Sonntag, 28. Juni 2020

Una RAI da riformare.


Una RAI da riformare

Spunti per una televisione innovativa
di comunicazione, formazione e promozione

Il futuro di un popolo e di una nazione dipende principalmente da quello dei giovani, e questo dalla capacità educativa e formativa della famiglia, della scuola, della comunicazione sociale, anche televisiva. Una buona televisione pubblica non può emergere da parametri puramente quantitativi e commerciali che mirino soprattutto a indici di ascolto, a introiti pubblicitari, ad attivi di bilancio. Accanto all’affermarsi dei social la televisione continua ad essere fondamentale, ma solo se è capace di sviluppare un rapporto creativo con le nuove tecnologie senza seguirne l’andazzo delle mode. Oggi più che mai l’amministrazione televisiva dovrebbe essere affidata ad abili professionisti e a colti umanisti che sappiano coniugare l’interattività multimediale col bisogno diffuso di conoscenza e dialogo – che è l’esatto contrario della logica del profitto, del consumismo e della relativa manipolazione mentale.
Gli attuali responsabili non hanno motivo di prendesela per i rilievi che qui vorremmo esprimere. Si tratta di proposte, impegnative ma praticabili. Del resto parecchie delle odierne carenze televisive riflettono quelle più generali della politica e della società, che però la televisione pubblica – con l’autonomia che le spetta – avrebbe il compito di non assecondare.

Ridurre la pubblicità

La televisione pubblica dovrebbe innanzitutto ridurre drasticamente la pubblicità commerciale ed escluderla interamente nelle ore serali, come del resto avviene in Germania e in qualche altro paese europeo. In Italia la pubblicità è oggi paranoicamente invadente e ripetitiva in ogni ora del giorno e della notte; lo è ben oltre i limiti della sopportazione e dell’igiene mentale. Pare che la cultura, l’informazione e lo svago del piccolo schermo siano ormai diventati quasi contenitori di mercato, quanto più tanto meglio. La riduzione pubblicitaria andrebbe effettuata non solo per risparmiarci del fastidio delle interruzioni continue, ma anche per preservarci dalla progressiva metamorfosi da soggetti pensanti in consumatori felici. Una volta il compianto Carosello si limitava a pochi messaggi commerciali dentro una scatola chiusa e nello stile di una piacevole teatralità per adulti e bambini. Senza scatola poi la pubblicità è diventata fiume in piena, sempre pronto a straripare e inondare ogni campo. Già nei lontani anni sessanta e settanta la minaccia veniva denunciata con preoccupazione da Pasolini, Moravia, Fellini, Visconti e tante altre colonne della nostra cultura classica e popolare. Oggi l’inondazione permanente convive con la beata rassegnazione di chi la subisce e l’atrofia di ogni istinto di protesta. È diventata persino il vanto dei conduttori che la ostentano come espressione del successo dei loro programmi e annunciano l’ennesima interruzione con liturgica solennità. 
Se a fronte dei costi televisivi e delle casse vuote dello Stato rinunciare alla pubblicità può sembrare utopia, per la televisione pubblica sarebbe possibile almeno un compromesso: dimezzare la durata degli spot raddoppiandone le tariffe. Il ricavato sarebbe lo stesso e l’effetto pubblicitario persino maggiore date le condizioni di minore intasamento e asfissia. In parecchi casi la sola apparizione del nome di un prodotto o di una ditta, come sulle maglie di una squadra di calcio, sarebbe più elegante e vantaggiosa di un barboso sproloquio.

Pubblicità occulta

La televisione pubblica dovrebbe escludere comunque ogni pubblicità occulta e indiretta. Oggi agli spot commerciali che sul più bello irrompono nei programmi partecipano spesso gli stessi conduttori che cercano di mimetizzarsi in banditori eloquenti col disastroso effetto di consolidare nella confusione mentale del pubblico l’identità di cultura e mercato. Non si dovrebbe concedere spazio pubblicitario a enti o associazioni non verificabili o non espressamente controllati, che magari con l’abuso di immagini di donne e bambini denutriti e disastrati si appellano da buoni samaritani alla generosità della gente per raccolte di fondi. Ministeri ed enti pubblici dovrebbero astenersi da trovate pubblicitarie che ostentano l’impegno politico dei rispettivi partiti o elogiano l’ovvietà, come quella dell’energia da metano o da petrolio del nostro consumo quotidiano; è oltretutto sfacciato dover finanziare molestie contro di noi con i nostri soldi.

Pubblicità interna

Per arginare l’alluvione di cui sopra si dovrebbe cominciare ad abolire la pubblicità narcisistica della stessa azienda televisiva, che talvolta si esprime con qualche slogan retorico sul servizio pubblico, ma che dilaga soprattutto con la ripetizione martellante degli annunci romanzati di trasmissioni in programma; alcuni di questi appaiono già parecchie settimane prima fino all’ora zero. E poi ci si meraviglia del loro successo di ascolto, presumibilmente determinato non tanto dalla straordinarietà del prodotto, quanto dalla manipolazione psicologica del pubblico. In realtà si tratta di astute operazioni commerciali, nel senso che l’attesa e l’interesse così creati ampliano a piacere bacini pubblicitari che producono profitto. Per gli utenti è già sufficiente che tutta la programmazione sia facilmente accessibile a chiunque senta il bisogno di consultarla, il diritto di scegliere liberamente e di essere lasciato in pace.

Oltre gli indici di ascolto

È urgente che la televisione pubblica esca dal circolo vizioso degli indici di ascolto e gradimento, di per sè addomesticabili, e valuti con strumenti più adeguati la qualità informativa e culturale di ogni offerta per una programmazione a misura d’uomo. Gli attuali gestori televisivi potrebbero obiettare che con gli attivi e con le modalità per raggiungerli ci si pone nelle condizioni di produrre di più e meglio, come sceneggiati e spettacoli da trasmettere e vendere. Ma questa logica mercantile non sempre è compatibile con quella del servizio, che in casi di necessità dovrebbe prevedere un diretto investimento pubblico o giustificare un aumento sostenibile del canone.
È necessario che la televisione pubblica guarisca dall’istinto di imitare e concorrere con quella privata con finalità e modalità diverse. Spesso si potrebbe creare un ottimo servizio pubblico anche risparmiando sui costi di produzione. È possibile rinunciare ad un eccessivo perfezionismo formale, come ad una infinità di tecnici e autori a sostegno di un solo conduttore per qualche intervista o chiacchierata. Per sfoltire la squadra basterebbe un giornalista colto e di intuito artigianale. Tantissimi documentari o inchieste di gran pregio, disponibili a basso prezzo sul mercato mondiale, potrebbero sostituire certe produzioni proprie, dispendiose soprattutto quando si tratta di costruirle dal nulla e con strumenti carenti. È quello che fa, ad esempio, Superquark di Piero Angela inserendo contributi esterni nei primi tre quarti d’ora di ogni sua puntata. Lo si potrebbe fare spesso anche senza uno specifico contenitore, per tempi più lunghi da prima serata. Senza complessi d’inferiorità.

Servizio come vocazione

La televisione pubblica dovrebbe onorare il professionismo dei propri collaboratori, ma non con superstipendi da star o da concorrenza privata; si suppone che chi lavora per il servizio pubblico ne abbia anche la vocazione. Non si dovrebbero neppure concedere privilegi particolari. Ogni anno, ad esempio, è prassi sospendere da giugno a settembre le trasmissioni più importanti; con ciò si mette a digiuno forzato l’utenza, non tutta al mare o in montagna, e che neppure in estate vorrebbe rinunciare alla compagnia televisiva. Una vacanza estiva così lunga è forse tipica della generosità di “mamma Rai” verso i suoi figli. Ma vi si nasconde anche il solito calcolo commerciale: col bel tempo l’ascolto generale si riduce fino a rendere le trasmissioni pubblicitariamente meno appetibili. Un altro privilegio, piccolo ma vistoso: certi conduttori e operatori si concedono il lusso di girovagare tra le redazioni dei vari programmi della casa comune per farsi intervistare sul proprio ultimo libro o su qualcos’altro di personale. In politica si parla tanto di abuso o conflitto di interessi… ma questa prassi non gli rassomiglia?

