Dienstag, 28. Juli 2020

Evviva la moda mobile!


Evviva la moda mobile!

È alta la febbre della moda. Abito e accessori si sintonizzano per affinità o contrasto persino con le mutevoli condizioni metereologiche, e il tempo è lunatico. Altro se c’è sole o nebbia, pioggia o neve, brezza o vento. Mutano i colori, la luce e il paesaggio, bisogna quindi adeguarvi in tempo reale l’intero abbigliamento.
          Bisognerebbe farlo anche quando ci si mette in viaggio, supponiamo da Kiel verso Rimini passando dal celeste fumo del mare del nord al verde umido delle colline renane, al castano terreo delle foreste bavaresi, al violaceo cianotico delle prealpi, al marrone frastagliato delle Alpi austriache, al fosforescente prima e dopo il Brennero, al rosa lampone delle vallate altoatesine, allo smeraldo della Padania fino all’azzurro in fibrillazione dell’Adriatico. L’uomo o la donna elegante dovrà portarsi appresso camicie, magliette, pantaloni, gonne, giacche e cravatte idonee per ciascuna delle situazioni che si susseguono con tonalità prevedibili e cautelativamente anche per quelle solo probabili.
          Lui o lei non può pensare solo a come cambiarsi appena arrivato a destinazione limitandosi lungo tutto il viaggio a qualcosa di generico, dato che in macchina nessuno potrà osservarli, solo in qualche area di servizio, di notte in un motel d’autostrada. E no! L’uomo o la donna di stile non si limita ad apparire, a far scena, si veste innanzitutto per sé, per gustarsi nell’intimo la simbiosi dello spirito con l’ambiente. Perché – come si dice – “lo stile è l’uomo”. Ed è così che al servizio della persona mobile nasce il guardaroba mobile, ovvero l’armadio della moda appresso.
          Una volta le valigie venivano chiuse al luogo di partenza e riaperte in quello di arrivo; oggi invece, viaggiando, il guardaroba dovrebbe restare a portata di mano in ogni momento per tutti gli usi e capricci. Per gli spostamenti in aereo o in treno, ma anche in autobus e in metropolitana, accanto o dietro al proprio sedile dovrebbe esserci un vano apposito dove piazzarlo. Per la macchina c’è l’inseparabile rimorchio-furgoncino. Non è più all’altezza dei tempi neppure andare in giro o a passeggio senza l’armadio scorrevole che tiri o spingi come un cagnolino appiccicoso o un amico fedele. Si aggiornano persino le pompe funebri che nella bara, accanto al defunto in abito scuro e scarpe lucide, posano un vestito di ricambio stirato per quando il corpo comincerà a cambiare colore e consistenza; non che il morto potrà cambiarsi da solo, ma se si ragionasse così non ci sarebbe neppure bisogno di vestirlo a festa per il giorno del funerale.
          E allora, cari stilisti, non stancatevi di lavorare per le soluzioni di domani, che ovviamente non saranno quelle di ieri o di oggi! Guardatevi dal lasciarvi spiazzare dall’ora che arriva senza preavviso! Non fatevi scoraggiare dai critici che, magari all’insegna del risparmio, insinuano che la moda qualche volta potrebbe anche fermarsi per rimettere in vita pezzi di ieri passati inosservati o dimenticati. Quei critici sono come certi cultori del naturismo secondo cui anche gli esseri umani sotto sotto sono tutti uguali… e  diffondono l’idea sbrigativa che con un pò di indulgenza o meno fantasia molte cose si equivalgono. Ebbene, non ascoltateli perchè sono nemici della civiltà elegante, insensibili al voluttuoso richiamo del nudo velato, della frivola leggerezza che anima il bello diffuso.

Queste considerazioni non hanno una morale. A scanso di equivoci l’autore dichiara di credere che l’abito non faccia il monaco, che l’uomo cioè non sia quello che indossa. Eppure… evviva la creatività che è il contrario dell’esibizionismo da spreco, del consumismo di chi ama le cose più di se stesso! Il creativo non ama le cose e il loro posessso, ma la mutevolezza delle loro forme e della propria. E chi creativo cerca di esserlo fuori, potrebbe diventarlo di più anche dentro.

Mario Tamponi (19.7.2020)

Donnerstag, 23. Juli 2020

Ma la Bibbia è Parola di Dio?


Ma la Bibbia è Parola di Dio?
Kant: Il Vangelo è la fonte da cui scaturisce la nostra civiltà.
Croce: Non possiamo non dirci „cristiani“.
Brecht: La Bibbia è il mio libro preferito!


Verso la propria „terra promessa“

Per moltitudini di ogni tempo la Bibbia è Parola di Dio… ma in che senso? La Bibbia non è teologia per Dio, perchè Dio non ne ha bisogno. Non è neppure teologia per l’uomo, perchè Dio non è autore di trattati accademici, che all’uomo non servono. “La Bibbia non è un sistema di verità”, precisa Hans Urs von Balthasar, “ma è il racconto dell'incontro di Dio con l’uomo, dell’uomo con Dio.”

Più verosimilmente la Bibbia – pur scritta da molte penne, in varie epoche e circostanze e in diversi generi letterari – è il racconto dell’uomo in cammino verso la propria verità e libertà, cioè verso la „terra promessa“, attraverso le proprie miserie e aberrazioni, ma sotto lo sguardo paziente di Dio che lo ammonisce, lo perdona e lo incoraggia. È il percorso in cui ogni uomo di ogni tempo può e dovrebbe riconoscersi. “Chi legge la Bibbia alla ricerca di errori”, avverte Charles Spurgeon, “vi trova presto soltanto i propri”, ma utili per imparare a correggere la rotta. La Bibbia – commenta Giorgio La Pira, storico sindaco di Firenze – „è la carta di navigazione di ogni uomo (e dei popoli) dove si intravede da dove vieni, dove sei e dove vai.“.
“La leggo ogni giorno”, racconta Jean Alisson, fuoriclasse del calcio; „per me è come un manuale che mi aiuta sempre: quando le cose vanno bene per non andare fuori strada, quando vanno meno bene per non perdere la fiducia.” E il mitico pianista Duke Ellington: „Ho avuto tre educatori: la strada, la scuola e la Bibbia; ma alla fine è la Bibbia quella che conta di più. E' l'unico libro che dovremmo avere sempre con noi.“

Dio è assoluta trascendenza, e così la nostra „terra promessa“, che è la sua „casa“, si rivela all’uomo in modo parziale e graduale. La lingua biblica quindi non è speculare, cioè visiva o concettuale, ma metaforica: si articola in simboli e allegorie. Le metafore bibliche sono immagini dal nostro quotidiano, ma con la proprietà di introdurci in significati sempre più profondi di ciò che è invisibile e ineffabile. Sono anche lingua universale, accessibile cioè in luoghi e tempi diversi della storia umana, un pò come la poesia e la musica.

Le metafore bibliche sono quindi tutt’altro che rappresentazioni ingenue rispetto, ad esempio, alla conoscenza scientifica, che si muove nella sfera spazio-temporale con una funzione diversa, ma complementare. „La Bibbia è la Parola di Dio, la natura ne è la scrittura“ precisa Galileo Galilei, sicuramente più credente dei suoi dogmatici accusatori. „La scienza descrive, la Bibbia spiega“, aggiunge Pierre Castans, chimico. Per Galileo la matematica è logica numerica (con segni e convenzioni) della materia tangibile; le metafore bibliche sono invece le parole del mistero dell’esistere che ci avvolge e coinvolge veicolandoci significato. Per Didier Decoin „la Bibbia è una fantastica lettera d’amore per farci capire che Dio ci ama e che cosa noi possiamo fare della nostra vita.“

Anche Platone, sommo filosofo e poeta della classicità, si serve di metafore (che lui chiama miti) per spiegare ai discepoli e a se stesso le proprie intuizioni sull’Assoluto e sull’uomo, sul senso del sapere e della vita. La grande letteratura e arte dell’umanità è piena di metafore. Ma la profondità del simbolismo biblico, che culmina nelle parabole evangeliche, va ben oltre ogni espressione filosofica e letteraria. E ispira a sua volta innumerevoli e impareggiabili capolavori artistici e musicali per propagarne in ogni tempo la magica bellezza.

La Divina Commedia ad esempio, ispirata dalla Bibbia, si arricchisce di ulteriori figure allegoriche. Così l’arte di Michelangelo che, volendo rappresentare eventi del Vecchio e Nuovo Testamento, ne inventa liberamente la raffigurazione con la propria fantasia teologica. La visione dell’universo e dell’infinito di Giordano Bruno intende esaltare la trascendenza di Dio con immagini e proiezioni stupende, che non dovrebbero mai consentire l’intrusione di un tribunale per sentenze di ortodossia o eresia, tantomeno per la condanna a morte di un mistico sognatore.
La sacralità musicale di Bach, Mozart, Beethoven e dei tanti da loro ispirati oltrepassa i confini di Messe, Requiem e Alleluia per diffondersi e contagiare anche il profano. In rappresentanza di Giotto, Leonardo, Caravaggio, Dalì e di altri centomila dell‘ambito figurativo Chagall confessa: „Da sempre la Bibbia mi riempie di visioni sul destino del mondo. Nei tempi del dubbio la sua grandezza e la sua sublime saggezza poetica mi danno conforto. Per me è come una una seconda natura. È la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. È una risonanza della natura e dei suoi segreti.”


