Samstag, 6. Dezember 2014

Televisione del consumo

Nella televisione italiana anche pubblica ormai è un vizio ordinario che il conduttore interrompa il suo spettacolo culturale o d’intrattenimento e nello stesso ambiente o in uno contiguo si trasformi nel protagonista di una scenetta-spot per garantire col suo prestigio e parola d’onore che quell’acqua minerale è la più povera di sodio, quel dentifricio il più candeggiante, quel caffè il più beatificante. A fine prestazione, per lo più legnosa e comunque spudorata, la platea applaude; i telespettatori non sanno che in studio un operatore addetto, importante quanto lo scenografo o il regista, sollecita e dosa come un burattinaio l’espressione del consenso dei presenti.

Se n’è fatta di strada da quando, decine d’anni fa, Fellini, Visconti ed altri mostri sacri del cinema protestavano per impedire nel piccolo schermo l’interruzione pubblicitaria di film e produzioni artistiche! Non furono ascoltati dai politici di destra e di sinistra. E oggi, nello spirito del mercato totale, anche nella televisione di stato sfilze logorroiche di spot interrompono in ogni momento del giorno e della notte qualsiasi programma; alcuni vengono espressamente sponsorizzati ed etichettati come se non fosse possibile vederli senza l’intervento di magnanimi produttori di gustosi mangimi per cani e gatti o di miracolose pasticche contro la diarrea.

Tra i telespettatori di una volta c’era un fastidio diffuso, poi è subentrata l’assuefazione come a ogni cosa che sembri fatale. Padroni e politici sono riusciti a far capir loro che l’industria e la finanza sono mecenati indispensabili e che maggiori sono gli introiti pubblicitari, più facile diventa realizzare la proclamata “televisione di qualità" e di "servizio”. Accettato il principio, non è più un problema far lievitare la quantità, e così nelle interminabili interruzioni la RAI può permettersi di inserirvi anche autopropaganda e di ripeterla fino allo stordimento. Si tratta di annunci di propri programmi talvolta con mesi di anticipo, ma anche di slogan da angelo custode come: La RAI ti stimola, la RAI ti illumina, la RAI ti accompagna, la RAI ti protegge.

Negli ultimi tempi per accrescere gli introiti la presenza della pubblicità è diventata sempre più intrigante e sibillina. Gli spot si inseriscono in notiziari d’assalto o nelle fasi cruciali di partite di calcio o di gare di formula uno: interruzioni brevi ma ben più proficue per i prodotti da vendere. Nelle suspence dell’anima il messaggio mercantile ti sorprende, ti scuote, ti penetra e quanto ti coglie il sospetto d’essere stato aggirato non te lo scrolli più di dosso. Talvolta non c’è neppure interruzione: mentre sei concentrato su un’azione di Totti o su un sorpasso di Vettel scorre un messaggio a tradimento che, anche volendo, non avresti il tempo di leggere, tantomeno di decifrare; eppure affonda nell’inconscio per condizionarti riflessi e abitudini. Per sdradicarlo, per chi ne sentisse il bisogno, non basterebbero neppure trattamenti mirati sul lettino di Freud.

Ormai tutti i conduttori annunciano con compiacimento le interruzioni pubblicitarie come conferma e misura del proprio successo. E a fine anno i dirigenti della tv pubblica si gonfiano d’orgoglio quando possono sbandierare attivi di bilancio; chiamano la RAI azienda alla stregua di un salumificio o di una fabbrica di bottoni. Col profitto possono ampliarne l’apparato, rendere più sfavillanti di scenografie e nudi sinuosi gli spettacoli d’intrattenimento, distribuire soldi in quiz banali e lotterie anche in tempi di crisi, strapagare operatori diventati personaggi… e inviati di guerra, che per salti di carriera confondono il ruolo di reporter con quello di soldati da trincea e vanno in giuggiola quando hanno l’opportunità di farsi riprendere tra esplosioni e corpi maciullati.