Salotti pettegoli

La televisione pubblica dovrebbe abolire o rivedere i suoi salotti da pettegolezzo su cronaca rosa e nera, sulla vita privata di personaggi più o meno pubblici; li si squadra talvolta con curiosità da guardoni, senza riguardo alla riservatezza dovuta ad ogni cittadino, anche a quelli che per manìa di protagonismo amano essere chiacchierati. I pochi salotti che riuscirebbero a superare la selezione dovrebbero perlomeno essere sfoltiti da tanti chiacchieroni come psicologi, criminologi, star in pensione, casalinghe disoccupate, moralisti e buonisti, sempre gli stessi, accreditati come tuttologi raffinati e amati anche dal pubblico come membri ormai di famiglia. Per vicende di cronaca più brutta, come criminalità comune, prostituzione di strada e perversioni di vario genere, si dovrebbero escludere immagini morbose o sanguinarie, utili per l’effetto e che ipocritamente si crede soltanto di velare con foglie di fico, smorfie da falso pudore e toni di civile indignazione. Delle persone chiacchierate si dovrebbe comunque vietare la pubblicazione di telefonate private o di corrispondenza personale, che fuori contesto diventano facilmente diffamazione e calunnia.

Delitti per gialli interattivi

La civetteria da cronaca nera è devastante quando si occupa di delitti efferati e oscuri, che la tecnica televisiva si diverte a trasformare in gialli avvincenti per l’intera nazione. Ogni telespettatore si sente chiamato a offrire un contributo nelle vesti di commissario e investigatore, a rivolgere il proprio intuito logico e la propria sensibilità emotiva ai dettagli del caso, che persino i telegiornali provvedono ad aggiornare. Ma il vero sostegno investigativo lo si attinge dalle trasmissioni specifiche diurne e serali con una moltitudine di esperti per la controversa ricostruzione della dinamica e dei luoghi del delitto su modellini in scala. Il telespettatore coinvolto non crede di concedersi allo svago come in un infinito sceneggiato a puntate, ma di donarsi alla scoperta minuziosa del male criminale a favore delle sue vittime innocenti. Dal punto di vista dell’azienda televisiva ognuno di questi delitti fortunati è come manna dal cielo rispetto a quanto costerebbe un colossal con effetti analoghi – e pur sempre finto – costruito ad Hollywood o nella Cinecittà di una volta. Su questo cinismo di tendenza va comunque riconosciuto alla RAI degli ultimi anni una certa svolta in positivo, anche se la tentazione di una ricaduta sembra resti in agguato.  

Telegionali meno provinciali

I telegiornali dovrebbero superare il taglio provinciale e casalingo che tuttora li caratterizza. È inaccettabile che troppo spesso si piazzino in testa vicende di per sè marginali come fatti di cronaca nera-rosa di impatto emotivo o aspetti spettacolarizzati di politica nostrana. Si dovrebbe invece dare il dovuto rilievo da copertina ad importanti eventi internazionali di politica, economia e altro, oltretutto necessari per contestualizzare e capire meglio quelli nazionali. E nell’ambito nazionale prioritarie dovrebbero essere le notizie di svolta, non quelle risapute e ricondite in tutte le salse. Non è dignitoso incentivare l’insulso protagonismo di leader da inseguire nei corridoi di palazzo, da spiare nelle emozioni private e da documentare in certa aria fritta. I racconti e le analisi dei telegiornali, proprio perchè di sintesi, dovrebbero ispirarsi alla logica e alla sobrietà per non falsare lo spiraglio che aprono sul paese e sul mondo.
La politica nazionale i telegiornali dovrebbero riferirla e commentarla in uno sciolto stile giornalistico, certamente non nella forma di una zuppa indigesta con le versioni propagandistiche cantilenate da portavoci dei diversi partiti. Il pluralismo è doveroso, ma il sistema di misurare la par condicio col bilancino da farmacista e sotto le pistole puntate dei vari censori appare ridicolo. Il modello televisivo tedesco dimostra che è possibile e generalmente più stimolante presentare l’informazione politica nel chiaroscuro di giornalisti intelligenti senza distintivo o retorica di partito, come in Italia potrebbero fare autorevolmente osservatori alla Indro Montanelli o alla Sergio Zavoli. Ovviamente senza escludere duelli vivaci tra protagonisti, ma con argomenti credibili, non con formule televisive ad effetto, brevi quanto vuote. Ancor peggio quando lo scontro degenera in insulti violenti.

Conduttori da bandierina

Quanto ai programmi di approfondimento e dibattito, pur premettendo che non esistono nè sono auspicabili conduttori neutri, questi però non dovrebbero professare preliminarmente o lasciar intravedere vistosamente, come spesso accade, la propria appartenenza partitica o ideologica, del tutto inadeguata al ruolo di coordinatori e mediatori. Alcuni conduttori tengono a premettere e ribadire anche il proprio ateismo come scelta di emancipazione mentale. Pur riconoscendo il diritto di ognuno al proprio credo e quello dell’azienda televisiva ad una squadra variopinta, un moderatore però che ponga come preliminare un‘etichetta senza averne il compito o la facoltà di argomentarla è come se orientasse su una bandierina o un luogo comune i dibattiti che è chiamato a coordinare. Ancor peggio se quel conduttore risulta poi predestinato ad una serie infinita di puntate con una cerchia ristretta di amici.
Nella televisione in genere sarebbe salutare rinnovare periodicamente le facce di ospiti, commentatori ed esperti. In Italia i personaggi pensanti ma ignorati dal piccolo schermo sono tanti; la loro valorizzazione amplierebbe enormemente lo spettro della pubblica conoscenza e riflessione.

Talk show

Quanto ai talk show politici, nel comune interesse di televisione e partiti si dovrebbe limitare la partecipazione di certi comprimari che tendono ad esprimersi su tutto con slogan da schieramento. Da ridimensionare anche la presenza, oggi costante, di direttori ed editorialisti di giornali, più che mai interessati alla propaganda delle proprie testate, certamente esperti e apparentemente liberi, in realtà paladini degli interessi dei rispettivi padroni. Sarebbe comunque opportuno escludere esibizionisti stravaganti già noti per l’aggressività e la maleducazione, talvolta inscenate perchè stranamente vincenti. Il pubblico in studio poi dovrebbe di regola astenersi dall’applauso perchè la sua composizione non è casuale e quindi non può essere rappresentativa.
Il pubblico televisivo dovrebbe essere educato ad un elementare principio di civiltà, quello di non prendere sul serio e non premiare elettoralmente politici incapaci di rispettare gli avversari diversamente pensanti. In un dibattito televisivo i politici che presumono di avere sempre ragione non si dovrebbero ammirare più di quelli – rarissimi – disposti ad ascoltare anche le ragioni altrui e a condividerne almeno qualcuna, prima non sufficientemente vagliata. Ai telespettatori dovrebbe essere chiaro che il politico che vede negli avversari nemici da denigrare e distruggere non sarà in grado di rispettare neppure i propri elettori quando questi dovessero cominciare a pensare con la propria testa.

Approfondimento scientifico

Nei programmi di approfondimento scientifico la televisione pubblica dovrebbe coinvolgere scienziati veri e ricercatori attivi – parecchi sono anche bravi comunicatori! – invece di ripiegare quasi solo su semplici divulgatori sostenuti da autori e assistenti. Vivere l’evolversi della scienza nella mente e nel cuore dei suoi artefici sarebbe come interiorizzare le avventure tra le più affascinanti che ci accompagnano negli anni. La nostra esistenza si arricchirebbe di emozioni da brivido, non solo di quelle da consumo quotidiano usa e getta. Va tuttavia riconosciuto alla RAI il pregio di tanti documentari scientifici archiviati e trasmessi nel canale Scuola. Ottime e utili anche alcune trasmissioni medico-sanitarie che si avvalgono della consulenza di specialisti a rotazione dalle migliori cliniche del paese! Andrebbero invece ridotti i tempi e il numero delle rubriche culinarie, privilegiando quelle di igiene alimentare e di cultura contadina nello stile informativo di Geo. Bisognerebbe abolire del tutto le consulenze astrologiche e gli oroscopi, apparentemente innocui e invece troppo indulgenti verso superstizioni svianti, talvolta anche affaristiche.