L‘ingresso dell’amore nella storia

Il percorso biblico culmina nel Nuovo Testamento col Vangelo, dove la „terra promessa“ non è più quella ambita da possedere e governare, ma si focalizza nel regno universale dell’amore: proclamato, vissuto e mediato dal Dio incarnato, crocifisso e risorto. Questo prodigio, intravisto nel Vecchio Testamento come profezia nebulosa, si attua nel Cristo, che è quindi il filo conduttore anche retrospettivo dell‘intera Bibbia, il principio della sua credibilità.
Henri-Marie de Lubac si esprime così: “Il contenuto molteplice delle Scritture sparse lungo i secoli dell'attesa viene interamente a raccogliersi per compiersi, illuminarsi e trascendersi nel Cristo.”
E Jean Daniélou: L'abisso tra Antico e Nuovo Testamento è quello che esiste tra l'annuncio di un qualcosa e la sua realtà.”

Nel Vangelo l’essere-biblico si concretizza in un solo comandamento: „Ama Dio come il tuo Signore e il prossimo tuo come te stesso“. Sono le due facce dell‘unico imperativo che potrebbe tradursi così: „Ama Dio nel tuo fratello“: dove la dimensione verticale dello spirito si congiunge con quella orizzontale. Lo ribadisce per contrasto un altro passo del Nuovo Testamento: „Chi dice di amare Dio e odia suo fratello è bugiardo“ (1.Gv 4,20). Ciò significa che non ha senso il dualismo di fede e amore, ma che la fede è contenuta nell’amore. Il messaggio biblico non è quindi una ingegnosa idea letteraria o una geniale costruzione filosofica. Nel mondo umano prima e fuori della Bibbia l’amore può essere inteso al massimo come empatia naturale o come improbabile regola di convenienza. La Bibbia nel Cristo lo intende invece come relazione fondamentale dell‘uomo con ogni altro nella comunità umana, come la sua stessa identità ontologica. Questo ingresso dell’amore nella nostra storia significa la nostra rigenerazione e il nostro futuro.
In questo senso la Bibbia è Parola di Dio. Ed è in questo senso che, come Abraham Lincoln sottolinea, „la Bibbia è il più grande dono che Dio abbia fatto all'umanità.”

È un fatto che non esiste altro libro o manifesto che neppure lontanemente presuma di poter affermare e fare altrettanto. Dell’amore umano nessuno ha saputo esprimerne con analoga precisione e plasticità l’origine e la funzione. Il Vangelo invece lo spiega e lo rende possibile nella nostra vita come incontro di terra e cielo, di presente e futuro, come armonia dei tanti livelli e risvolti del nostro esistere, dalla coscienza fino all’oscura profondità della psiche. In una formula elementare e personale il Vangelo condensa e supera tutto il precedente e parallelo complesso di leggi e precetti morali senz‘anima. „Ciò di cui mi meraviglio sempre“, osserva il medico e filosofo Albert Schweitzer, „è che nel mondo ci siano più di trenta milioni di leggi per cercare di attuare i dieci comandamenti“, anzi l’unico comandamento dell’amore. E Mahatma Gandhi: “Rispetto al Vecchio Testamento il Nuovo mi fa tutt'altra impressione; il Discorso della Montagna mi va dritto al cuore.”

Nell’intreccio egocentrico e selettivo della società si potrebbe pensare che l’amore evangelico, tradito troppo spesso dagli stessi „eletti“, sia pura utopia. Forse, ma qui utopia non significa fantasia, fuga dalla realtà. Significa piuttosto trascendenza, nel senso che l’amore, quello disinteressato perchè ontologico, non può essere prodotto umano, ma opera di Dio tra gli uomini se l’uomo lo consente. Non si tratta di un presunto annuncio statistico di una vistosa, esteriore conversione del mondo, ma dell’unica condizione per ridare senso alla nostra creatività e al nostro dolore, per ricreare nell’intimo del nostro esistere natura e storia. Capirlo non è facile. Dio ha provato a rendercelo comprensibile „inventando“ un racconto scenico, quello biblico, che si svolge per tappe e non a parole. Perchè neppure una evidenza verbale e concettuale può rovesciare la vita. Può farlo soltanto la vita stessa convertendo la propria conflittualità in fraternità universale col concorso del Dio creatore.

La Bibbia non è un libro di lettura, ma di vita. La Parola di Dio è energia invisibile che trasmettendosi all’uomo lo cambia. Secondo la politica Ingrid Betancourt „la Parola di Dio ci coinvolge quando la sentiamo per quello che è: nostra, vera, reale. Così ha trasformato profondamente la mia vita: oggi il mio tempo non è quello di prima.” E Andrè Gide commenta: „La Parola del Cristo non si esaurisce, ma resta da scoprire perché è sempre nuova… ed è una promessa infinita.“


La Bibbia letta dai filosofi

La Parola di Dio è riconosciuta come faro di saggezza e fiaccola di libertà anche da innumerevoli luminari e colonne del pensiero umano.
„Se voglio allietare, alimentare e rafforzare il mio cuore“, scrive l’illuminista Immanuel Kant, „allora non mi addentro nelle tortuose questioni della filosofia, ma prendo il Nuovo Testamento. Vi trovo dentro una chiarezza infinitamente più grande e una verità ben più profonda di quella di tutti i trattati di tutti i filosofi messi insieme.“ 
E Johann Fichte: „La Bibbia contiene la saggezza più penetrante e sublime, e presenta punti di arrivo a cui tutti i filosofi alla fin fine dovranno tornare.“

 „Il sigillo della verità che si trova nel Vangelo“, riconosce Jean-Jacques Rousseau, „è così sorprendente e inimitabile che il suo inventore dovrebbe essere più grande del suo eroe.“
Per Wilhelm Friedrich Hegel “in nessun luogo si trovano espressioni rivoluzionarie come nel Vangelo.“
Mahatma Gandhi esorta i cristiani a vedere nel Vangelo „non solo un pezzo di buona letteratura, ma un documento con sufficiente dinamite per ribaltare la storia e portare pace a questo mondo dilaniato dalle guerre.“ E aggiunge: “Mi è accaduto molte volte di non sapere che partito prendere; allora mi sono rivolto al Vangelo e vi ho attinto la forza necessaria.“

Dichiara Dietrich Bonhoeffer prima di essere assassinato dai nazisti nel campo di Flossenbürg: „Credo che solo la Bibbia sia la risposta a tutte le nostre domande e che noi con la dovuta umiltà dovremmo solo porle domande per riceverne le risposte.“
„Personalmente torno sempre al Vangelo“, conferma Henri-Louis Bergson, filosofo e scrittore; „lo considero la mia vera patria spirituale“.  

Singolare la confessione del nostro Pier Paolo Pasolini: „Come spesso mi accade di fare, apro a caso la Bibbia e leggo il primo versetto che mi capita sotto gli occhi per consultare quello che potrei chiamare lo spirito del mio destino, l‘imparziale e spietato parere di Dio.
Naturalmente non sbaglia mai. Qualsiasi versetto io legga calza sempre alla perfezione al mio caso con una precisione che mi agghiaccia.“
Una delle riflessioni di Jorge Luis Borges: „Alla letteratura potrebbero bastare tre grandi storie: l’Iliade, l’Odissea e i Vangeli. Gli uomini hanno continuato a raccontarle e adattarle, ma queste storie sono sempre là, inesauribili. Ci si potrebbe immaginare che qualcuno le riscriva fra mille o diecimila anni. Ma nel caso dei Vangeli c’è una differenza: La storia del Cristo, credo, non la si può raccontare meglio di come lo è in queste poche pagine.“


La nostra comune identità

Nel solo Antico Testamento il popolo ebraico ritrova la sua piena, solida identità, che lo compatta spiritualmente e creativamente pur nella sua dispersione da diaspora. L’intera Sacra Scrittura col Nuovo Testamento ispira la nostra millenaria cultura occidentale col suo variegato universo linguistico già dalle origini (come in Italia con Dante o in Germania con Lutero), con le sue innumerevoli opere artistiche e musicali, con i contrapposti sistemi di pensiero, con le molteplici strutture politiche e produttive nel fascino pesaggistico e urbanistico di piazze e chiese, di castelli e abbazie – attraverso l’epoca feudale, rinascimentale, romantica e illuministica, le ricorrenti rivoluzioni culturali e sociali. Nei periodi di cooperazione e di conflitto armato. Nelle esplosive riforme innovatrici e nei regimi di assolutismo, oscurantismo e intolleranza… ma dove la componente di male viene sempre dall’uomo, come nel racconto veterotestamentario del „popolo eletto“. Dal Dio biblico-evangelico viene solo il richiamo all’amore, al rispetto della pari dignità di ogni persona, al principio della „inviolabilità della dignità umana“, inserito anche nella carta delle Nazioni Unite e nelle costituzioni di molti paesi. L’amore per l’uomo dovrebbe essere l’unico metro per discernere e misurare le componenti di evoluzione e involuzione morale che nella storia umana si intrecciano e spesso si confondono. (Mt 13, 24-30)

 „Il Vangelo è la fonte da cui scaturisce la nostra civiltà“, sentenzia il sommo filosofo della modernità, Immanuel Kant, di rigorosa fede protestante.
Con lui concordano giganti anche della letturatura mondiale, come Fjodor Dostoevskij, di profonda fede cristiana: “La Bibbia“, egli scrive, “appartiene a tutti, ai credenti e agli atei in uguale misura: è il libro dell'umanità!” Con ciò intende – e molti altri con lui – che la Bibbia è l’unico grande orizzonte della nostra cultura spirituale, per cui anche i non-credenti vi navigano dentro. È come il grembo comune prima ancora che si differenzi nelle parole, nelle immagini e nelle idee che genera e ispira.