Per avere più pubblicità e meglio remunerata l'azienda tende ovviamente a far salire gli indici di ascolto, che non sempre o quasi mai concidono con qualità culturale, informativa e formativa. Per calamitare il pubblico bisogna spettacolarizzare ogni cosa, telegiornali compresi, con lo scombussolamento gerarchico di eventi e valori. Così la televisione non è più lo specchio della realtà; trasmette nell’utente bisogni artificiali, rende frenetico il ritmo di ogni racconto, lo frammenta, assottiglia ogni tempo residuo di riflessione per la totale colonizzazione psicologica e mentale. Persino talk show con l’apparenza di approfondimento e dialogo sono dominati da quel tempo veloce che reprime l’intelligenza; le striminzite opinioni di ciascuno sono asserzioni senza corpo e contesto, col risultato di convergenze o battibecchi verbali senza capo né coda; benvenute anche le zuffe primitive come pepe da rappresentazione teatrale.

Per l'indice di ascolto si dà ampio spazio alla cronaca rosa e nera, e si usano delitti e tragedie private (Cogne, Garlasco, Yara, Loris...) per costruirvi dei gialli a puntate che si trascinano per mesi e anni in salotti televisivi mattutini e pomeridiani, in telegionali e talk show serali con esperti di chiacchiera per il coinvolgimento dei numerosi teledipendenti come di altrettanti Sherlock Holmes con una finta compassione per le vittime di turno. Il risultato di tanta indecenza è un immenso profitto per l'azienda, ma anche per una certa politica interessata a sviare l'attenzione della gente da problemi e drammi che bruciano (corruzione e mafie, crisi economica e conflitti sociali, calamità socio-naturali...).

Questa televisione del consumo esalta l’apparire sull’essere, spesso la loro presunta coincidenza: apparire per essere. Politici se ne servono abbondantemente come di un palcoscenico per ruoli in maschera a base di pettegolezzo. Se ne servono gli stessi dirigenti di rete e di potere facendosi invitare come ospiti d’onore da un canale all’altro, da una trasmissione all’altra, con l’aria di esserne i proprietari, magari per pubblicizzare gratis un proprio prodotto commerciale (un libro). Con la notorietà del “purchè se ne parli” consolidano la loro inamovibilità. La televisione recicla le figure che crea in circuito chiuso. L’uso nevrotico del telecomando da parte di tanti telespettatori è una sorta di S.O.S. disperato. Quanti dall'altra parte della televisione dovrebbero recepirlo non si preoccupano minimamente della propria sordità. Per loro l’unica cosa che conta è che nessuno spenga quella scatola stregata: perchè non scenda l'indice di ascolto, non importa che cosa si sia condannati a vedere e digerire.

I dirigenti della RAI credono di amministrare una delle migliori televisioni del mondo. Amici tedeschi, a cui l'ho consigliata come strumento di approfondimento linguistico, dopo poche settimane di frequentazione mi hanno confidato il loro sconcerto e disaffezione: troppo show, troppe canzonette, troppa cronaca, troppo salotto, troppo pettegolezzo, troppa pubblicità... troppa fuga nell'irreale. Mario Tamponi

Mittwoch, 26. November 2014

Che televisione, la nostra!

Ieri ho guardato la televisione italiana più del solito. In tarda mattinata ho seguito il Papa al Parlamento Europeo e al Consiglio d'Europa a Strasburgo: un intervento di alto profilo internazionale e su temi di drammatica attualità, ma che la nostra televisione ha soffocato infilandolo nel dibattito ripetitivo sull'alternativa Renzi-Salvini. Un inguaribile provincialismo salottiero che mi induce spesso, come ieri ho fatto, a rifugiarmi nei servizi tedeschi della Ard e Zdf.
Nel pomeriggio mi ha sconcertato l'astuta messinscena di Bruno Vespa (la conferenza stampa con la partecipazione di Berlusconi e le ampie riprese televisive anche per i telegiornali serali) per lanciare il suo nuovo libro come se fosse la nostra lettura dell'anno.
La sera mi ha colpito in Ballarò la faziosità con cui il conduttore e quasi tutti gli ospiti invitati sono riusciti a scaricare la responsabilità del calo di partecipazione alle ultime regionali su Renzi e il suo governo (che di per sè le hanno vinte), invece di ricondurla al disarmante spettacolo generale al parlamento e nei partiti e allo scontro sociale in corso. L'attuale contesto di crisi e di urgenza di riforme dovrebbe portarci al buon senso del dialogo e della collaborazione piuttosto che ad antagonismi partitici di altri tempi.