Riflessione filosofica

È necessario che la televisione pubblica fondi sulla riflessione filosofica il discorso sul proprio ruolo. Alla filosofia potrebbe destinare anche qualche programma che ci aiuti a riscoprire le coordinate del nostro umanesimo, della nostra profonda identità etico-culturale.
Potrebbe sembrare un obiettivo elitario; è invece un compito eminentemente popolare. La filosofia non è qualcosa di astratto che si esprima in formule bizantine per addetti ai lavori o in giochi di parole da presumere razionali. Gli eruditi e i boriosi, anche se accademicamente titolati, sono filosofi finti… e sul palcoscenico social-televisivo di oggi purtroppo ce ne sono tanti a sentenziare su tutto con accenti sguaiati e a confondere le idee dei più. I filosofi veri invece sanno comunicare con la gente anche semplice e stimolarla al più elementare dei compiti nella vita: quello di oltrepassare la sfera delle apparenze e del banale per confrontarsi ciascuno con la propria coscienza e col mistero dell‘esistere, col proprio destino e con i compagni di viaggio, col senso del tempo e dell’eterno, col bisogno di crescere in sapere e sapienza, di operare seriamente nella società e nella politica, nella comunicazione della parola, metafora dai mille risvolti che apre al sublime. La parola, che sempre dovrebbe essere rispettosamente interpretata e mai profanata, è del resto un soggetto specificamente televisivo.
In questa riflessione potrebbe esserci di aiuto un Socrate con la magia del dialogo, che è antico e attuale come non mai. Basterebbero pochi socratici veri nella televisione di oggi a promuovere all‘interno e all’esterno la necessaria rivoluzione umanistica. Soprattutto qui la televisione pubblica potrebbe colmare molte delle carenze della nostra scuola, purtroppo in preoccupante declino.

Promozione, ad esempio col Giro d‘Italia

L’Italia è oggi un paese in crisi profonda. Eppure dispone di un singolare patrimonio artistico e paesaggistico che il mondo ama e che anche inconsapevolmente ispira la creatività della nostra gente. Basterebbe riscoprirlo e valorizzarlo per risolvere tanti problemi anche di ripresa economica, di coesione sociale, di identità culturale e di futuro. La televisione pubblica potrebbe avere un ruolo determinante con gli strumenti di cui dispone e con quelli che potrebbe costruirsi attorno ad un grande progetto di rinascita… con la partecipazione viva degli artisti che tutti ci invidiano. Potrebbe farlo in mille modi e circostanze. Tra i tanti ne consideriamo qui uno apparentemente marginale, il Giro d’Italia. Negli ultimi decenni senza grandi campioni nazionali e internazionali il Giro è decaduto agonisticamente fino all’insignificanza. Ma è bene che sopravviva perchè si potrebbe partire da quello che è per rilanciarlo con un‘altra formula. Per trasformarlo cioè in una passeggiata in bicicletta per tutti attraverso l’incanto della nostra geografia, arte e cultura, da documentare e trasmettere dettagliatamente in una fluida simbiosi di immagini e testimonianze a distanza ravvicinata. Dentro la colonna musicale della nostra storia. Il Tour de France ha successo perchè questo in parte cerca di farlo da tempo; ma l’Italia potrebbe andare ben oltre grazie all‘incomparabile ricchezza dei suoi tesori, anche da vetrina. La progettazione e realizzazione dovrebbero essere affidate ad un team dei nostri migliori registi cinematografici e televisivi. Il Giro di Coppi e Bartali, così aggiornato, potrebbe raccontare l’anima del nostro paese agli italiani e al mondo, e fungere da promozione culturale e turistica senza confini. Così sarebbe facile vendere diritti televisivi all‘estero, non elemosinare ma motivare l’interesse degli sponsor più generosi, accrescere gli introiti pubblicitari anche attorno alla competizione sportiva, da rendere più moderna e avvincente.  

Promozione, ad esempio con Sanremo

Un’altra delle opportunità, il festival di Sanremo. La televisione italiana potrebbe trasformarlo in un evento musicale di respiro mondiale. Con canzoni in gara rigorosamente italiane, ma con un taglio decisamente internazionale e con la presenza collaterale delle nostre star più popolari – in funzione dell’interesse da accendere in televisioni straniere come quella cinese, giapponese, russa, europea, sudamericana… Sono popoli che da sempre amano la nostra melodia e il nostro stile musicale, classico e contemporaneo, e che nei vari paesi affollano teatri e stadi per sentire Bocelli, Zucchero, Pausini, Celentano, Ramazzotti, Conte, Nannini, Al Bano, Arbore e tanti altri in tournee separate. I conti tornerebbero con un pubblico televisivo oceanico, con una promozione discografica senza precedenti e con una diffusione straordinariamente proficua della nostra immagine culturale, turistica e produttiva. Sembra utopia, ma non lo è. Avremmo anche noi tanti altri dettagli concreti da suggerire.

Mario Tamponi
8.3.20

Paradossi da Coronavirus.


Paradossi da Coronavirus

Senza addentrarci nei vari temi dell’emergenza da Coronavirus e senza schierarci nell‘attuale panorama spesso caotico e fazioso della politica e dell’opinione pubblica, ci limitiamo qui a ribadire alcune carenze comuni e contraddittorie dell’intervento statale. Diamo per scontato che molte delle misure restrittive siano giuste, se non altro perchè suggerite da autorevoli virologi e scienziati. Ma proprio in contrasto con queste misure non capiamo perchè non tutti i cittadini dispongano di mascherine e di materiale disinfettante, neppure del banalissimo alcol denaturato. Nulla di tutto ciò si trova in farmacia e altrove, eppure sarebbe compito dello Stato diffondere capillarmente l’essenziale prima ancora che venga richiesto.

Le mascherine professionali non sono sufficienti neppure negli ospedali specializzati, dove è comunque carente tutto il materiale protettivo per medici, infermieri e assistenti volontari, con la conseguenza tra loro di un allarmante tasso di mortalità. Con ciò è ancora più encomiabile e commovente la rischiosissima dedizione di questi numerosi, silenziosi angeli della comunità inferma. Ma non ha senso che governo e parlamento gli vogliano destinare monumenti al merito con l‘aggettivazione dell’abituale retorica. La prima cosa che dovrebbero fare (e solo loro possono farlo!) è consentire con i necessari incentivi d’urgenza la riconversione di industrie idonee per la produzione massiccia di mascherine e di tutto il resto, senza bisogno di andare a elemosinarlo con scarso successo in giro per il mondo. Negli ospedali sono scandalosamente insufficienti anche i respiratori o ventilatori polmonari per i ricoverati in terapia intensiva; eppure la nostra industria tecnologicamente flessibile potrebbe provvedere a rifornire di respiratori non solo le cliniche, ma anche gli ammalati individuali in clausura domestica. Scarseggiano anche i tamponi e ne andrebbe comunque velocizzato il sistema.

In un paese industrializzato come il nostro sono inaccettabili per mera carenza produttiva l‘atrocità delle seriali agonie per soffocamento, la decimazione della saggezza dei nostri nonni e bisnonni, la desolazione di una morte anonima senza conforto. Struggente il martirio in reparto intensivo di un sacerdote, tra i tanti, che rinuncia al proprio respiratore, uno dei pochi disponibili, per cederlo ad un paziente più giovane. Negli ospedali si lamenta talvolta persino l’esaurimento delle scorte di ossigeno, quando i nostri impianti chimici potrebbero produrne a volontà. Auspicabile è che il governo non lasci all’economia privata l’iniziativa, insufficiente e spesso speculativa, ma coordini e finanzi le imprese idonee nell’intera operazione di produzione del necessario per la tutela elementare dei cittadini. Ma non ha senso piagnucolare ora per il fatto che tutto questo poteva essere fatto prima. Importante è che si colmino subito i vuoti di inefficienza e burocrazia.

Ancora qualche spicciolo suggerimento. La burocrazia andrebbe ridotta al minimo quando si tratta di fornire in rapida liquidità gli aiuti stanziati per le famiglie e le aziende in difficoltà. Le lungaggini rischiano di ridurne i vantaggi.
Per gli acquisti alimentari bisognerebbe evitare di esporre i cittadini a file chilometriche davanti ai grandi magazzini; con un pò di fantasia si potrebbero costruire negli stessi magazzini e in mercati aperti sistemi di distribuzione veloce.
E la televisione pubblica nei suoi telegiornali e in tutte le sue trasmissioni dovrebbe essere meno monotematica per evitare di diffondere terrore, panico da paralisi. Per informare esaurientemente sul virus e sui drammatici effetti quotidiani del contagio non è necessario ripetere all’infinito le stesse cose e gli stessi dibattiti con gli stessi interlocutori. Ci sono anche tanti altri temi di sobria formazione, di cultura non barbosa e di intrattenimento intelligente di cui la gente impaurita e anche i contagiati avrebbero bisogno per uscire dai bassifondi e respirare l’aria profonda. 