In un trattato del 1942 il nostro Benedetto Croce, filosofo laico, scrive che „tutti noi, credenti e non credenti, non possiamo non dirci cristiani“. E lo motiva cosi: „Il Cristianesimo ha compiuto nel centro della nostra anima e della nostra coscienza morale una rivoluzione di una inedita e indelebile qualità spirituale.“ E giunge a sostenere che questo nobile fondamento identitario della nostra civiltà, da non confondere con le deviazioni teocratiche e clericali, dovrebbe essere ufficialmente riconosciuto e dichiarato nelle istituzioni europree e occidentali. Non farlo significa condannarsi alla condizione di orfani, di smarrimento in un variopinto mondo globale. Tra l’altro il nostro ideale identitario, se non strumentalizzato e deviato, dovrebbe promuovere dialogo e cooperazione, e accrescere la nostra forza e coesione.

Col complesso di orfano invece alcuni esibizionisti di oggi per un pugno di „like“ sui social discreditano metodicamente la Sacra Scrittura con argomenti impropri e carenti di logica. Uno, ad esempio, proprio nel ruolo ambìto di „divulgatore logico“ pubblica testualmente che la Bibbia traboccherebbe „di assurdità scientifiche, contraddizioni logichefalsità storiche, sciocchezze umane, perversioni etiche e bruttezze letterarie”… e suggerisce quindi di „leggerla per perdere la fede“. Un altro chiude il discorso senza neppure aprirlo (ma per ritornarci continuamente!) giurando che dai suoi approfondimenti linguistici risulterebbe che „la Bibbia non parla mai di Dio“ e che quindi le centinaia di traduzioni in circolazione sarebbero manipolazioni editoriali.  
A questi aspiranti napoleoni si potrebbe contrapporre Napoleone Bonaparte in persona, quello vero, con la sua storica confessione: „Sul mio tavolo tengo il Vangelo, il libro per eccellenza. Non mi stanco di rileggerlo, e ogni giorno con lo stesso piacere.“
Gli si potrebbe contrapporre anche un „ateo“ (reale o presunto) più intelligente, come Bertolt Brecht, che ammette: „Eppure la Bibbia è il mio libro preferito!“


La fede di Einstein

Per chiudere una breve nota sul caso Albert Einstein, di tradizione ebraica, che, pur non condividendo il linguaggio biblico perchè troppo antropomorfico (metaforico!), riconosce il Dio trascendente ed evidenzia il dovere del servizio del prossimo. Contrariamente a chi per banale convenzione di bandiera lo considera ateo, Einstein dichiara: „La mia religiosità è una modesta ammirazione dello spirito infinitamente superiore che si rivela in quel poco che possiamo comprendere della realtà. Chi non è in grado di provare stupore o sorpresa vive con gli occhi spenti.“ E sulla solidarietà umana aggiunge: „Il nostro compito è quello di estendere la nostra compassione per abbracciare tutte le creature viventi e tutta la natura nella sua infinita bellezza.“

Con ciò è in piana sintonia con la religiosità biblico-cristiana, probabilmente anche per riflesso condizionato. Del resto la metafora religiosa (che egli non accetta) non è importante in sè, ma per quello che significa (che accetta). Altro riflesso condizionato: Einstein ammira i grandi scienziati del suo rango, come Isaac Newton, architetto matematico della cosmica gravitazione universale, ma che confessa di essere più interessato allo studio della Bibbia che alla ricerca scientifica. Einstein ammira anche – con gratitudine – il quasi contemporaneo James Clerk Maxwell, autore geniale delle leggi sul campo elettromagnetico e la propagazione della luce, senza le quali le teorie einsteiniane della relatività speciale e generale sarebbero persino inconcepibili. Anche Maxwell è di profonda fede cristiana.

In Einstein il suggestivo e singolare spirito di osservazione e interpretazione del mondo
dovrebbe essere una attenuante rispetto alla sua scarsa familiarità con la metafora di religione ebraica. Eppure, pensandoci bene, persino l’universo fisico dalle sconfinate galassie agli ultramicroscopici fotoni potrebbe essere per il mistero del nostro esistere una metafora stupenda.

Mario Tamponi (23.7.2020)

Dienstag, 7. Juli 2020

Dal “cielo stellato” alla “legge morale”


Dal “cielo stellato” alla “legge morale”
Lo stupore della metafora cosmica e del nostro destino

„Due cose riempiono l’animo di una sempre nuova
e crescente ammirazione e timore:
il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“
(Immanuel Kant, Critica della ragion pratica, cap. 34)

Riflessioni di Mario Tamponi

Il “cielo stellato”
Non è solo un capolavoro da contemplazione estetica, il cielo stellato è anche un palcoscenico profondo e inquietante. Lo era già nel quinto secolo avanti Cristo per Talete, il pioniere della filosofia occidentale, che per la voglia di guardare in alto finisce col cadere nel pozzo. Dalla servetta di allora, che nel vederlo scoppia in una ironica risata, e dai benpensanti di sempre quel curioso viene declassato alla categoria dei romantici distratti. È invece il saggio che di fronte alle stelle sente l’irrilevanza del pozzo.
Noi ci accorgiamo del sole col rinnovarsi del suggestivo, banalissimo fenomeno dell’eclissi, ma poi non ce ne curiamo quasi mai nonostante continui ad essere la nostra fonte primaria di vita, di luce ed energia; davanti al suo splendore di mezzogiorno i nostri arcaici progenitori si prostravano in ginocchio con sentimenti di venerazione e gratitudine. La terra è inesauribile nelle sue manifestazioni di gratuità e bellezza; di terre il sole ne conterrebbe più di un milione. Di soli se ne contano centinaia di miliardi nella nostra galassia, e di galassie centinaia di miliardi nel cosmo conosciuto: con fenomeni sconvolgenti di supernove, buchi neri con masse da milioni e miliardi di stelle, nebulose in processi fantasmagorici di aggregazione e disgregazione, campi elettromagnetici e gravitazionali, soprattutto vuoti abissali. E la luce, messaggero veloce come un lampo che in un secondo avvolge oltre sette volte il nostro globo, col firmamento racconta alla nostra brevissima fragilità un passato di inimmaginabili miliardi e miliardi di anni.
Questa immensità astrale è una parte minima di quanto l’universo contiene; almeno il restante 95% è materia ed energia oscura, che la scienza ipotizza per spiegare la rivoluzione delle galassie attorno al loro centro e l’espansione in accelerazione vertiginosa dell’intero cosmo: le postula senza neppure supporne il dove e il come. Se un giorno riuscisse a scoprirle e capirle dovrebbe forse rivedere interamente le teorie e le certezze sull’universo finora conosciuto.
Altro enigma resta la “localizzazione” dell’antimateria che col big bang si sarebbe generata per simmetria nella stessa quantità della nostra materia; una questione non trascurabile dato che un incontro delle due comporterebbe il loro reciproco annichilimento, la nostra immediata scomparsa. Non irrilevante né fantascientifica è anche l’ipotesi (suggerita da lacune altrimenti incolmabili dell’attuale astrofisica) dell’esistenza di altri universi “accanto” al nostro, ovviamente tra loro incomunicabili, forse innumerevoli, forse infiniti. Tutta questa realtà osservata e postulata che “mi sovrasta” è – per dirla con Kant – il “cielo stellato sopra di me”.
C’è poi la sfera microscopica fino al nanometrico considerata dalla meccanica quantistica, che l’abituale classificazione di piccola non ci autorizza a sottovalutare o contrapporre a un “grande” presunto, perché si tratta pur sempre del nostro stesso universo percepito all’inverso. Con la consapevolezza di questa ottica rovesciata nell’equivalenza delle dimensioni anche quel “sotto” (microscopico) rientra nel “sopra” (macroscopico) nel senso della reciproca interdipendenza e intellegibilità. Banale è quindi la posizione intermedia che normalmente l’uomo attribuisce a se stesso in una immaginaria scala di grandezze fisiche.
Finora il macrocosmo ispezionato con l’ottica ormai universalmente condivisa della relatività generale sembra divergere dal bizzarro nanometrico analizzato con l’ottica altrettanto vincente della fisica dei quanti. L’ambizione della scienza è oggi quindi quella di unificare o sintonizzare in una sola equazione macro e microcosmo, ma anche le interazioni fondamentali della fisica. Obiettivo esaltante, anche se ridicola è la presunzione di poter così disporre della chiave per detronizzare l'Assoluto: un Assoluto caricaturalmente immaginato piccino piccino, imprigionato nei nostri schemi concettuali, nelle convenzioni matematiche della nostra effimera cultura.
Un pò di presunzione sarebbe persino verosimile se le verità scientifiche fossero assolute e non – come realmente sono – storiche, prospettiche, funzionali spesso all’istinto di dominio e a interessi di profitto. La conoscenza scientifica è necessariamente induttiva: della realtà fisica non ci dice cos’è, ma come sembra essere sulla base delle domande che riesce a porle, pochissime rispetto alle tante possibili nelle innumerevoli diversità di linguaggi, culture e convenienze. È anch’essa simbolica, comunque formale. Lo avvertiamo già quando col nostro sguardo neurologicamente tridimensionale ci confrontiamo con una dimensione in più, ad esempio col tempo del modello della relatività generale. Per orientarci nell’astrazione matematica non possiamo non continuare a servirci di raffigurazioni tridimensionali; immaginiamoci quando formule matematiche più complesse ci prospettano cinque, nove, dodici dimensioni!
La matematica, diventata con Galileo l’anima della scienza, si fa sempre più sofisticata; indagini sperimentali con acceleratori e altri strumenti complessi e giganteschi sondano l’estrema profondità della materia, quella che ci sta accanto, tranquilla e familiare, per farci capire che il mondo è pluriforme e nulla è scontato. Neppure quello che la stessa scienza ci racconta e cerca di predirci: fra cinquant’anni nel caso ci sarà dato di vivere ancora o fra milioni di anni nel caso la fantasia ci consenta proiezioni così lunghe. Quanto più la scienza progredisce (ed è prodigioso che ciò avvenga!), tanto più si amplia, accanto al successo delle applicazioni tecnologiche, il campo degli enigmi irrisolti, degli innumerevoli non ancora emersi e neppure previsti, delle domande senza risposta o con soluzioni non sempre compatibili. Per non parlare delle correlate questioni filosofiche su cui di volta in volta la scienza naturale è tentata di dire la sua senza averne la competenza.