Samstag, 15. November 2014

Orgoglio scientifico

Probabilmente Rosetta si è già spenta. È stato fantastico il suo viaggio di dieci anni di parecchi miliardi di chilometri verso la piccolissima cometa 67P alla distanza di 510 milioni di chilometri (oltre 3 volte quella di terra-sole). Un capolavoro di conoscenza fisica e matematica, un'impresa che dovrebbe farci riflettere sulla grandezza dell'uomo in ricerca, ma anche sulla sua piccolezza.
Amo la scienza sul macrocosmo stellare e sul nucleare. Seguo con interesse le applicazioni della relatività con la curvatura spazio-temporale, le teorie su buchi neri e bing bang, sul nanometrico quantistico granulare, indeterministico e relazionale. Lo scienziato che si spinge nell’astrazione matematica ci rende affidabile testimonianza della complessità della "materia-energia", incompatibile con le rappresentazioni della nostra immaginazione quotidiana. Ma in tanti ricercatori che praticano la scienza come tecnica settorializzata mi turba l'atrofizzarsi della meraviglia: la meraviglia sul mistero che si espande quanto più crediamo di sapere e capire, la meraviglia sul mistero del nostro esserci, improbabile e irripetibile. Maneggiando equazioni essi presumono forse di inventare e governare il mondo; la complessità e l'astrazione delle loro equazioni sono invece la prova dell'assoluta parzialità e provvisorietà di ogni punto di vista e approccio mentale. Una certa presunzione sarebbe legittima solo se l'interpretazione scientifica fosse qualcosa come un atto creativo o se almeno riuscisse a renderci il reale intuitivamente comprensibile, familiare.
La ricerca è suggestiva e necessaria, ma, di fronte all'ineffabile cui costantemente ci conduce, solo il poeta o il mistico dentro di noi potrebbe proficuamente continuarne il percorso. Solo la poesia e il silenzio ci consentono di bucare la membrana elastica della minuscola goccia che ci ospita, mentre fuori, dove ulula il vento, le galassie corrono in spazi e tempi da vertigini e i processi del nanometrico si svolgono in spazi e tempi inesistenti.
Senza poesia e silenzio la tecnologia continuerà a progredire per lo più sotto la spinta del profitto di mercato e i consumatori insaziabili (ad esempio di cellulari e iPhone) se ne serviranno freneticamente per comunicarsi a distanza, alla velocità della luce, il bla bla bla a cui la mancanza di meraviglia li ha formati. Mario Tamponi

Sonntag, 9. November 2014

Gorbaciov, il grande dimenticato

Gorbaciov, il grande dimenticato
Senza di lui il muro di Berlino non sarebbe mai caduto... e tutti (o quasi) ne siamo stati testimoni. Capo di una superpotenza nucleare, in periodo di guerra fredda Gorbaciov ha dialogato con Giovanni Paolo II, Reagan e Kohl senza esserne costretto. Da filosofo (lo era anche la moglie Raissa) si è lasciato ispirare più dalla logica umanistica che da quella machiavellica della politica.
Oggi nel 25esimo anniversario di quella svolta epocale pochi lo ricordano, al più lo commemorano come esile figura folcloristica. La copertina del Time che qui riporto appartiene al passato sepolto; nel frattempo tanti altri si sono appropriati abusivamente di quel palcoscenico storico.
È l'ironia o stupidità di un'amnesia collettiva o la lucida eliminazione di un personaggio critico del presente, anche di quello europeo e americano?
Sembra che la storia politica, quella ricostruita, sia spesso più maestra di retorica che di vita. Mario Tamponi