Sul tema Europa rimandiamo ad altra sede l’esame della latitanza dell’Unione, mentre avrebbe dovuto effettuare azioni concrete e massicce contro l’epidemia comune anche se territorialmente differenziata, promuovere ricerca,  coordinare e sostenere gli interventi degli Stati membri. Ci limitiamo qui ad un solo aspetto positivo: la sospensione del suo rigido patto di stabilità per consentire ad ogni paese un approccio più libero alla propria emergenza sanitaria, senza lasciarsi inibire dagli effetti sul proprio debito pubblico. Su questa linea i più hanno salutato con favore il sostegno ideologico di Mario Draghi. Ma soprattutto per l’Italia urge fin d‘ora l’elaborazione di un piano economico, finanziario e istituzionale per il dopo epidemia.

A Draghi e a suoi colleghi si dovrebbe chiedere una proposta dettagliata e articolata da discutere subito e da attuare non appena una tregua del Coronavirus lo consentirà – per evitare che il nostro debito pubblico, già proibitivo e destinato a crescere notevolmente nelle prossime settimane o mesi, tarpi le ali del nostro paese provocandone il collasso. L‘attuale dominio del Corona si è affermato anche grazie alla nostra iniziale incertezza e impreparazione. Bisognerebbe far tesoro di questa esperienza di scarso tempismo per destinare l‘attuale fase di immobilità produttiva e sociale soprattutto alla preparazione di un realistico, rassicurante piano di rinascita.

Bisognerebbe saper cogliere il positivo in ogni fase oscura dell’umanità. Il Coronavirus ci ha fatto scoprire controvoglia la nostra precarietà, l’essenziale nella vita privata e collettiva, il vantaggio e il piacere della solidarietà. Dopo questa crisi sanitaria potremmo scoprire il positivo anche in un nuovo approccio alla crisi economica in agguato. Potremmo inventare un modo più dinamico e snello di vivere l’Europa e i valori comuni, senza i contrasti e la burocrazia che vanificano i sogni, e per l’Italia senza la zavorra di un debito surreale.

Mario Tamponi
4.2020

La rimozione della morte è la morte della nostra civiltà.


La rimozione della morte
è la morte della nostra civiltà.

Riflessioni in margine al panico dei nostri giorni

Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di tubercolosi, malaria, colera, lebbra e di tante altre malattie pestilenziali: ma questo non ci riguarda perchè nel nostro continente da tempo le abbiamo debellate. Ogni giorno nel mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di fame e di guerra: ma questo non ci riguarda perchè il nostro continente è benestante e le armi che produciamo le esportiamo soltanto per alimentare conflitti lontani con immensi profitti. Ogni giorno anche nel nostro continente come in tutto il mondo una miriade di donne, uomini e bambini muore di vecchiaia, di cancro, di infarto e ictus, di incidenti e suicidi e di tant’altro semplicemente perchè siamo tutti mortali. È inevitabile che ognuno muoia non oltre una certa invalicabile età e, dividendo il numero degli inquilini del pianeta e di ogni paese per la durata media della vita, ne otteniamo una mortalità annuale e quotidiana altissima, ma naturale. È paradossale che anche questa quasi non ci riguardi, per un altro motivo: pur commemorando di volta in volta la morte degli altri (familiari, amici, vicini e illustri lontani) non ci è possibile vedere nè prevedere la propria, che quindi ci è facile rimuovere. Il fatto che di questa morte generale a nessuno di noi sia dato conoscere giorno e ora vale per molti come licenza all’incoscienza più che come monito alla vigilanza.

La mortalità per Coronavirus invece, pur essendo statisticamente minoritaria, ci getta attualmente nel panico perchè l’epidemia che vediamo nel vuoto spettrale delle nostre città e che sentiamo drammaticamente documentata alla televisione ci appare come una macabra lotteria collettiva che in un momento qualsiasi potrebbe chiamare all’appello ciascuno di noi. Questa morte la vediamo e sentiamo proprio perchè bizzarra, noncurante dei rimedi che ancora non esistono. Per ognuno è una probabilità statistica, ma incombe con l’incubo dell’agonia per soffocamento, della scomparsa improvvisa e anonima senza conforto. L’altra morte invece, quella certa, è opportunamente intervallata nella collettività e incerta nella causa, nel dove e nel quando lungo lo scorrere apparentemente lento degli anni… e così si lascia relativizzare e sfocare in mille modi fino quasi all’illusione di non esistere. A questo miraggio paradossale di presunta immortalità concorrono in prospettiva persino i funerali solenni, gli elogi funebri che sembrano meritati, la certezza di una dimora fissa con lapide al camposanto, la fama e la memoria tra i posteri.

La morte certa rientra quasi nell‘ordinario, e così prima che si avvicini con qualche acciacco quasi nessuno si cura del proprio orologio biologico che registra l’incessante bruciarsi del tempo predestinato; quasi nessuno controlla lo stato dei propri tantissimi organi, che generalmente non strillano, ma che irreversibilmente si logorano assolvendo senza sosta alle loro funzioni vitali. Sembra banale, eppure dovrebbe essere la misura della nostra caducità a dispetto dei compiti immani che ci illudiamo di dover svolgere per la storia. A nostra esaltazione celebriamo la creatività scientifica ed artistica come se nascesse dal nulla, e per giunta mistifichiamo spesso l‘arroganza che ci porta a idolatrare noi stessi, squallidamente capaci anche di avidità e autodistruzione, di guerre e oppressione, di volgarità… fino a proclamare la „morte di Dio“ per non dover riconoscere la propria e le nostre vergogne. In realtà quel Dio che si crede di „uccidere“ non è l‘Assoluto che dona la vita, ma l‘idolo che noi stessi inventiamo per consentirci l‘oblio della nostra morte. 

Se la morte soltanto probabile per Coronavirus è oggi molto più presente di quella certa significa che l’uomo ha rimosso dalla propria coscienza la morte certa; ma significa anche che l’angoscia per la morte soltanto probabile è un effetto collaterale della medesima rimozione. La rimozione della morte nella nostra civiltà non è una conquista di progresso; è semmai l’oblio della componente fondamentale della vita, è la falsificazione della vita che di per sè convive con la morte. Chi col progresso giubila di poter allungare la vita senza preoccuparsi di darle anche un senso non fa che rimandare il problema di un briciolo di tempo, che è relativo. E chi spera che il progresso possa regalargli un giorno una qualche immortalità merita il ricovero in manicomio, che esisterà ancor più drammaticamente in un futuro non troppo lontano di manipolazione genetica e di intelligenza artificiale.

Nella condizione umana la morte significa finitezza e fragilità. Gli antichi greci, padri della nostra saggezza, invece della parola oggi corrente di „uomini“, usavano quella di „mortali“. E uno degli ultimi grandi filosofi del nostro occidente, Martin Heidegger, definisce l’uomo „essere-per-la-morte“. Sotto il profilo filosofico, cioè del significato, la morte non è quella fisica che „vediamo“ in un nostro simile che spira e diventa cadavere, non è quella che immaginiamo nella nostra fine biologica da bara. Nessuno „vede“ la propria morte, quella vera, perchè non è oggettuale, una cosa tra le cose. La morte reale è l‘esperienza di finitezza e fragilità che ognuno vive nel proprio esistere e progettarsi, nella sua scelta di accettarsi o rifiutarsi, nel suo bisogno di trascendersi. È la condizione di ogni uomo „gettato nel mondo“ come relazione con l’Essere che la fonda e con l’altro da sè, cioè col prossimo, con cui coesiste nel tempo e fuori. L’io che non si accetti progettualmente come relazione è un non-senso; è come dire che la vita senza la morte è astrazione concettuale o di fantasia.