Il mondo “fenomenico”
Con una rivoluzione filosofica denominata “trascendentale”, ben più epocale di quella astronomica copernicana – e che qui mi permetto di ricordare in forma libera e schematica – Kant ci aiuta a capire che il mondo fisico non è un’entità autonoma che preceda la nostra conoscenza; è invece il prodotto della nostra percezione ed elaborazione, innanzitutto mediante le nostre categorie a priori spazio-temporali, principi di materialità. Significa che il mondo fisico, quello della nostra visione quotidiana e della scienza, è “fenomenico” (rispetto a quello “noumenico”, reale), è cioè una nostra rappresentazione. Questo costruttivismo conoscitivo che mette in crisi ogni realismo ingenuo (di una realtà fatta di oggetti e di un uomo oggetto tra gli oggetti) è una conquista definitiva da cui è insensato tornare indietro.
Certo, le categorie a priori di Kant si ispirano allo spazio e tempo della fisica newtoniana come contenitori separati, immobili e universali degli eventi; ma il suo dualismo di fenomeno e noumeno resta valido – come schema – anche dopo il superamento del rigido spazio-tempo newtoniano in quello relativo e plastico di Einstein. Ancora. Sempre come schema l’ottica kantiana resta valida anche dopo il rovesciamento della sua stessa impalcatura metafica operato da Heidegger, da Wittgenstein e dalle varie forme di ermeneutica, secondo cui il mondo fisico – come quello immateriale – si trasforma da raffigurazione in “interpretazione” con la magia del linguaggio fluido e simbolico “in cui abitiamo”. “Non ci sono fatti”, sostiene Nietzsche, “ma solo interpretazioni, e anche questa è interpretazione” (Frammenti postumi 1885-1887). È come dire che il mondo materiale (fenomenico) si spiritualizza con la nostra intelligenza, che è creativa perché comunicativa.
A proposito di raffigurazione. Il fatto che il mondo esterno non è quello che crediamo di “vedere” potrebbe spiegarcelo qualsiasi oculista anche senza strumenti filosofici. La luce riflessa dai presunti oggetti entra nella pupilla, simile all’obiettivo di una macchina fotografica; con la lente le figure si capovolgono sulla retina, da dove per reazioni chimiche ed impulsi elettrici si trasmettono codificate al cervello, che non dispone di sale cinematografiche per la proiezione delle immagini originarie; vero è che il nostro mondo visivo è il prodotto del nostro processo conoscitivo, che non ci consente neppure di supporre cosa e come possano essere gli impulsi di partenza da un presunto “fuori”. Per non parlare dei tempi neuronali (diversamente compressi, dilatati e poi sincronizzati) che non corrispondono a quelli di un orologio “esterno”. Da notare ancora che dello spettro elettromagnetico della luce emanata dai presunti oggetti l’occhio recepisce una parte infinitesimale. Sulla costruzione del nostro mondo fisico potrebbero dirci cose analoghe specialisti degli altri organi di senso; e zoologi potrebbero documentare la nostra parzialità percettiva rispetto ad animali dotati di organi con tecniche e sensibilità diverse. I neurofisici rilevano inoltre che il nostro cervello non registra allo stesso modo tutti i dati sensoriali o stimoli di partenza, ma li seleziona drasticamente secondo interessi ed emozioni già nell’atto di riceverli, collegarli e memorizzarli. Ovviamente sotto l’ottica filosofica, quella kantiana, anche il cervello è mondo esterno, fenomenicamente percepito e “costruito” come qualsiasi altro oggetto.
Fautori dell’oggettivismo naturalistico chiamano in causa il ruolo della matematica, attribuita alla realtà fisica come struttura e logica di comportamento: una matematica che garantisce una esatta conoscenza quantitativa e comparativa dei fenomeni, apre a molte scoperte ancor prima della loro verifica sperimentale e consente un incredibile sviluppo della conoscenza e delle sue applicazioni tecnologiche. Inevitabilmente si pone però la questione sulla natura della stessa matematica: se sia scoperta oppure invenzione, cioè se l’uomo scopra quella logica nel mondo oppure se sia lui a trasmetterla al mondo come “prodotto” della sua conoscenza. Pare logico pensare – come del resto molti matematici autorevoli in sintonia con Kant pensano – che vere siano l’una e l’altra cosa a seconda del punto di vista. È come dire che la matematica è struttura del mondo costruito dal processo conoscitivo.

La sfera della coscienza
Certamente l’universo fisico vive nella e della nostra coscienza (intesa come esistere personale), come se di questa fosse il palcoscenico, la proiezione estensiva, il prolungamento virtuale della sua inafferrabile dimensione corporea, del multiforme linguaggio espresso o solo pensato, dell’immaginazione creativa. È anche un fatto che per il significato e il destino del nostro esistere non sono indispensabili presunte verità definitive sul mondo “esterno”, che del resto non ci vengono offerte dalla scienza, certamente molto più avara della coscienza, quest’ultima col suo flusso inesauribile di bellezza e poesia, di scelte e sentieri da percorrere. Non è pensabile che Francesco d’Assisi e Dante avrebbero vissuto una vita più piena dopo la rivoluzione astronomica copernicana, così come Galileo e Newton con la curvatura spaziotemporale di Einstein… o Einstein con gli approfondimenti contemporanei della fisica quantistica.
La scienza positiva si confronta solo con oggetti e fenomeni corporei, anche quando studia l’uomo come insieme di organi, ormoni e altro, o quando ne analizza il cervello come sistema di neuroni e sinapsi, di impulsi da localizzare e misurare, di inconscio e subconsio e di tutto il resto. Quando nella sfera subatomica la meccanica quantistica crede di superare l’oggettualità considerando le particelle come relazioni e definendone lo stato e l’azione come dipendenti dall’osservatore, in realtà l’osservatore coinvolto non è l’uomo come coscienza, ma come “oggetto” misurante dentro un orizzonte di “oggetti”. Quando la stessa scienza quantistica sostiene che il tempo “non esiste” (dichiarazione di per sé affascinante!), in realtà il tempo in questione è un fattore cosificato; non è quello esistenziale, che attraversa e tesse in ognuno la storia di memorie e progetti, di parole e metafore che rinviano di significato in significato e ci trasmettono il senso dell’infinito facendocelo pregustare lungo il cammino.
La coscienza siamo noi, e in ognuno di noi è relazione, di cui sono incapaci gli oggetti. Ognuno di noi esiste come relazione orizzontale (con l’altro) e verticale (con l’Assoluto); sono due ma in una come capacità di trascendere la solitudine ontologica. La relazione con l’Assoluto è condizione di possibilità dentro la relazione con l’altro. Un Assoluto che rivelandosi al nostro essere-relazione è improprio considerare come Sostanza separata; ci appare invece come evento fondante che ognuno ha il diritto di raffigurarsi e nominare simbolicamente come meglio crede, ma che è un non-senso negare, perché la solitudine ontologica è astrazione, regressione nel pre-esistere.
Se la formula che potrà unificare le teorie fisiche sul macro e microcosmo e sulle interazioni fondamentali è obiettivo scientifico, forse un miraggio, decisiva è invece l’equazione che ricompone nell’unità il dualismo relazionale dell’esistere: „Ama il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso“. Nel Vangelo di Gesù di Nazareth questa formula si esprime nelle modalità del Discorso della Montagna, dell’essere e non dell’avere o dell’apparire, dell’apertura incondizionata all’altro come singolarità e come comunità, della libertà oltre le maschere, del debito di gratitudine per l’esistere che ci accompagna non col peso di un dovere, ma con la gioia del nostro compimento creativo. Le modalità sono tutte riconducibili all’essenziale, che non è dottrina per presuntuosi e arroganti, ma rivelazione per semplici senza calcoli e preconcetti.
La vera etica non è una normativa a base metafisica, ma è la stessa vita relazionale come evento, dove non sono i poli (io - l’altro - l’Assoluto) a caratterizzare la relazione, ma è la relazione a configurare i poli. L’etica non è qualcosa di destinato ad essere superato dall’evoluzione biologica e neurogenetica, ma l’opportunità singolare di riscatto dalla logica della concorrenza selettiva; è la scoperta della fratellanza da vivere col dono della forza per riuscirci. Non la scienza, ma l’etica ci richiama scuotendoci personalmente alla più vitale delle evidenze. È quanto intende Dostoevskij quando fa dire al principe Myskin: “La bellezza salverà il mondo.” La bellezza non nel senso estetico, ma come valore etico. Per il cristiano – e Dostoevskij lo era profondamente – significa Redenzione, dove l’Assoluto nella nostra relazione con l’altro assume il volto umano del Cristo.

