.
Già da un pezzo gli altoparlanti delle varie sale del traghetto annunciano
che “siamo in arrivo”. Nella morsa della fiumana dei passeggeri aspetto
impaziente l’apertura delle porte ermetiche sulle scale mobili che portano giù sul
molo del porto di Olbia. Per battere la noia con lo sguardo inadagatore passo
in rassegna i miei compagni di viaggio dalle facce inebetite dopo una notte più
o meno insonne su poltrone scomode allineate verso pareti grigie o sui divani gratis
del bar accanto ai propri fagotti, pochi in cabina con cuccetta. Sembrano
detenuti sorvegliati da guardie invisibili e destinati ad una qualche colonia
penale. Lo fanno pensare l’aria malinconica e l’abbigliamento diverso nei
colori, ma uguale nella grossolanità protettiva. Mi immedesimo nella loro
condizione e recito la mia parte, anche se da osservatore mi convinco di essere
una fortunata mosca bianca che può posarsi ogni tanto alla debita distanza.
Eppure quei presunti
detenuti sono simili a tutti gli altri individui, non galeotti, che popolano il
nostro mondo. Dov’è la differenza? E se differenza non c’è, perchè i cittadini
ordinari possono godersi il sole, la famiglia e gli amici, mentre questi poveracci
sono costretti all’isolamento carcerario? La vita appare bizzarra, arbitraria
nel decidere la libertà degli uni e la segregazione degli altri. Si obietta che
gli uni sono buoni e gli altri malvagi e pericolosi. Strano, come si fa a
capirlo se il corpo, che non è trasparente, non vi lascia intravedere dentro
un’anima candida o una torbida? Nei miei sfortunati compagni di viaggio cerco
ansioso indizi lombrosiani come nasi adunchi, zigomi affilati, occhi perfidi o
gobbe precoci, ma non mi sembra di scorgervi tratti somatici particolari
rispetto alla maggioranza a piede libero.
Probabilmente non avrei
bisogno di prove se quei volti mi fossero noti come di familiari, vicini di
casa o colleghi di lavoro. In tal caso potrei giurare sulla loro innocenza con
la mano sul vivo della fiamma ossidrica; quelli lì invece li vedo per la prima
volta, insondabili nel loro smarrito silenzio. Nel mucchio ci sono anche
signore e signorine di diversa età e, a giudicare dai dettagli, di ogni ceto
sociale. Ma sembra che le donne per il fatto di esserlo siano esenti da delitti
e castighi, strano. Quell’unico traghetto che trasporta maschi e femmine consente
l’inevitabile promiscuità, ma all’arrivo ci dovrà pur essere la separazione dei
sessi… altrimenti che castigo sarebbe? Il prodigio delle porte che finalmente
si spalancano diffonde una ventata di aria salmastra per liberare me dalla
stretta delle travagliate congetture e tutti gli altri dall’asfissia della
calca.
Scendendo tra garbate
spintarelle continuo a non vedere le guardie carcerarie, ma devono pur esserci perchè
i prigionieri procedono in ordinate file parallele e toccando terra non si
confondono con la gente di Olbia che affolla il molo e scorrazza in ordine
sparso nella direzione che ognuno crede. Nonostante la curiosità mi è difficile
seguirli per indagare su come e quali pullman saliranno verso chissà quale
penitenziario con aria razionata, con celle d’isolamento e forse di tortura; è
noto che l’Isola dispone di carceri superprotette come quella celebre sugli
scogli dell’Asinara. Forse proprio ora dovrei stargli dietro per convincermi
dello zelo delle guardie perchè i mascalzoni da rinchiudere non si disperdano nella
società degli onesti. Se le guardie sono ancora invisibili, io mi tocco e mi
sento corporeo. Anche per questo mi defilo lento con passi felpati per paura
che vedendomi mi obblighino a rientrare nel gregge. Al riparo di una sgangherata
cabina telefonica all’aperto cerco di far mente locale sulla strada da prendere
verso la vita dei più e la mia concreta destinazione.
Mi sorprende d’un tratto
l’idea d’aver fatto la traversata senza vedere il mare, senza averne coscienza.