La rimozione individuale (e collettiva) della morte è quindi la tragica caricatura della nostra inconsistenza che si maschera di autosufficienza, di avere e di potere. Per il cristianesimo il peccato originale raccontato metaforicamente nella Genesi si rinnova storicamente in ognuno di noi quando con analoga presunzione rigettiamo ciò che ontologicamente siamo. La rivoluzione cristiana ruota attorno alla nostra condizione di vita-morte e di rigenerazione con la morte di Dio sulla croce che, se condivisa, ci strappa all‘alienazione idolatra per riportarci alla nostra verità di relazione. La trascendenza di Dio sulla croce attua la nostra trascendenza. La trascendenza è il mistero di Dio e, insieme, la nostra profonda identità come vocazione.

La rimozione della morte si esprime purtroppo anche in una certa cultura collettiva. Oggi, ad esempio, esaltiamo la scienza come se fosse abilitata a risolvere tutti i nostri problemi. Certamente la scienza è affascinante in ogni suo ambito e ad ogni livello, dal cosmico al nanometrico, dal fisico al biologico, al neurologico, ed è promettente con la sua logica e le sue scoperte – ma solo se a misura d‘uomo e in sintonia etica. Pericoloso perchè assurdo sarebbe chiederle la soluzione ultima dei nostri misteri, dell‘esistere e della morte appunto. Einstein, genio della relatività generale, mette in guardia da questa aberrazione mentale; e prima di lui Newton, genio della gravitazione universale, considera la somma delle scoperte scientifiche presenti e future come „un granello di sabbia di fronte all’oceano infinito“. E prima ancora Galileo, fondatore della ricerca moderna su base matematica e sperimentale, definisce la scienza come lettura fisica delle „orme di Dio nella creazione“, palcoscenico dell’umano destino.

Se la scienza indaga sul mondo naturale e sulle relazioni umane sotto il profilo oggettuale, la filosofia riflette invece sull’uomo come soggetto di conoscenza e di valori, e – in questa ottica – anche sulla funzione e sui limiti della stessa scienza sperimentale. Ma la morte può essere rimossa purtroppo anche da una certa filosofia che presuma di essere fonte di certezze assolute, mentre nell’universo umano ogni sistema razionale è relativo al metodo in cui si articola, al linguaggio comunque simbolico in cui si esprime, all’orizzonte storico-culturale in cui si muove.

 „Tutto ciò che è reale è razionale, tutto che è razionale è reale“, sostiene Hegel, il più assoluto dei metafisici, che con la costruzione di una dialettica rigorosa come presunta anima dell’Essere e del suo divenire erige un sistema onnicomprensivo apparentemente innocuo perchè solo concettuale, ma ricco di agguati. Quando infatti la sua dialettica, geniale ma artificiale, si trasferisce con Marx nella sfera materiale-storico-sociale come ispiratrice di rivoluzioni politiche diventa nefasta. Il comunismo, che di per sè si richiama al principio di uguaglianza e solidarietà, sublimato hegelianamente in materialismo dialettico degenera nello stalinismo dei gulag, nello schiavismo e nella repressione, e più genericamente nella trasformazione di popolo in „massa“, dove l’individuo si dissolve come strumento nell’ingranaggio del tutto ideologico. Lo stesso vale per la teoria evoluzionistica di Darwin che, pur verosimile come fenomenologia naturalistica, quando ispira regimi politici che credono di doverla applicare per accelerarne il processo „selettivo“ diventa razzismo nazionalsocialistico. Questi sistemi diversi di materialismo dialettico e di razzismo nazionalsocialistico si equivalgono negli effetti da catastrofe, ma ancor prima nella causa, cioè nella rimozione della morte in una accezione deviata (non etica) di scienza, filosofia e politica.

La mistificazione ammaliante dell‘assolutismo hegeliano viene demolita dal successivo esistenzialismo, soprattutto dal suo primo ispiratore Soren Kierkegaard. La sua categoria di „angoscia“ riconducibile alla morte individuale e alla fede cristiana non è oscurantismo o sentimentalismo represso, semmai è il coraggio di guardare in faccia la vita per svelarne il fascino nascosto e fondarvi una società solidale e un progresso autentico.

La rimozione della morte sta ovviamente alla base di ogni altro assolutismo e regime autoritario, di colonialismi passati e contemporanei, di monopoli economico-finanziari che „legalmente“ generano nel mondo inaccettabili disparità e ingiustizie, e giustificano lo sfruttamento di ogni debolezza sociale. Ma c’è rimozione della morte anche nella componente rivoluzionaria dell‘illuminismo francese che usa la ghigliottina e le baionette per affermare „la libertà, l’uguaglianza e la fraternità“. Il principio universale che ispira l’odierna „carta dei diritti dell’uomo“ andrebbe riformulato come segue: „La dignità di ogni singolo uomo è inviolabile“, per intendere l’uomo anche come individualità e minoranza, e non come astratta entità di facile mistificazione e abuso. C’è rimozione della morte persino in una certa teologia dogmatica che ispira spietate guerre tra religioni diverse o tra confessioni contrapposte nell’ambito della stessa. C’è rimozione della morte nella pietà bigotta di certi „dottori della legge“ e affiliati, che oggi come ai tempi di Gesù considerano legittimo diffamare e perseguitare testimoni della misericordia di Dio e dell’amore fraterno.

L’attuale emergenza da Coronavirus è una tragica esperienza dei nostri giorni. Ma è anche un‘opportunità per riappropriarci della nostra fragilità e dell’essenziale nel quotidiano, della gratitudine dovuta alla vita prodiga di meraviglie e di bellezza. Cercare di sconfiggere il Coronavirus è un inno all’esistere: un inno che viene cantato con commovente credibilità da medici, infermieri e innumerevoli volontari in prima linea che rischiano la propria vita per la sopravvivenza di contagiati in carne ed ossa. Questa silenziosa testimonianza di amore, se sopravviverà al superamento del Coronavirus, sarà forse la lezione più convincente per un domani più vero.

Mario Tamponi

Samstag, 27. Juni 2020

L'inferno, filosoficamente.


L’inferno, filosoficamente

Una interpretazione della metafora biblica


Il paradiso e l’inferno non sono invenzioni di fantasia, ma rispondono ad un postulato ontologico, sono metafore del nostro esistere come dono ricevuto e libera accettazione o rifiuto del dono. L’espressione qui usata di „dono ricevuto“ è di per sè impropria perchè il beneficiato non esiste fuori del dono; l’esistere infatti non ha nè riceve l’esistere, ma lo è. Nella rivelazione cristiana Dio „si fa uomo“, condivide cioè la nostra condizione umana per elevarla alla sfera divina. Quel racconto biblico è un vissuto di amore, di perdono e di riscatto, ma eccezionalmente si altera nella raffigurazione dell‘inferno quasi come sconfitta di Dio di fronte all‘impenitente che gli rifiuta il dono dell‘esistere e l‘offerta di riconciliazione.  

Nel Vangelo, accanto al tema dominante del regno di Dio, l’alternativa dell’inferno è esplicita e univoca: "Verranno gli angeli e separeranno i malvagi dai giusti e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridor di denti.” (Mt 13, 47-50). Sarà lui stesso, il Figlio di Dio e dell’uomo, ad apostrofare alla sua sinistra i condannati al supplizio: “Via lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo" (Mt 25, 31-46). Per l’Apocalisse (20,10) l’inferno è “uno stagno di fuoco e di zolfo dove sono anche la “bestia” ed il “falso profeta”, tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli”. “Chi di noi potrà resistere al fuoco divorante?" esclamava già il profeta Isaia (33,14).
Quella fine impietosa è indicata da Gesù anche come pena esemplare per la colpa contro l’innocenza indifesa: “Se uno sarà di scandalo a uno dei piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una mola asinaria e sia precipitato nel fondo del mare… Se la tua mano o il tuo piede ti è di scandalo, taglialo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita monco o zoppo che con due mani o due piedi essere gettato nel fuoco eterno…. E se il tuo occhio ti è di scandalo, cavalo e gettalo via da te. È meglio per te entrare nella vita con un occhio solo che essere gettato con due occhi nella Geenna del fuoco" (Mt 18, 6-9). La Geenna o Valle dell'Hinnom era un luogo vicino a Gerusalemme dove si incenerivano le immondizie, ma anche dove al tempo del dominio cananeo venivano eseguiti nel fuoco sacrifici di bambini. Il Vangelo ne fa simbolo della condanna divina nel giorno del giudizio.
Il riferimento all’inferno ritorna anche in passi evangelici collaterali, come nella parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) e in quella dello stolto debitore: "Quando vai col tuo avversario dal magistrato, procura durante il cammino di accordarti con lui: affinchè egli non ti trascini davanti al giudice, e il giudice ti consegni all’agente, e l’agente ti metta in prigione. Io ti dico che non ne uscirai finché non avrai pagato fino all'ultimo centesimo" (Lc 12, 58-59). 