“La bellezza salverà il mondo”
Ricondurre tutto all’etica significa tutt’altro che banalizzare la complessità della vita. Quel riferimento, apparentemente esile, può ispirare discipline e trattati, affollare biblioteche di volumi monumentali sull’agire umano, che è autentico solo se resta appunto ancorato al suo principio elementare di relazione. Altrimenti la scienza positiva, da ricerca avvincente sul creato può degenerare nell’oblio dell’esistere; la religione, da testimonianza di trascendenza può degenerare in dogmatismo e oppressione; la politica, da servizio degli altri può degenerare in demagogia e affarismo; l’economia, da gestione del patrimonio comune può degenerare in corruzione e mercificazione dell’uomo; la finanza, da equa amministrazione può degenerare in speculazione e dominio; la comunicazione, da informazione e confronto può degenerare in propaganda e manipolazione; la tecnologia, dalla moltiplicazione delle possibilità può degenerare in dipendenza e idolatria. Nell’umanità senza etica si alimentano conflittualità intimidatorie, guerre che non diventano mondiali solo per la rafforzata deterrenza nucleare, lobby invisibili e mafie ramificate con moltitudini di affiliati e sostenitori, la sfacciata opulenza dei pochi contro il necessario per la sopravvivenza dei tanti, i soprusi sui deboli. E prosperano gli sciacalli che si arricchiscono sulla militarizzazione e l’inquinamento, sulla disoccupazione e il lavoro nero, sulla droga e la prostituzione minorile, sulla schiavitù degli inermi.
Oggi parlare di bene comune è diventato di moda, ma attenti alle contraffazioni! Un’etica senza la componente verticale (relazione con l’Assoluto) non è razionalmente sostenibile né possibile se non nella forma del buonismo ipocrita e narcisistico; ce lo dice l’analisi darwiniana dell’evoluzione selvaggia. Ancora. L’etica ontologica può essere supportata dall’empatia naturale grazie ai cosiddetti neuroni-specchio, ma l’empatia non è etica. Totalmente diversi sono i piani: l’empatia è un fenomeno psicologico-organico-genetico, l’etica coinvolge invece la libertà di ogni irripetibile individuo. Una libertà che non è quella che la scienza vorrebbe osservare e misurare sui riflessi neuronici o dice di veder contraddetta dal fatto che le nostre scelte sembrano precedere di qualche frazione di secondo la loro consapevolezza come se si trattasse di determinismo o automatismo mascherato. La libertà etica non è neppure quella che la meccanica quantistica crede di veder negata dal principio di indeterminazione.
La ragione è profonda e univoca: dipende dal fatto che il piano oggettuale della scienza non è quello dell’esistere relazionale, che è libero e “sa” di esserlo. Del resto solo sulla libertà etica può fondarsi la comunità umana; se la si negasse crollerebbe tutto… e in ognuno e in ogni gruppo varrebbe il diritto alla violenza contro tutti. La relazione etica interpersonale è la radice della rete parentale, comunitaria e sociale in ambito locale e internazionale. Senza etica l’umanesimo anche come parola sarebbe vuoto di senso; vuoto sarebbe anche ogni giudizio di merito e di valore, ogni utopia; vuoto sarebbe l’auspicio di pace, di convivenza solidale.  
Se l’etica non è possibile senza la componente verticale (da non intendere in senso confessionale), non è possibile neanche senza la componente orizzontale. Ci ammonisce la Parola biblica (1Gv 4, 20-21): “Chi dice di amare (=credere in) Dio ma odia suo fratello è bugiardo!” Se cristiano è chi nello stesso atto ama Dio e il prossimo, la fede di ognuno non può limitarsi ad una professione verbale, ma deve interrogarsi nell’interiorità sulla propria coerenza etica. Così chi crede di essere cristiano potrebbe non esserlo; e viceversa. Il teologo gesuita Karl Rahner denomina “cristiani anonimi” gli “etici” non confessionali; e “non-cristiani anonimi” i cristiani professi che non interpretano correttamente il senso delle loro parole e dei loro comportamenti. Se così fosse – come sembra – la chiesa universale del Cristo potrebbe non coincidere esattamente con quella istituzionale. In effetti i più perfidi interlocutori di Gesù di Nazareth sono gli scribi e i farisei che dicono di credere e si ritengono “giusti”.

“Cielo stellato” e “legge morale”
Questo discorso etico, radicato nel cristianesimo, è in piena sintonia anche con la trattazione rigorosamente razionale di Kant. Il filosofo, per il quale – come già accennato – il mondo fisico è fenomenico, vede nell’etica (denominata “legge morale”) l’esperienza umana del reale (noumeno). Proprio per questo Dio, in quanto di per sé non oggettivabile, non è dimostrabile con la ragion pura; è “testimoniabile” invece solo con la ragion etica. Il comandamento cristiano dell’amore del prossimo coincide con l’imperativo etico che anche Kant fonda nell’Assoluto e formula così: “Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai come mezzo.”
Potrebbe sorprendere allora che, nonostante la contrapposizione valoriale tra fenomeno e noumeno, Kant ponga sullo stesso piano come oggetto del suo stupore il “cielo stellato” e la “legge morale”: „Due cose riempiono l’animo di una sempre nuova e crescente ammirazione e timore: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me.“ (Critica della ragion pratica, cap. 34). Ma c’è una ragione. Il fatto che il “cielo stellato”, cioè il mondo fisico e oggettuale, sia fenomenico non significa che non esista; esiste come rappresentazione con la sua bellezza straripante, come metafora del trascendente, che solo nel rapporto etico si vive realmente. Quel mondo fenomenico, che normalmente secondo il principio di causalità chiamiamo “creato”, creato effettivamente lo è, nel senso che ci è dato, interamente, anche se le modalità bibliche dell’evento creativo andrebbero meditate con l’intensità simbolica della poesia.
La scienza partecipa del fascino della natura che indaga, e così risulta inconcepibile che molti scienziati del nostro tempo – per autosuggestione – credano di essere quasi inventori o creatori delle meraviglie che vi scoprono, mentre dovrebbero esserne solo testimoni o messaggeri. Galileo, fondatore della scienza moderna, e Newton, promotore dell’astrofisica, entrambi profondamente credenti, affermano di voler cercare nel mondo le orme del Creatore, con la convinzione che il racconto della scienza non possa non essere compatibile – nelle diversità espressive – con quello della fede: Bibbia, tradizione, sacramenti; la metaforicità del linguaggio decodifica persino l’impalcatura metafisica dei dogmi.
Come il mondo fisico e la sua scienza, ridondanti di simboli, rinviano all’etica, anche l’etica nella sua invisibilità fisica si esprime con simboli ispirati al vissuto quotidiano. Le nostre metafore sulle due sfere sono sempre sfumate ed evocative, come opere d’arte, aperte ad orizzonti sempre più vasti. Ma in ultima istanza il loro intreccio simbolico porta alla trascendenza dell’etica.
Affascinati dall’estrema logica della natura, che del resto è quanto rende possibile la scienza, parecchi scienziati di oggi, pur dichiarandosi atei o agnostici, sembrano disposti a riconoscere l’esistenza di un Assoluto come quello di Spinoza, che coincida con la natura stessa o la inglobi; ma respingono come ingenua l’idea di un Dio personale come quello biblico o cristiano. Il che sembra in contrasto con le loro stesse premesse. Il Dio di Spinoza è una entità metafisica di tipo aristotelico, perfetta, autonoma e – come tale – analizzabile nei suoi “attributi” e “modi” come, data la presupposta trascendenza di Dio, sarebbe illogico fare. Pensare invece un Dio persona, ad esempio come Padre – se con ciò non lo si antropomorfizza – potrebbe significare limitarsi a considerarlo simbolicamente come fondamento del nostro esistere etico, come polo della nostra relazionalità, senza la presunzione di poterlo definire nella sua assolutezza. Una visione nell’ottica umana che pare molto più coerente di quella di una metafisica oggettivante, e ancor più di una  scienza fisica che adotta l’idea metafisica in versione naturalistica.
Gli scienziati di cui sopra cadono nella loro semplificazione sviante già quando dei due livelli kantiani ignorano il “noumeno” per assolutizzare il “fenomeno” come realtà prima e ultima. Un materialismo che si basa sulla contraddizione concettuale di dare per scontato quanto si vorrebbe o dovrebbe dimostrare! E così, stando all’ottimismo scientista, la scienza crescendo dovrebbe svelare ogni mistero, risolvere ogni problema. Manipolando il genoma umano promette di giungere un giorno a estirparne persino l’aggressività e rendere obsoleta l’etica. È un fatto invece che, trattato come oggetto o “materiale umano”, l’uomo diventerà robot senza relazioni reali, senza identità, macchina destinata ad esprimere la sua inutilità quando altre macchine artificiali la supereranno in intelligenza tecnica, quando cioè il produttore diventerà prodotto del proprio prodotto. Dio non voglia che l’apoteosi del mondo umano si celebri un giorno nella torre o tomba di Babele!
Sembra che il mito platonico della caverna valga anche per questa categoria di scienziati, nei quali il pregiudizio di fondo è ancor più radicato che nell’uomo comune. Sarebbero come “prigionieri” incatenati e immobili che credono come unica realtà le ombre che vedono proiettate sulla parete della grotta oscura, incapaci di dar credito a chi, liberandosi delle catene, vede dietro le spalle dei compagni il fuoco che con la luce produce l’illusione delle ombre e, varcando la soglia, scopre il Sole, metafora di bellezza e del bene etico.