Ieri sera, forse come tutti gli altri, non l’ho intravisto neppure quando dal
porto d’imbarco di Civitavecchia ho imboccato le scale mobili verso gli interni
del traghetto; la mole della nave sotto strati di vernice penetrante e
l’agitato viavai dei passeggeri coprivano ogni spiraglio sull’acqua e sulla possibile
luna che certamente vi si sarebbe voluta specchiare. Arrivato in alto, sulla
scia degli altri ho attraversato corridoi e saloni alla ricerca del bar e del
posto più comodo ed economico dove passare la notte. Per il fastidio della
brezza nessuno sembrava interessato ad affacciarsi sul ponte, nessuno si
degnava di guardare attraverso gli opachi finestroni dei saloni o i minuscoli
oblò delle cabine, anche perchè nel buio serale le poche luci del porto si
confondevano con quelle abbaglianti della nave. Più intrigante dell’ipotetico
panorama marino era il profumo del fritto di calamari e delle grigliate di
pesce dal ristorante di bordo; e dal bar il rumore familiare delle macchine da
caffè e cappuccino sotto gli enormi monitor sintonizzati su diversi canali televisivi
a volume assordante.
Ma siamo stati veramente su
una nave? – mi chiedo ora. Abbiamo veramente attraversato un buon tratto del
Tirreno denso e profondo, con le onde che si infrangono carezzevoli sui bordi
della nave ritmandone il percorso, con gli spettacoli suggestivi che nell’oscurità
variano con la luce che via via si spegne nelle stelle, con gli sciami silenziosi
di pesci multiformi che animano le profondità sotto lo specchio lunare delle
acque? Forse è stato un gioco di magìa: entri in un ambiente, in una sagoma di
imbarcazione, e dopo un pò di tempo, le ore necessarie perchè l’illusionismo diventi
credibile, ne esci e pensi di trovarti altrove. Finti potrebbero essere stati anche
il rombo dei motori nelle presunte manovre di sgancio e di attracco, gli
scossoni sulle banchine dei due porti, il frastuono delle catene metalliche, le
urla dei marinai attorniati da mozzi muscolosi. È tutto possibile. Una suggestione
magica, cara quanto un viaggio vero, ma se il risultato è o sembra essere lo
stesso è giusto pagarne il biglietto. C’è persino da dubitare che il mare di
quella notte fosse reale e le stelle più di un virtuale dettaglio ornamentale.
Dalla cabina telefonica
raggiungo il bar della stazione marittima per un secondo cappuccino con cornetto;
accovacciato sul tavolinetto cerco di riprendermi dal mio frammentato riposo
notturno nel frastuono televisivo della nave. Ma nel dormiveglia di ora avverto
di aver perso di vista i detenuti della comune traversata, anzi di averne
smarrito persino il ricordo. La scena mia e collettiva se la ruba d’un colpo il
penetrante ticchettio cadenzato di una signora slanciata che attraversa l’ampio
salone del bar da un’estremità all’altra. Calza scarpe a spillo dall’effetto
implacabile. Finchè dura è la colonna sonora di tutti i presenti che vi si
sintonizzano al meglio per scaricarvi ansia e tensione. Per alcuni è
insopportabile inquinamento acustico, per altri diventa musica tamburellata che
dai tacchi rimanda verso l’audace minigonna della donna.
Fissandola negli occhi vi
riconosco la commessa della boutique di stanotte nel corridoio tra il bar e il
ristorante del traghetto. In quel negozietto c’era un pò di tutto, souvenir,
specialità sarde, elettronica, soprattutto moda; ma era deserto anche nell’ora
di punta. Strana la missione della donna: salire sulla nave, credere di solcare
il mare nell’attesa di clienti fantasma fino a notte fonda; e all’alba scendere,
inondare il bar del porto del proprio ticchettio, scomparire poi per l’intera
giornata e al calar della sera risalire sulla nave per il medesimo viaggio,
attendere un pubblico che non c’è e che forse non esiste. Ma la sua sorte non
dovrebbe essere diversa da quella di tante commesse di tante boutique di moda e
gioielleria esclusiva delle nostre metropoli: aspettano, aspettano e aspettano
con la rara chance che la vita si riempia di senso. Anche la donna del
traghetto aspetta e aspetta… ma lei almeno sogna di attraversare il mare.
Il
futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei
giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola,
della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non
può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino
soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio.
Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere
fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le
nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai
l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e
a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col
bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica
del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli
attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui
vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del
resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali
della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia
che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.
Ridurre la pubblicità
La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente
la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del
resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la
pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno
e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene
mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano
ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La
riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del
fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva
metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto
Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e
nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi
la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare
ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva
denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante
altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione
permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di
ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la
ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano
l’ennesima interruzione con liturgica solennità.
Se a
fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla
pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno
un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il
ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le
condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola
apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una
squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.
Pubblicità
occulta
La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni
pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono
nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di
mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella
confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe
concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente
controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e
disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per
raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate
pubblicitarie che ostentanol’impegno
politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da
metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover
finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.
Pubblicità
interna
Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare
ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che
talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che
dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di
trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane
prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente
determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla
manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni
commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a
piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già
sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta
il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere
lasciato in pace.
Oltre
gli indici di ascolto
È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo
vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e
valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni
offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero
obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle
condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da
trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con
quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento
pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È
necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e
concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si
potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di
produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad
una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista
o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di
intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili
a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie,
dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con
strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo
contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si
potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più
lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.
Servizio
come vocazione
La televisione pubblica dovrebbe onorare il
professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da
concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia
anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni
anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più
importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in
montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva.
Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai”
verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col
bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente
meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori
si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della
casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro
di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma
questa prassi non gli rassomiglia?
Salotti
pettegoli
La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi
salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di
personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni,
senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per
manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che
riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti
chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe
disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come
tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per
vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada
e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o
sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di
velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione.
Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di
telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente
diffamazione e calunnia.
Delitti
per gialli interattivi
La civetteria da cronaca nera è devastante quando si
occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a
trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si
sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e
investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità
emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad
aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni
specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione
della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore
coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a
puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore
delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno
di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe
un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood
o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque
riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se
la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.
Telegionali
meno provinciali
I telegiornali dovrebbero superare il taglio
provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo
spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca
nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si
dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali
di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire
meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le
notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è
dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei
corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa
aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di
sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio
che aprono sul paese e sul mondo.
La
politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno
sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta
con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti.
Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col
bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare
ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente
più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti
intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero
fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente
senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non
con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo
scontro degenera in insulti violenti.
Conduttori
da bandierina
Quanto ai programmi di approfondimento e
dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori
neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar
intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica
o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni
conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta
di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio
credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore
però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la
facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo
comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore
risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia
ristretta di amici.
Nella
televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di
ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati
dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente
lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.
Talk
show
Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di
televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi
comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche
la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che
mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e
apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi
padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti
stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate
perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso
perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il
pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di
civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici
incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito
televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero
ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni
altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai
telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari
nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i
propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria
testa.
Approfondimento
scientifico
Nei programmi di approfondimento scientifico la
televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi
– parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su
semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della
scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le
avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra
esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da
consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di
tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime
e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della
consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese!
Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie,
privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile
informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e
gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso
superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.
Riflessione
filosofica
È necessario che la televisione pubblica
fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla
filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire
le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe
sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La
filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per
addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i
boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico
social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con
accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno
comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei
compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del
banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere,
col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e
dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente
nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai
mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente
interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa
riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che
è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella
televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria
rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe
colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.
Promozione,
ad esempio col Giro d‘Italia
L’Italia è oggi un paese in crisi
profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che
il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra
gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche
di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La
televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di
cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto
di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano.
Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno
apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi
campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza.
Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per
rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in
bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura,
da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di
immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale
della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca
di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie
all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione
e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori
registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così
aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al
mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così
sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma
motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti
pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e
avvincente.
Promozione,
ad esempio con Sanremo
Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La
televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro
mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio
decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più
popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere
come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da
sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e
contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire
Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano,
Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo
oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione
straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e
produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli
concreti da suggerire.