L’aspetto più atroce dell’inferno così delineato consiste nella sua durata: per sempre, "nei secoli dei secoli". Nessuna nostra immagine intuitiva o aritmetica potrà farci capire le dimensioni di quella immensità: senza sosta, senza svolta, senza fine. Una certa teologia classica motiva l’eternità della condanna così: Dio è infinito, quindi un “peccato” grave contro di lui reclama una punizione equivalente, cioè infinita. Ma questo argomento pare non tenga conto del fatto che autore del peccato è l’uomo, per cui l’infinito o eterno rivolto contro di lui, che è finito e caduco, risulterebbe sproporzionato, ingiusto.
L’immaginazione umana, che in genere si raffigura il tempo come successione di momenti e l’eternità come successione infinita di tempi, tende a falsare il divenire esistenziale, dove passato e futuro sono raccolti in un presente fluido non esteso; ma anche in quest’ottica la punizione senza fine (come nel mito di Sisifo o nella logica del contrappasso adottata da Dante) potrebbe sembrare insaziabile cinismo divino. Ma Dio non può essere ingiusto e cinico. E allora?

Al presunto cinismo di Dio si ispira la minaccia dell‘inferno praticata nel passato da certi lugubri predicatori per indurre fedeli sotto panico ad evitarlo  collezionando opere buone e accaparrandosi indulgenze come polizze assicurative sull’aldilà. Proprio contro questa concezione e prassi mercantilistica è esplosa la protesta di Lutero e di altri. Col tempo anche in ambito cattolico l’inferno ha perso la sua inquietante fisicità di luogo o stato di pena per assottigliarsi in un riferimento simbolico; e i pochi che oggi continuano a predicarlo alla lettera rischiano di passare per bigotti o sadomasochisti. I biblisti se ne occupano sempre meno e i sacerdoti in genere privilegiano gli aspetti più immanenti della solidarietà sociale, magari lasciando intendere un paradiso per tutti dopo la comune valle di lacrime.   
Dalla liturgia è quasi scomparso il canto del „Dies irae“ sul terrificante giorno del giudizio che una volta accompagnava funerali e commemorazioni funebri. Quella melodia minacciosa nelle versioni di Mozart o di Verdi viene riproposta oggi soprattutto in templi filarmonici per esaltarne il virtuosismo musicale, quasi mai nelle chiese per non turbare la coscienza dei fedeli e la sensibilità dei familiari dei defunti. In capolavori letterari, come nella Divina Commedia, l’inferno viene letto come raffigurazione del percorso morale di ogni uomo; e le brutali modalità del contrappasso vengono gustate nella loro lirica umanità, da preferire persino alle pagine più monotone sul paradiso.
È certamente positivo che nella spiritualità cristiana una certa enfasi spaventapasseri sia decaduta come strumentale e sviante. Ma sostituendo la falsa idea di un Dio collerico e vendicativo con la realtà del Padre misericordioso sarebbe illogico lasciare irrisolto l‘enigma dell’inferno. Se per i credenti il Vangelo è verità, dovrebbe essere vero anche l’inferno che vi si annuncia. Sarebbe quindi un errore capitale limitarsi a rimuoverlo o a banalizzarlo piuttosto che cercare di coglierne il significato razionale nella metafora biblica in cui si esprime. Del resto sotto un’ottica filosofica misericordia e inferno sono antinomici ma non contraddittori; sono strettamente correlati come nell’universo fisico dell’atomo e dell’elettromagnetismo lo sono polo positivo e polo negativo; e nella sfera ontologica l’esistere e il non-esistere.

Proprio all’esistere e al non-esistere dovremmo ricondurre il filo del nostro discorso. Ma cos’è l’esistere personale? Non è solo vita biologica e facoltà riflessiva, non è solo percezione del mondo „esterno“ che sembra contenerci. Nell’esistere, dentro ogni esistere, si raccoglie tutto il reale: certamente l’intero cosmo dalle galassie al nanometrico, dal neurologico al genetico… ma non solo. L‘universo fisico di una immensità da vertigini e di una bellezza mozzafiato, le scienze matematiche che cercano di interpretarlo e le tecnologie che si propongono di riprodurlo non sono ancora il tutto. Del reale sono anzi la componente più mutevole e fragile che si frantuma nell’evanenscenza delle nostre esperienze o che appare e scompare nella labilità della nostra memoria; sono la componente che vacilla e sprofonda nel silenzio della nostra psiche o che delira fino a inabissarsi nella profondità del nostro coma. Dentro l’esistere di ognuno c’è anche l’intera comunità umana, storica e contemporanea, con tutta la sua creatività e operosità interattiva; dentro l’esistere c’è la mia vocazione a ridimensionare il male col bene dei miei progetti e intenzioni e a estenderne il contagio; dentro c’è la mia centralità assieme a quella di ogni altro singolo che mi rassomiglia; e nella mia centralità la mia libertà. Ma com’è possibile che dentro ci sia tutto questo e altro ancora, se ognuno di noi è anche così evanescente e inconsistente a dispetto della sua frequente presunzione di essere qualcosa di più? Certamente è folle presumere che il mio esistere, in equilibrio instabile tra grandezza e nullità, si sia autogenerato o sia stato generato dalla stessa „natura“ che dentro il mio esistere si configura e ne è contenuta!
L’esistere personale è concepibile solo come partecipazione all’Esistere assoluto. La necessaria correlazione di contingente e Assoluto è il principio base, certamente diversificato, di ogni metafisica e di ogni fenomenologia esistenziale della nostra cultura occidentale e non solo. Una volta il pensiero filosofico, rigorosamente fondato sui principi della saggezza greca della non-contraddizione e della causalità, si sviluppava in sistemi logici e in strutture universali; la filosofia contemporanea post-metafisica e meno dogmatica si ispira invece alla fluidità di eventi e relazioni, col sostegno esterno della scienza naturale con i modelli vincenti della relatività einsteiniana e del quantistico principio di indeterminazione. Ma la correlazione di contingente e Assoluto, variamente concepita o denominata, resta sempre valida, e con ciò la filosofia si conferma come contenitore logico anche del procedere scientifico, come proiezione del particolare nell’universale, come ricerca di ragione e di senso.

Il prodigio dei prodigi dell’esistere personale viene enunciato nel racconto allegorico della Genesi: „Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza“, cioè libero. Creazione, che significa appunto partecipazione dell’esistere personale all’esistere Assoluto, è improprio pensarla come rapporto di „dipendenza“. Un oggetto dipende da chi lo sceglie, ma non una libertà. L’uomo è tanto libero, ontologicamente libero, da essere coinvolto anche nella creazione di se stesso col suo dover scegliere se accettare o meno il dono dell‘esistere. L’Assoluto ci ha „donato“ – ci „dona“! – l’esistere-che-siamo chiedendoci il consenso nella reale alternativa di accettazione o rifiuto. L’auspicato „si“ della nostra risposta non è solo un‘operazione logica o mentale, non è una professione verbale, ma si esprime nel dispiegarsi di ogni vita come riconoscimento dell‘Assoluto nell’amore del prossimo, come scelta della nostra relazionalità contro una solitudine impossibile, contro la nevrosi di onnipotenza.