Dienstag, 4. November 2014

Operatori della diffamazione

Meschini sono i diffamatori di ogni specie. Sia quelli che la maldicenza la promuovono e pilotano, sia quelli che vi si associano e la fiancheggiano. I più scrupolosi si mettono la coscienza a posto: in fondo – pensano – non è un delitto limitarsi a ridimensionare la reputazione di chi qualcosa dovrà pure averla fatta!

E invece la diffamazione è furto e persino omicidio. Furto, perchè la buona fama è per molti il capitale più prezioso. Omicidio, perchè la cattiva fama può privare la vittima della fiducia in sè e di ogni motivazione sociale. Quanti suicidi per pubblico disonore! Chi la diffamazione l'avvia non è poi in grado di controllarla e, se si ravvede, di fermarla. Una volta partita, avanza di forza propria, si alimenta di risorse nuove, si allarga a macchia d’olio con la partecipazione di tanti per interesse o per svago. Gli autori della diffamazione sgretolano con denunce e allusioni i loro bersagli; e coinvolgono nella chiacchiera anche persone in buona fede che, credendoci, pensano di dover contribuire alla moralità pubblica isolando i presunti corrotti.

“Non giudicare per non essere giudicato”: è un principio di umiltà cristiana, ma anche di giustizia civile. Chi sente maldicenze, invece di associarsi all’oppressione, dovrebbe per principio solidarizzare con la vittima. Neppure la sentenza di tribunale giustifica la distruzione della dignità del “condannato”, anche perchè nessun giudice è infallibile, talvolta neppure imparziale. Nella società etica dovrebbe esserci posto anche per i deboli, forse meno per i violenti che si arrogano il diritto di abusarne. Ma così non è perchè la tecnica dei professionisti della diffamazione è subdola, ben più sottile degli articoli del codice penale. Mario Tamponi

Freitag, 10. Oktober 2014

Amicizia

È la parola più bella e anche più ambigua. L’amicizia dà senso e sostegno; il suo tradimento può bruciare la speranza. Ma il tradimento è spesso la conseguenza di un rapporto fasullo in condizioni difficili. Quanti presumono di essere amici... ma quanti lo sono veramente? Al di là dalle effusioni retoriche, amico è chi dona senza il calcolo di riceverne in cambio almeno altrettanto. Amico è chi continua ad esserlo anche quando l'altro dalla cattiva sorte è privato della possibilità di dare. Amico è chi crede all'altro anche quando l'altro è denigrato con argomenti e testimonianze che sembrano credibili e comincia ad essergli scomodo; amico è chi perdona anche quando l'altro sbaglia ma vorrebbe redimersi. Amico è chi accetta l'altro anche quando ha opinioni diverse; amico è chi le confidenze che ascolta le tiene per sè. Ovviamente l’amicizia è reciproca. Non può essere sempre pedante altruismo, per lo più è vicinanza piacevole. Ma guai a chi si apre e si dona ad un falso alter ego, che all'occasione può esplodergli contro. Anche qui vale la massima evangelica di essere “semplici come colombe e astuti come serpenti”.
Mario Tamponi