Contemplazione biblica
L’idea contemplativa di Kant sul “cielo stellato” e la “legge morale” si arricchisce di fascino nella preghiera di lode di Davide.

Sul “cielo stellato” (Salmo 8):
“O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome su tutta la terra:
hai posto sui cieli la tua magnificenza!
Quando contemplo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che vi hai disposto,
che cos’è l’uomo, chè ti ricordi di lui,
o il figlio dell’uomo chè tu ne debba aver cura?
Eppure tu l’hai fatto per poco meno d’Iddio,
l’hai coronato di gloria e maestà,
gli hai dato il dominio dell’opera delle tue mani,
ogni cosa hai posto sotto i suoi piedi.
O Signore, Signor nostro,
quanto è grande il tuo nome per tutta la terra!”

E sulla “legge morale” (Salmo 133):
”Oh quant’è bello e quanto è soave
l’abitare dei fratelli insieme!
È come l’olio sul capo,
che scende sulla barba, sulla barba di Aronne,
e cola sullo scollo dei suoi paramenti.
È come rugiada dell’Hermon
che scende sui monti di Sion;
perché là il Signore largisce la benedizione,
la vita nei secoli.”

Mario Tamponi

L'eclissi di una leggenda.


L’eclissi di una leggenda.
Monica Vitti verso i novanta 


Versatile, drammatica e ironica, Monica Vitti è una protagonista tra le più autentiche del nostro cinema.

Una suggestione analoga, più infantile e passeggera, l’avevo vissuta già ai tempi delle elementari in Sardegna con Brigitte Bardot, che andavo a vedere furtivamente al cinematografo del villaggio vicino. Al ragazzetto che ero, appariva come un‘eroina da sognare, e la sognavo come una intraprendente sorella maggiore o una zia disinibita in contrasto col monotono mondo femminile di famiglia e di paese.

Monica Vitti si accampò più tardi nel mio immaginario giovanile diventato più riflessivo. Film di Antonioni come L’avventura, La notte, L’eclissi e Deserto rosso erano la più coinvolgente rappresentazione dell‘esistenzialismo che amavo. In quei racconti scenici mi colpivano gli ambienti stilizzati e verniciati con i colori dell’anima, l‘inquietudine diffusa che era della società e della mia età, soprattutto l‘interpretazione a tutto campo di Monica Vitti con la sua sensibilità tra fierezza sovrana e femminilità indifesa, con lo sguardo penetrante e smarrito, con la voce roca.

Mi sembrava che in lei non ci fosse nulla di finto. Anche in ruoli non autobiografici c‘era sempre la sua storia con i suoi drammi e la sua bravura. „Fra la mia vita e il mio lavoro“ – mi confidò lei stessa parecchi anni dopo – „non c’è separazione. La rappresentazione è una componente vitale della mia esistenza: dove finisce la rappresentazione finisce anche la mia realtà. Per questo svolgo il mio mestiere con estremo rigore e molta pulizia“. Nei miei anni universitari a Torino nella mia funzione di conduttore di cineforum per studenti, intellettuali e operai inserivo quasi sempre tra i classici di Fellini, Bergmann, Truffaut e Godard anche le produzioni di Antonioni, soprattutto per il ruolo singolare della protagonista che affascinava tutti, come una volta Anna Magnani, Gina Lollobrigida e Sofia Loren nel clima del neorealismo da dopoguerra.

Destino volle che un giorno a Berlino, nel febbraio del 1984, incontrassi per una intervista Monica Vitti in persona; la Berlinale le aveva appena conferito l’Orso d’argento per la sua interpretazione in „Flirt“, realizzato col suo nuovo compagno di vita Roberto Russo. Mi fissò l‘appuntamento all’Hotel Kempinski e mi accolse in vestaglia e senza trucco all‘ora del primo caffè nella camera condivisa anche dall’amico. Lei si accomodò a gambe incrociate al centro del grande letto lasciandomi l’opportunità senza alternativa di sedermi al bordo. Sicuramente per mettermi a mio agio e per smontare d’un colpo – riuscendoci - il suo idolo nella mia testa e apparire la persona che era, spontanea e spiritosa nella sua amena complessità.

Premise che quel „premio“ di Berlino le era più caro di tantissimi altri prestigiosi della sua carriera „perchè andava ad un film prodotto non da una grande casa cinematografica, ma „in casa da due persone“. „Roberto ed io abbiamo meditato insieme questo soggetto per quasi tre anni: poi lui ne ha diretto la realizzazione ed io ne ho curato l’interpretazione. Per lui è il primo film, per me è un’esperienza nuova.“ Il suo commento sul film: „È un tema che ci sta particolarmente a cuore, tratta di pericoli e agguati nei rapporti di coppia. Noi vogliamo aiutare uomini e donne che vivono assieme a star meglio, a non farsi distruggere la loro esistenza e il loro amore da fattori esterni. Speriamo di essere riusciti a mostrare come sia possibile portare una situazione negativa, com’è la follia, verso uno sbocco positivo: nel senso che alla fine i due pazzi innamorati sono di nuovo felici, oltre la routine e la noia.“

Per lei, già celebre star, quel film sperimentale era come un atto d’amore per un amico da promuovere anche professionalmente; nel corso della nostra conversazione cercava di dargli spazio invogliandolo a completare le sue risposte. Era chiaro che dopo l‘esperienza sentimentale con Antonioni quel nuovo amore rappresentava per lei la chance decisiva per combinare il bisogno di amicizia protetta con l‘esisgenza di emancipazione personale.