Ma è possibile un „no“, cioè il rifiuto dell’esistere che contiene il nostro tutto, la totalità del nostro reale e potenziale? È possibile, tragicamente possibile! Il rifiuto dell’esistere è la presunzione di essere noi i „creatori“ di noi stessi, è la sfrontatezza di misconoscere la nostra identità ontologica. È un‘assurdità, ma resa possibile proprio dall‘opzione che con l’esistere ci viene proposta e in cui consiste appunto la nostra stessa libertà. Nel racconto biblico Adamo ed Eva, testimoni diretti della loro origine, non hanno rivolto al Dio creatore neppure un cenno di gratitudine, come se il loro esistere fosse un fatto scontato o un atto dovuto. Neppure un cenno di stupore! La prima e unica risposta è stato il tentativo maldestro di invertire i ruoli col furto della facoltà della „conoscenza del bene e del male“. Il biblico peccato „originale“, come quello che si ripete nella storia personale di ognuno, non è la trasgressione di un articolo di legge – come l’etica dogmatica sembra insegnarci – ma  il tradimento del nostro rapporto fondamentale, è lo stravolgimento dell’evidenza primaria, la nostra autonegazione ontologica, il suicidio totale di cui quello biologico è solo una pallida immagine.
Persino nella nostra esperienza ordinaria un dono senza riscontro può lasciarci interdetti. Pensiamo alla villa sulla Costa Smeralda regalata ad un conoscente nullatenente, che però non si scompone neppure con un sorriso distratto. Pensiamo ad un amico a cui abbiamo inteso risolvere i problemi di indigenza donandogli la metà della nostra eredità, ma che poi ci reclama anche diritti inesistenti con la contraffazione dell’atto notarile. Ma si tratta di esempi del tutto inadeguati perchè nel caso dell’esistere il regalo è il tutto senza nulla fuori, è il respiro, il battito del cuore, la luce degli occhi, la soggettività con un nome esclusivo, è la propria libertà con tutte le possibili aspirazioni, è lo spazio siderale come palcoscenico della nostra singolare avventura: persino quella coreografia cosmica riflettendosi nella nostra anima diventa bellezza senza i contorni del dentro-fuori, inafferrabile, ineffabile.
Nota al margine: C’è qui un eccesso di immanentismo? Assolutamente no. Semmai vi si esalta la trascendenza nella vita, col riconoscimento anche del ruolo della materia nella sua fisicità, che un materialismo banale mistifica rifiutandosi di capirla.
Altra nota: Oggi si indaga molto anche a livello neurologico sulla libertà dell‘uomo: molte delle sue scelte appaiono illusorie, determinate cioè da condizionamenti ignoti o inconsci. Questo dubbio di illusorietà non può però riguardare la sua libertà fondamentale, pena il non-senso totale.

Ma ritorniamo al quesito di origine. Un Dio che „ci ama“ al punto da crearci „a sua immagine e somiglianza“, trasmettendoci cioè il suo esistere nella nostra libertà, può essere così ingiusto e cinico da predisporre per noi un’inferno parallelo? Lo abbiamo già escluso. Vero sembra che il nostro „si“ o „no“ al nostro esistere determini il „destino“ dello stesso esistere, che abbisogna appunto del consenso libero del beneficiato all‘iniziativa del benefattore. L’esistere di Dio è eterno. Ovviamente lo è anche quello donato. Ciò significa che con la morte biologica, che conclude il tempo della nostra scelta, il nostro „si“ conferma l’esistere personale nell‘eterno; il „no“ invece determinerebbe la rievocazione del dono, cioè il ritorno al non-esistere senza coscienza. Non si tratta di una magia da conigli che compaiono e scompaiono, ma di un’evidenza logica: in mancanza dell‘accettazione dell’uomo l’offerta di Dio si annulla come ipotesi irrealizzata e con ciò la nostra storia intermedia si dissolve nell’oblio assoluto del non-esistere.  
Secondo questo ragionamento l’inferno non sarebbe quindi la presunta eternità di sofferenza fisica, ma la fine di una prospettiva di eternità decisa dal soggetto predestinato. Ha quindi senso dire che l’inferno non esiste? Dipende. Certamente l’inferno esiste come metafora di desolazione, come stratagemma comunicativo di Dio per cercare di far capire quanto singolare sia il dono dell‘esistere a chi si ostina a non capirlo dicendogli di „no“. La perdita dell’esistere – e con ciò lo svanire di una incredibile chance „per sempre“ – è forse più terrificante dello spauracchio di tormenti senza fine che la metafora dell’inferno ci raffigura.
Se il Vangelo ci avesse parlato di „esistere sospeso“, di libertà esistenziale e di non-esistere non l’avremmo capito e avremmo rigettato il discorso come di pura astrazione. Ha preferito comunicare nella forma più comprensibile dell‘allegoria con l‘immagine del „fuoco eterno“. Del resto se riuscissimo ad essere sufficientemente lucidi, la coscienza del rischio di perdere l’esistere sarebbe un incubo più lacerante di qualsiasi tumultuoso dolore. Ma normalmente così lucidi non lo siamo o troviamo scomodo esserlo. Pur vivendo un’unica vita, invece di interrogarci sul senso e di trarne le conseguenze, preferiamo per lo più la condizione di sonnolenza e torpore del villeggiante, o quella degli schiavi della caverna del mito platonico. È rara anche la curiosità laica dell‘Ulisse dantesco, che eleva all‘umanità il monito: „Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza“ (Divina Commedia, Inferno, XXVI, 119).

In questo nostro rapido excursus resta ancora da sciogliere un equivoco ingombrante. È stato già detto che il „si“ o il „no“ all’esistere si concretizza nel percorso di ogni vita, che però è misteriosa e imperscrutabile. Nessuno quindi può vagliare la propria condotta come risposta e ancor meno la condotta degli altri. Solo Dio può farlo, perchè solo lui ci conosce con tutte le nostre debolezze, i nostri drammi, le nostre colpe. Questa facoltà di giudizio corretto non ci appartiene perchè noi ne abuseremmo nel senso della nostra esclusiva autogiustificazione. Il Vangelo ci mette in guardia da questa presunzione che stravolge ogni verità. Per la stessa ragione e con la medesima determinazione ci mette in guardia dal giudicare anche gli altri: „Non giudicate per non essere giudicati“ (Mt 7, 1-5). Anche giudicare il prossimo è assoluto narcisismo, quindi delitto di lesa maestà. La minima compiacenza, anche solo mentale, di essere migliori di qualsiasi altro è sintomo di grave ipocrisia. E c’è chi quella ipocrisia la rende imperdonabile col solo fatto di voler documentare la propria presunta superiorità, come il fariseo al tempio: „O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo“ (Lc 18, 11-12).
La nostra incapacità di comprendere noi stessi e gli altri è dovuta anche alla ristrettezza e nebulosità del nostro spazio visivo: dove il logico convive col torbido, l’intenzione con la passione, il razionale col convenzionale, il fascino dell’essere con l‘avidità, la creatività col calcolo di convenienza, il coraggio con la maschera, il bisogno di alterità col ripiegamento nell‘isolamento corazzato e aggressivo. Ogni tendenza e istinto contrario si intrecciano e confondono nei nostri comportamenti e progetti, senza un bilancino che ci aiuti a misurarne le dosi. Nessuno di noi è l’entità circoscritta che crede di vedere guardandosi allo specchio e nella propria immaginazione; e nessuno degli altri è l’entità circoscritta che crediamo di vedere con gli occhi e con l’innato istinto di rivalità.

L’esistere assoluto è eterno e l’esistere di ciascuno si conferma nell’eterno col „si“ della gratitudine. Bello è il canto solenne dell’Alleluia, ma non è sufficiente. Come potrebbe non essere sufficiente, anche se doveroso, ringraziare al risveglio ogni giorno che nasce e salutarlo all’ora del tramonto. Più importante dovrebbe essere la sopportazione dell‘indigenza vissuta e della discriminazione subìta; la partecipazione solidale alla vita degli altri; la silenziosa condivisione delle tante tragedie del mondo. Anche l‘angoscia da depressione è dolore. È dolore anche la disperazione di Giuda, la paura degli amici che scappano. Dolore è soprattutto l’indifferenza dell’uomo verso l’uomo, la perversione dell’uomo contro l’uomo.
Dio è l’unico che ci conosce, è anche l’unico che conosce l‘eterno che con l’esistere continua a volerci donare. Chissà se potrà consentire che la nostra volubile libertà, capace di bene e di male, si dissolva nella follia della sua libertá infinita. Se così fosse, avrebbero ragione quelli che nel loro linguaggio pensano che la misericordia di Dio possa svuotare l‘inferno. Nel nostro linguaggio significa che anche gli impenitenti potrebbero con un guizzo d’orgoglio riconoscere in extremis la colpa della propria stupidità e miopia, ed essere redenti all’eterno dallo sconfinato dolore del mondo che sulla croce si congiunge con quello estremo di Dio, con l’“inferno“ della sua Passione.