Montag, 29. September 2014

Spostarsi a Roma

A Roma i mezzi pubblici sono spesso strumenti di tortura. Soprattutto gli autobus, quando arrivano, sono abitualmente così pieni che non ti danno mai la certezza di poterci salire, di non rimanerci schiacciato senza difesa... e neppure di riuscire a scendere quando vuoi o devi.
Senza entrare qui nel merito dei metafisici problemi del traffico, eppure una prima soluzione facile facile ci sarebbe: raddoppiare il numero delle corse almeno sulle linee più turistiche o comunque più frequentate. Col risultato che viaggiare potrebbe diventare persino piacevole e il servizio redditizio. Ma a condizione che l'azienda compri solo nuovi autobus e assuma solo autisti (non clientelare personale d'ufficio); e controlli che tutti paghino il biglietto. Col profitto da reinvestire l'azienda potrebbe disporre di mezzi più moderni e contribuire persino alla riparazione di certe strade che oggi, percorrendole, sballottano residenti e poveri turisti come marmellata.
Difficile capire come nessun sindaco di destra o di sinistra sia stato mai folgorato da una logica imprenditoriale così elementare! Che la cosa sia fattibile ce lo mostrano tante cittá europee, ad esempio Berlino, dove i mezzi pubblici sono puntuali (secondo orario riportato in tabella), normalmente offrono posto a sedere per tutti, sono curati e per primi fanno vedere dentro e fuori una città da vivere al centro e in periferia. mt

Sonntag, 21. September 2014

Complici dei padrini

La mafia economica e finanziaria esiste non perchè ci sia la cupola, ma perchè c'è una rete di complici che la sostiene. Il padrino è la punta dell’iceberg; poco sotto il livello dell’acqua, invisibili, ci sono politici e uomini della finanza, picciotti e mantenuti, vili e opportunisti. Anche sotto il profilo etico il padrino che esercita potere e violenza non è necessariamente peggiore di chi quel potere lo consente mediante collaborazione attiva e omertà.

Questi sono forse i più ignobili della piramide. Pur avvantaggiandosi di profitti e privilegi sporchi, grazie alla loro distanza fisica dal centro dei bottoni e del cinismo riescono a camuffarsi verso l’opinione pubblica e la propria coscienza; sembrano scandalizzarsi persino di fronte a episodi di violenza. Sono più ignobili perchè anche ipocriti. Il padrino segue la linea del disprezzo della vita altrui e della propria e si espone a risponderne se acciuffato o in collisione con cosche rivali. I complici a distanza invece sono camaleonti: sono pronti a sconfessare i potenti in disgrazia e a sottomettersi agli emergenti.


Non basta condannare i padrini, bisognerebbe evidenziare anche la responsabilità dei collaboratori vicini e lontani. Bisognerebbe terremotare la loro coscienza perchè dalla tranquillità emerga la vergogna. Sono in gioco la corruzione pubblica, il traffico di droghe, donne e bambini, parecchi venduti come carne da macello e organi da trapianto, e tante altre espressioni orribili della prepotenza. È in gioco la decadenza della democrazia e dell’umanità.


Ma chi ha interesse a riaffermare i valori della vita e della bellezza etica?! Quei complici hanno interessi profondi, intrecciati, e sono troppi e dappertutto: nelle istituzioni e nel parlamento, nella magistratura e tra le forze dell’ordine, nella chiesa, tra noi. È una rete fittissima che si presta ad uno scaricabarile infinito coperto di retorica. Ciascuno abbia il coraggio di interrogarsi per scoprire nel proprio comportamento sintomi di contagio, forme camuffate di servilismo con cui si partecipa al male del mondo. mt

Dienstag, 9. September 2014

Ritorno in Sardegna

Mittwoch, 3. September 2014

La voce delle onde

Samstag, 30. August 2014

Europa, non ti capisco

Freitag, 22. August 2014

La patria vista da lontano

Freitag, 18. Juli 2014

Fanatismo tedesco


Donnerstag, 17. Juli 2014

Cardinali milionari

Samstag, 12. Juli 2014

Yara non c'entra!

Mittwoch, 2. Juli 2014

Immagini di follia


Samstag, 28. Juni 2014

Educazione paternalistica

Mittwoch, 25. Juni 2014

Grazie, Prandelli!

Sonntag, 22. Juni 2014

Caro Francesco!