La vita di Monica Vitti non è mai stata una villeggiatura, a cominciare dall‘adolescenza con genitori difficili. „La mia vita l’ho decisa molto presto“, mi raccontò. „Avevo 14 anni e mezzo quando ho deciso di non sposarmi e di non avere bambini. Chissà perchè… certamente perchè volevo dimostrare a me stessa o a mia madre o agli altri di avere un valore al di là del mio sesso. Il fatto che fossi donna, forse nell’Italia di allora più che in quella di oggi, voleva dire trovare un marito che ti sposa e ti mantiene, far crescere dei bambini e basta. Già allora questa dipendenza mi appariva come una costrizione paurosa. E così mi sono preoccupata innanzitutto di lavorare, di rendermi indipendente rispetto all’uomo che avrei potuto scegliere. Ho evitato quindi di cadere in una dipendenza economica o predeterminata da un contratto coniugale; ma dal punto di vista sentimentale mi sono sempre sentita estremamente dipendente. Ho molto bisogno di protezione: l’affetto è la condizione psicologica che mi fa sopravvivere. La solitudine affettiva la sento come disperazione. Ma è solitudine anche la convivenza con un amante che si trasforma in padrone.“

Sembra strano come una donna così dipendente dagli affetti – da parte di un suo uomo, ma anche degli amici in genere – abbia sempre cercato l’indipendenza in tutti gli altri campi. Ma è possibile tanta determinazione già a 14 anni e mezzo?“, le chiesi. „Credo che tra i 14 e i 20 anni si decidano tutte le cose che si fanno poi nella vita“, mi rispose. „È l’età fondamentale, ma anche la peggiore, la più pericolosa, la più faticosa. È un’età che… meno male che la si vive solo una volta! Nulla è così doloroso come il dover decidere cosa fare di se stessi.“

In uno dei suoi libri Monica Vitti ha confessato: „Faccio l’attrice per non morire“. A 14 anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ma ho capito poi che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra“: facendo piangere e ridere gli altri. In questo senso lei ha magistralmente interpretato tanti ruoli, dal tragico al comico, dalla leggerezza della commedia italiana all‘intrattenimento televisivo. Ma da diva restando anti-diva. Bellissima, ma senza occuparsi mai del lato estetico, fino a rifiutare con ostinazione un piccolo ritocco chirurgico del naso richiesto da un regista bizzarro. Una grande attrice emulata da celebrità come Vanessa Redgrave che ripeteva: „Volevo essere come Monica Vitti.“ Autori e registi internazionali hanno cercato di attrarla all’estero, ma lei, oltre a quattro film in Francia e due in Inghilterra, ha preferito restare in Italia con la più naturale delle motivazioni: „Più si restringe il campo e più è possibile andare in profondità ed esprimere quello che sei.“

Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, è nata il 3 novembre 1931 a Roma, da dove ha attraversato dentro l‘avventura esistenziale l’osannata carriera cinematografica… fino al 1994. Da allora, colpita da una malattia degenerativa simile all’Alzheimer, non è apparsa più in pubblico per non vivere sotto gli occhi di tutti la sua sofferenza. Nel silenzio della casa romana, lontana dagli amici e dai riflettori di ogni tipo, è assistita dal marito Roberto Russo in un rapporto d‘amore mai interrotto, come da fiaba.

Nessuno conosce il suo volto di oggi, ma è più bello e reale convivere con quello di una volta, che è quello di sempre nel tempo implacabile. Nel mio intimo la celebro non come una meteora infranta, ma come espressione del fascino dentro l’umano che si trasmette sublime senza clamore. Oggi la sento ancora più vicina con affetto e ammirazione. Con la preghiera che continui ad amare la vita senza dover soffrire troppo.

Mario Tamponi

Sonntag, 5. Juli 2020

Che cos'è il tempo?


Che cos`è il tempo?
Lezione magistrale di Sant’Agostino (398 d.C.)
(dalle Confessioni, cap. XI)
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Introduzione (Mario Tamponi)

Il tempo è il problema dei problemi.
Einstein lo percepisce relativo rispetto a velocità e campi gravitazionali;
nel nanometrico la meccanica quantistica lo scopre inesistente.
Le due interpretazioni sono geniali, ma nell’ambito fisico, cosmico.  
Più profonda e fondante è la dimensione esistenziale del tempo,
sintonizzato cioè con la nostra coscienza e col mistero della vita.
Del tempo esistenziale non esiste nella storia del pensiero umano
analisi più logica e coinvolgente di quella di Sant’Agostino (354-430 d.C.),  
che ci consente di superare l’ottica acritica di ogni materialismo
(„materia“ è spazio-temporalità)
e di cogliere il senso dell‘eterno. mt
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Premessa (Mario Tamponi)
Cosa faceva Dio prima di creare il mondo? Se Dio ha creato il mondo, chi ha creato Dio e – in un processo all’infinito – chi ha creato il creatore del creatore di Dio? Agostino parte da queste domande ingenue del senso comune per giungere ad una rigorosa analisi del tempo. Se la sua riflessione di tanti secoli fa illuminasse intellettuali e scienziati di oggi, ne risparmierebbe parecchi da assurdità pseudofilosofiche fatte passare come sensate. Si pensi, ad esempio, a Stephen Hawking, brillante studioso del big bang e dei buchi neri, ma che nega Dio solo perchè ingannato anche lui dal banalissimo circolo vizioso di Dio e dei suoi creatori. mt

AGOSTINO:  Tutte le cose lodano il loro creatore. Ma tu, o Dio, come creasti il cielo e la terra? Non certo in cielo e in terra creasti il cielo e la terra; nemmeno nell'aria o nell'acqua, che pure appartengono al cielo e alla terra. Non creasti l'universo nell'universo, non esistendo lo spazio ove crearlo prima di crearlo perché esistesse. Né avevi fra mano un elemento da cui trarre cielo e terra: perché da dove lo avresti preso se non fosse stato creato da te per crearne altri? Ed esiste qualcosa se non perché esisti tu? Dunque tu parlasti e le cose furono create; con la tua parola le creasti. (…) Quale magnificenza, Signore, le tue opere; tu creasti tutto nella tua sapienza! Essa è il principio, e in quel principio creasti il cielo e la terra. (…)  
Ma non è nel tempo che tu precedi i tempi. Altrimenti non li precederesti tutti. E tu precedi tutti i tempi passati dalla vetta della tua eternità sempre presente; superi tutti i futuri, perché ora sono futuri, e dopo giunti saranno passati. Tu invece sei sempre il medesimo, e i tuoi anni non finiscono mai. (…) Non ci fu dunque un tempo durante il quale non avresti fatto nulla, perché il tempo stesso l'hai fatto tu; e non vi è un tempo eterno con te, perchè tu sei stabile, mentre un tempo che fosse stabile non sarebbe tempo.


Lezione di Agostino sul tempo

Ma cos'è il tempo? Se nessuno m'interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m'interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due quindi di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono dal momento che il primo non è più e il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente per essere tempo deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di esso che esiste se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo se non in quanto tende a non esistere.

Eppure parliamo di tempi lunghi e tempi brevi riferendoci soltanto al passato o al futuro. Un tempo passato si chiama lungo se è, ad esempio, di cento anni prima; e così uno futuro è lungo se è di cento anni dopo; breve poi è il passato quando è, supponi, di dieci giorni prima, e breve è il futuro di dieci giorni dopo. Ma come può essere lungo o breve ciò che non è? Il passato non è più, il futuro non è ancora. Dunque non dovremmo dire di un tempo che è lungo, ma dovremmo dire del passato che fu lungo, del futuro che sarà lungo. (…)

Perché questo tempo passato, che fu lungo, lo fu quando era già passato o quando era ancora presente? Poteva essere lungo solo nel momento in cui era una cosa che potesse essere lunga. Una volta passato, non era più e dunque non poteva nemmeno essere lungo, perché non era affatto. Quindi non dovremmo dire del tempo passato che fu lungo: poiché non troveremo nulla che sia stato lungo dal momento che non è, in quanto è passato. Diciamo invece che fu lungo quel tempo presente perché, mentre era presente, era lungo. Allora non era già passato così da non essere; era una cosa che poteva essere lunga. Appena passato invece cessò all'istante di essere lungo, perché cessò di essere.

Consideriamo dunque se il tempo presente può essere lungo. Cento anni presenti sono un tempo lungo? Considera prima se possano essere presenti cento anni. Se è in corso il primo di questi cento anni, esso è presente; ma gli altri novantanove sono futuri, quindi non sono ancora. Se invece è in corso il secondo anno, il primo è ormai passato, il secondo è presente, tutti gli altri sono futuri. Così per qualsiasi anno intermedio nel numero dei cento che si supponga presente: gli anteriori saranno passati, i posteriori futuri. Perciò cento anni non potranno essere tutti presenti.

Considera ora se almeno quell'unico che è in corso è presente. Se è in corso il primo dei suoi mesi, tutti gli altri sono futuri; se è in corso il secondo, il primo è ormai passato, gli altri non sono ancora. Dunque neppure l'anno in corso è tutto presente, e se non è tutto presente, un anno non è presente, perché un anno si compone di dodici mesi, e ciascuno di essi, qualunque sia, è presente quando è in corso, mentre tutti gli altri sono passati o futuri. Ma poi, neppure il mese in corso è presente: è presente un giorno solo, e se il primo, tutti gli altri sono futuri; se l'ultimo, tutti gli altri sono passati; se uno qualunque degli intermedi, sta fra giorni passati e futuri.

Ecco cos'è il tempo presente, l'unico che trovavamo possibile chiamare lungo: ridotto stentatamente alla durata di un giorno solo. Ma scrutiamo per bene anche questo giorno, perché neppure un giorno solo è tutto presente. Le ore della notte e del giorno assommano complessivamente a ventiquattro. Per la prima di esse tutte le altre sono future, per l'ultima passate, per qualunque delle intermedie passate le precedenti, future le seguenti. Ma quest'unica ora si svolge essa stessa attraverso fugaci particelle: quanto ne volò via, è passato; quanto le resta, futuro. Solo se si concepisce un periodo di tempo che non sia più possibile suddividere in parti anche minutissime di momenti, lo si può dire presente. Ma esso trapassa così furtivamente dal futuro al passato da non avere una pur minima durata. Qualunque durata avesse, diventerebbe divisibile in passato e futuro; ma il presente non ha nessuna estensione.