Mario Tamponi

L'altra faccia della luna.



L’altra faccia della luna

La nostra luna lassù è la stessa
di tutti i nostri antenati con i tanti
sognatori e poeti, musici e pensatori,
scienziati e inventori, esploratori
e condottieri, mistici e profeti.
E lo sarà anche di ognuno dei nostri
posteri di chissà quante generazioni,
con gli animali e le piante dei loro giardini.

Tutti ci accompagna nella vita.
La sua vicinanza è continua e discreta,
generosa oltre ogni misura.
Einstein si emoziona quando costata
che „è lì anche quando non la guarda.“
Leopardi le si rivolge confidenziale:
„Che fai tu, luna, in ciel?
dimmi, che fai, silenziosa luna!“
E Shakespeare ne esalta
la stupenda fatalità: „Folle è l’uomo
che non presta ascolto alla luna!“

La luna ci si affianca uno per uno
dialogando alla pari, non come il sole
che abbaglia e sovrasta. Il sole
diffonde vita e vigore; la luna
ci dona leggerezza verso l‘„io“,  
ci dona anche la voglia di uscir fuori
a dialogare con le cose, con gli altri
e con quanto ci trascende.
“Potessero le mie mani
sfogliare la luna!”,
sogna Garcia Lorca.

La luna è metafora e ci apre a tutte
le altre – alfabeto della nostra lingua
pensata e parlata, figurativa e musicale,
di ogni ispirazione e invenzione.
È molto più del corpo opaco e rugoso
che telescopi e satelliti osservano e spiano…
e che invoglia astronauti a mettervi piede.  
„Andarvi non è poi così lontano.
Ben più profondo è il viaggio
verso la luna che ci si annida“
nel cuore, osserva Anaïs Nin.
Un viaggio, questo, che potrebbe
essere anche più breve
perchè „nascendo dietro le montagne,
la luna tramonta quasi sempre
dentro di noi.“ (Tonino Guerra)

La luna è più vera della sua corposità
che si finge reale. È presenza
leggera leggera che cresce con noi
per diventarne lo specchio.
„Con la libertà, i libri e la luna
chi non potrebbe essere felice?“,
esulta Oscar Wilde.

Tanti astronomi e tutti gli alienati
nel progresso e nell’ansia di dominio
ambiscono a occuparla, ma chi l’afferra
si ritrova con un pugno di mosche.
Perchè la luna non si fa possedere,
ma solo incontrare. E chi non la incontra
sente amara la solitudine dell’orfano,
la desolazione della notte vuota di luce.
Bisogna ascoltarla per gustare
bellezza e conforto, nella vita  
simili alle vibrazioni nella musica.
Goethe la invoca come musa sovrana:
“Oh, quante volte, o luna,
dinanzi a questo leggio io ho vegliato
tardi nella notte aspettandoti: e tu,
mesta amica, sei pur sempre apparsa
a me su libri e su carte! Oh, potessi
aggirarmi entro la tua amabile luce…
e, sgombro da tutte le vanità 
della scienza, bagnarmi e rinfrancarmi
sui prati nella tua rugiada.”

„La poesia è nata la notte in cui l'uomo 
contemplava la luna sapendo 
che non era commestibile”,
racconta Valeriu Butulescu.
Perchè la poesia è voce libera,
non qualcosa di utile,
da baratto commerciale.
„Era una notte solitaria“,
evoca Tagore, „leggevo un libro
finché il mio cuore divenne arido.
Mi pareva che la bellezza fosse
una cosa foggiata da mercanti di parole.
Stanco, chiusi il libro e spensi la candela.
In un istante la stanza fu inondata
dalla luce della luna.“

Anche la scienza è nata con la luna.
Haruki Murakami considera „la sua luce
come regalo caduto dal cielo.“
„Prima del fuoco, degli attrezzi,
del linguaggio, la luna
rischiarava il buio del mondo
e placava la paura degli uomini.
Le sue fasi hanno insegnato
agli umani il concetto di tempo.“

Nata dalla luna e con la poesia,
la scienza ne trae ispirazione
anche per magia matematica.
La scienza è conoscenza sublime,
e sublime è la tecnologia
che ne applica le scoperte.
Ma se tradiscono lo spirito che le genera,
l’una e l’altra si fanno insidiose.
Senza saggezza l’uomo scientifico
e tecnologico è l’esatto opposto di Galileo,
Newton, Einstein e di tanti geni pensanti.
Senza modestia è analfabeta che maneggia
il sapere con arroganza e ambizione
e ne fa strumento di guerra.
Anche la fissione nucleare è prodigio
di conoscenza e raffinata ingegneria…
ma sono follia gli ordigni nucleari
sempre più sofisticati e letali
che stipano gli arsenali dell‘unico mondo
in guerra con se stesso.

Havelock Ellis presume che „anche
la luna sarebbe scomparsa da tempo
se fosse alla portata delle mani predatorie
degli uomini.“ In parte è già successo.
„Questo è un piccolo passo per l’uomo,
un gigantesco balzo per l’umanità“
esclama Neil Armstrong il 20 luglio 1969
nel discendere la scaletta del modulo lunare.
E sulla targa lasciata lassù c’è scritto:
„Siamo venuti in pace per tutta l’umanità“.
Ma accanto dovrebbe essere rimasta
per svista l‘ombra di quei primi esploratori
col lungo naso di Pinocchio.
Perchè l‘ostentata „conquista della luna“   
non è sogno di cooperazione universale,
è sfida e proprietà da guerra fredda.

Le ostili superpotenze di oggi
riprendono a parlare di luna
con gli occhi puntati su Marte
e sull’orbita terrestre già tanto intasata:
per la supremazia economica
e militare degli uni contro gli altri.
E sul palcoscenico mediatico
persino la meraviglia cosmica
sbiadisce in coreografia di facciata,
propaganda per la conquista
anche degli indici di gradimento.

La luna finge di non vedere le umane follie
nel passato e nel presente della nostra storia;  
col silenzio ne denuncia la tragica vanità.
„Dolce e chiara è la notte e senza vento“,
canta Leopardi, „e quieta sovra i tetti
e in mezzo agli orti posa la luna,
e di lontan rivela serena ogni montagna.“
Gli fa eco García Lorca:
“La luna cammina sull'acqua...
com'è tranquillo il cielo!”

Al proprio male l’umanità potrebbe
riparare con un ovvio rito cosmico.
Dovremmo spegnere tutte le lampade
e lampadine artificiali della terra
almeno una notte al mese,
meglio una volta la settimana,
per celebrare i nostri fari naturali,  
e in quello spiraglio di cielo
le nostre origini abissali,
il nostro inafferrabile destino.
In quelle notti – direbbe George Carlin –
persino i lupi si raccoglierebbero
„in silenzio per sentire l’ululo della luna“.

„Si fa notte del tutto“ – leggiamo
nel Don Chisciotte del Cervantes –
„ma la luna manda così gran luce
da poter quasi gareggiare
coll’astro che gliela presta.“
La mite confessione di Adolfo Bécquer:
“Nel maestoso insieme della creazione
non vi è nulla che mi commuova
così profondamente, che accarezzi
il mio spirito e faccia volare insolitamente
la mia fantasia come la luce dolce
e svenevole della luna.”

Con la luna potremmo riscoprire anche
il soave tepore della dimora terrestre.  
Nel corso della sua missione lunare
Jim Lovell esclama: “La terra da quassù
sembra una grande oasi di vita 
nell'immensa vastità dello spazio”.
E ancora: “Dopo aver fatto il giro
della luna e aver rivisto la terra,
il mio punto di vista sulla vita 
e sul mondo è cambiato.
Ho cominciato a pensare alla terra
come ad una navicella spaziale
- sì, proprio come l'Apollo -
in cui i membri dell'equipaggio
devono collaborare e convivere.
Dobbiamo imparare a gestire
con più creatività le risorse 
del nostro pianeta.”

Ma la cura del nostro pianeta
avrà successo solo se assieme
al nostro compagno di viaggio.  
„Quando spunta la luna“,
canta Garcia Lorca,
„tacciono le campane
e i sentieri sembrano
impenetrabili.
Quando spunta la luna
il mare copre la terra
e il cuore diventa
isola nell’infinito.“

Mario Tamponi, 10.6.2020