Samstag, 21. Juni 2014

Immortalità cellulare

Unsterblichkeit dank Handy

Sonntag, 15. Juni 2014

In viaggio

Nel mondo come ospite, lo recita anche il salmo 118: “hospes ego sum in terra”. Vi nasco in un’alba di luce, vivo giusto il tempo per prenderne atto... e all’imbrunire mi affretto ad andarmene. Come ogni altro compagno di viaggio, e con le generazioni che vi si avvicendano tutto scorre. Non ho una dimora fissa dove possa illudermi di possedere qualcosa,  nonostante il bozzolo morbido in cui cerco di avvolgermi con istinto protettivo. Del mio alloggio con finestre e terrazza condivido con tutti, clienti e presunti albergatori, la condizione di nomade. Appena vi arrivo con la mia valigetta 24 ore, ne tiro fuori cose molteplici, le gonfio a pieni polmoni e le colloco ciascuna al suo posto. Vi dispiego la campagna con alberi da frutta, farfalle e coccodrilli, le città con la vita frenetica e il progresso, il mare luccicante che brulica di vita nascosta, il cielo con la sua volubile leggerezza, i genitori, gli amici e le variegate comunità di simili, gli affetti e le aspirazioni, il proprio destino e quello imprescrutabile degli altri.

E tutto sgonfio al momento di sloggiare per ricomporlo nella valigetta un pò consunta: la campagna con alberi da frutta, farfalle e coccodrilli, le città con la vita frenetica e il progresso, il mare luccicante che brulica di vita nascosta e il cielo con la sua volubile leggerezza, i figli e i nipoti, gli amici e le variegate comunità di simili, le facce marmoree delle persone scomparse, gli affetti e le aspirazioni, il destino proprio e quello collettivo, ancora aperto; il mondo intero diventato più intenso e articolato. Ci metto dentro gli abissi vertiginosi delle galassie che mi sovrastano e quelli della psiche che mi opprime, i contratti di compravendita e i diari incompiuti delle giornate difficili, i conflitti della storia con le lezioni non apprese, le poesie consolatorie, le foto ingiallite di luoghi visitati o soltanto sognati, la Commedia di Dante  e il Castello di Kafka, l’Eroica di Beethoven e la formula di Einstein, le monadi di Leibniz e la Critica di Kant, il Cantico del poverello d’Assisi e i quanti di Planck, il Discorso della Montagna e la preghiera del Padre nostro. Ci metto dentro il bene e il male, quello fatto e quello subìto, con un bilancio, spero, in pareggio. Senza vanità o voglia di rivalsa, col rammarico di essere stato indegno di tanta magia. 

Ci infilo anche l’alloggio con gli ultimi ospiti e i presunti gestori. Per andare. Non mi chiedo dove. Anche la meta è già dentro, e la valigetta è portatile per agevolarmi la corsa. Mi affretto alla stazione dove un treno mi aspetta con la locomotiva che fuma. E quando il capostazione fischia per annunciare la partenza tutto vi si infila: il capostazione e la sua divisa, gli amici che dal marciapiede mi salutano in lacrime e i loro fazzoletti, il convoglio in movimento. Persino il sorriso di compiacimento che mi scappa per non aver dimenticato nulla a terra; anche quello vi si raggomitola come i venti del dio Eolo nelle otri che richiudendosi garantiscono bonaccia. Una bonaccia che è sonno pesante dopo un’immane fatica. Sembra che ogni cosa dentro perda peso e volume. Mi ci infilo anch’io nel buio carezzevole come di morbida bambagia. Appare ovvio che varcherò l’estremo limite di ogni miraggio, l’orizzonte delle forme evanescenti.  

La valigetta si restringerà fino a farsi microscopica, poi ricomincerà a dilatarsi; si riaprirà e le cose riversandosi fuori si rigonfieranno senza il concorso dei miei polmoni e saranno più naturali e più belle. Un brivido mi avvertirà d’essere approdato nella fattoria del Padre, quello del cantico e della preghiera. La natura intorno ha contorni nitidi e colori intensi, profuma di rosmarino. Lontane le competizioni per vincere e la corsa frenetica, lontani i politici e gli stati guardoni, gli avvocati e i tribunali, i moralisti e gli adulatori, le discriminazioni e le relazioni appiccicose, lontano l’incubo delle ghiande che in esilio dovevo rubare ai porci per placare la fame! All’ombra di pini popolati di cicale il tempo non è più quello schiavista che detta il ritmo forsennato delle faccende da sbrigare; ora modula soltanto il piacere d’esserci e la voglia di riposare. 