Dove trovare allora un tempo che possiamo definire lungo? Il futuro? Non diciamo certamente che è lungo, poiché non è ancora per poter essere lungo; bensì diciamo che sarà lungo. Quando lo sarà? Se anche allora sarà ancora futuro, non sarà lungo, non essendovi ancora nulla che possa essere lungo; se sarà lungo allora, quando da futuro ancora inesistente sarà già cominciato ad essere e sarà diventato presente, così da poter essere qualcosa di lungo, con le parole or ora riferite il tempo presente grida di non poter essere lungo.

Eppure noi percepiamo gli intervalli del tempo, li confrontiamo tra loro, definiamo questi più lunghi, quelli più brevi, misuriamo addirittura quanto l'uno è più lungo o più breve di un altro, rispondendo che questo è doppio o triplo, quello è semplice, oppure questo è lungo quanto quello. Ma si fa tale misurazione durante il passaggio del tempo; essa è legata a una nostra percezione. I tempi passati invece, ormai inesistenti, o i futuri, non ancora esistenti, chi può misurarli? Forse chi osasse dire di poter misurare l'inesistente. Insomma, il tempo può essere percepito e misurato al suo passare; passato, non può, perché non è.

Chi vorrà dirmi che non sono tre i tempi, come abbiamo imparato da bambini e insegnato ai bambini, ossia il passato, il presente e il futuro, ma che vi è solo il presente poiché gli altri due non sono? O forse anche gli altri due sono, però il presente esce da un luogo occulto allorché da futuro diviene presente, così come si ritrae in un luogo occulto allorché da presente diviene passato? In verità chi predisse il futuro dove lo vide se il futuro non è ancora? Non si può vedere ciò che non è. Così chi narra il passato non narrerebbe certamente il vero se non lo vedesse con l'immaginazione. Ma se il passato non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo essere visto. Bisogna concludere che tanto il futuro quanto il passato sono.

Se il futuro e il passato sono, desidero sapere dove sono. Se ancora non riesco, so tuttavia che, ovunque siano, là non sono né futuro né passato, ma presente. Futuro anche là, il futuro là non esisterebbe ancora; passato anche là, il passato là non esisterebbe più. Quindi ovunque sono, comunque sono, non sono se non presenti. Nel narrare fatti veri del passato, non si estrae già dalla memoria la realtà dei fatti, che sono passati, ma le parole generate dalle loro immagini, quasi orme da essi impresse nel nostro animo mediante i sensi al loro passaggio. Così la mia infanzia, che non è più, è in un tempo passato, che non è più; ma quando la rievoco e ne parlo, vedo la sua immagine nel tempo presente poiché sussiste ancora nella mia memoria. Se sia analogo anche il caso dei fatti futuri che vengono predetti, se cioè si presentano come già esistenti le immagini di cose ancora inesistenti, confesso di non saperlo. So però questo, che sovente premeditiamo i nostri atti futuri, e che tale meditazione è presente, mentre non lo è ancora l'atto premeditato, poiché futuro. Solo quando l'avremo intrapreso, quando avremo incominciato ad attuare il premeditato, allora esisterà l'atto, poiché allora non sarà futuro, ma presente.

Qualunque sia la natura di questo arcano presentimento del futuro, certo non si può vedere se non ciò che è. Ora, ciò che è non è futuro, ma presente, e così, allorché si dice di vedere il futuro, non si vedono le cose ancora inesistenti, cioè future, ma forse le loro cause o i segni già esistenti. Perciò si vedono non cose future, ma cose già presenti al veggente, che fanno predire le future immaginandole con la mente. Queste immaginazioni a loro volta già esistono, e chi predice le vede presenti innanzi a sé. Mi suggerisca qualche esempio l'innumerevole massa dei fatti. Se osservo l'aurora, preannuncio la levata del sole. L'oggetto della mia osservazione è presente; quello della mia predizione è futuro: non futuro il sole, che esiste già, ma la sua levata, che non esiste ancora. Però non potrei predire nemmeno la levata senza immaginarla dentro di me come ora che ne parlo. Eppure né l'aurora che vedo in cielo è la levata del sole, quantunque la preceda, né lo è l'immagine nel mio animo: queste due cose si vedono presenti per poter definire in anticipo quell'evento futuro. Dunque il futuro non esiste ancora e, se non esiste ancora, non si può per nulla vedere; però si può predire sulla scorta del presente, che già esiste e si può vedere. (…)

Un fatto è ora limpido e chiaro: né futuro né passato esistono. È inesatto dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro. Forse sarebbe esatto dire che i tempi sono tre: presente del passato, presente del presente, presente del futuro. Queste tre specie di tempi esistono in qualche modo nell'animo e non le vedo altrove: il presente del passato è la memoria, il presente del presente la visione, il presente del futuro l'attesa. Mi si permettano queste espressioni, e allora vedo e ammetto tre tempi, e tre tempi ci sono. Si dica ancora che i tempi sono tre: passato, presente e futuro, secondo l'espressione abusiva entrata nell'uso. Si dica pure così: vedete, non vi bado, non contrasto né biasimo nessuno purché si comprenda ciò che si dice: che il futuro ora non è, né il passato. Di rado noi ci esprimiamo esattamente; per lo più ci esprimiamo inesattamente, ma si riconosce cosa vogliamo dire.

Ho detto poc'anzi che misuriamo il tempo al suo passaggio. Così possiamo dire che questa porzione di tempo è doppia di quella, che è semplice, o lunga quanto quella; oppure, misurandola, possiamo indicare qualsiasi altro rapporto fra porzioni di tempo. In tal modo, come dicevo, misuriamo il tempo al suo passaggio. Se mi si chiedesse: "Come lo sai?", risponderei: "Lo so perché misuriamo, e non possiamo misurare ciò che non è, e non è né il passato né il futuro". Il tempo presente, poi, come lo misuriamo se non ha estensione? Lo si misura mentre passa; passato non lo si misura perché non vi sarà nulla da misurare.


Ma da dove, per dove, verso dove passa il tempo, quando lo si misura? Non può passare che dal futuro attraverso il presente verso il passato, ossia da ciò che non è ancora, attraverso ciò che non ha estensione, verso ciò che non è più. Ma noi non misuriamo il tempo in una certa estensione? Infatti non parliamo di tempi semplici, doppi, tripli, uguali, e di altri rapporti del genere, se non riferendoci a estensioni di tempo. In quale estensione dunque misuriamo il tempo al suo passaggio? Nel futuro, da dove passa? Ma ciò che non è ancora, non si misura. Nel presente, per dove passa? Ma una estensione inesistente non si misura. Nel passato, verso dove passa? Ma ciò che non è più, non si misura. (…) È in te, spirito mio, che misuro il tempo. Non strepitare contro di me: è così; non strepitare contro di te per colpa delle tue impressioni, che ti turbano. È in te, lo ripeto, che misuro il tempo. L'impressione che le cose producono in te al loro passaggio e che perdura dopo il loro passaggio, è quanto io misuro, presente, e non già le cose che passano, per produrla; è quanto misuro allorché misuro il tempo. E questo è dunque il tempo o non è il tempo che misuro. (…)

Ma come diminuirebbe e si consumerebbe il futuro, che ancora non è, e come crescerebbe il passato, che non è più, se non per l'esistenza nello spirito, autore di questa operazione, dei tre momenti: dell'attesa, dell'attenzione e della memoria? Così l'oggetto dell'attesa, fatto oggetto dell'attenzione, passa nella memoria. Chi nega che il futuro non esiste ancora? Tuttavia esiste già nello spirito l'attesa del futuro. E chi nega che il passato non esiste più? Tuttavia esiste ancora nello spirito la memoria del passato. E chi nega che il tempo presente manca di estensione, essendo un punto che passa? Tuttavia perdura l'attenzione, davanti alla quale corre verso la sua scomparsa ciò che vi appare. Dunque il futuro, inesistente, non è lungo, ma un lungo futuro è l'attesa lunga di un futuro; così non è lungo il passato, inesistente, ma un lungo passato è la memoria lunga di un passato.

Accingendomi a cantare una canzone che mi è nota, prima dell'inizio la mia attesa si protende verso l'intera canzone; dopo l'inizio, con i brani che vado consegnando al passato si tende anche la mia memoria. L'energia vitale dell'azione è distesa verso la memoria per ciò che ho detto e verso l'attesa per ciò che dirò: presente è però la mia attenzione, per la quale il futuro si traduce in passato. Via via che si compie questa azione, di tanto si abbrevia l'attesa e si prolunga la memoria, finché tutta l'attesa si esaurisce quando l'azione è finita ed è passata interamente nella memoria. Ciò che avviene per la canzone intera, avviene anche per ciascuna delle sue particelle, per ciascuna delle sue sillabe, come pure per un'azione più lunga, di cui la canzone non fosse che una particella; per l'intera vita dell'uomo, di cui sono parti tutte le azioni dell'uomo; e infine per l'intera storia dei figli degli uomini, di cui sono parti tutte le vite degli uomini. (…)

A cura di Mario Tamponi