L’ho sognata stanotte la valigetta con tutto dentro e nulla fuori. Un sogno che non continua nella veglia dominata dall’inganno dei sensi e della ragione. La veglia continuerà a farmi credere che l’altro mondo, quello nuovo, sarebbe solo onirico, surreale.

Mario Tamponi

Auf Reisen

Auf Erden zu Gast – so heißt es auch im Psalm 118: „Hospes ego sum in terra.“ Eben hier im Licht der Morgendämmerung geboren, lebe ich gerade so lange, um mir dessen bewusst zu werden... und in der Abenddämmerung beeile ich mich fortzugehen. So wie jeder anderer Reisegefährte, und ebenso wie die sich ablösenden Generationen ist alles im Fluss. Ich habe keine feste Bleibe, wo ich mir einbilden könnte, etwas zu besitzen, trotz des weichen Kokons, in den ich mich mit Beschützerinstinkt einzuwickeln versuche. Was meine Unterkunft mit Fenstern und Terrasse anbelangt, teile ich mit allen, Kunden und angeblichen Gastwirten, die Lage eines Nomaden. Kaum komme ich mit meinem 24-Stunden-Köfferchen an, packe ich eine Vielfalt an Dingen aus, blase sie aus voller Lunge auf und setze jedes davon an seinen Platz. Ich entfalte die Landschaft mit Obstbäumen, Schmetterlingen und Krokodilen, die Städte mit ihrer Hektik und dem Fortschritt, das glitzernde Meer, das von verborgenem Leben wimmelt, den Himmel mit seiner unbeständigen Leichtigkeit, die Eltern, die Freunde und die buntscheckigen Gemeinschaften von Gleichgesinnten, die Zuneigungen und die Pläne, das eigene Schicksal und das unergründbare der anderen.

 Und dann, im Moment des Weggangs, lasse ich die Luft raus, um alles wieder in meinem etwas abgenutzten Köfferchen zu verstauen: die Landschaft mit Obstbäumen, Schmetterlingen und Krokodilen, die Städte mit ihrer Hektik und dem Fortschritt, das glitzernde Meer, das von verborgenem Leben wimmelt, und den Himmel mit seiner unbeständigen Leichtigkeit, die Kinder und die Enkel, die Freunde und die buntscheckigen Gemeinschaften von Gleichgesinnten, die marmornen Gesichter der Verstorbenen, die Zuneigungen und die Pläne, das eigene und das kollektive, noch offene Schicksal; die ganze lebendiger und differenzierter gewordene Welt. Ich stecke die schwindelerregenden Abgründe der mich überwölbenden Galaxien hinein und die der mich erdrückenden Psyche, die Kaufverträge und die unvollendeten Tagebücher aus schwierigen Zeiten, die Konflikte der Geschichte mit ihren nicht gezogenen Lehren, die Trostgedichte, die vergilbten Aufnahmen aufgesuchter oder nur erträumter Orte, Dantes Komödie und Kafkas Schloss, Beethovens Eroica und Einsteins Formel, Leibniz’ Monaden und Kants Kritik, den Lobgesang des Heiligen von Assisi und die Quanten von Planck, die Bergpredigt und das Vaterunser. Ich stecke das Gute und das Böse hinein, das Getane und von anderen Erlittene, und es hält sich, wie ich hoffe, die Waage. Ohne Eitelkeit oder Rachegelüste, mit Bedauern, all dieser Wunder nicht würdig gewesen zu sein.

Ich packe auch die Unterkunft dazu mitsamt der letzten Gäste und den angeblichen Verwaltern. Um fortzugehen. Ich frage mich nicht, wohin. Auch das Ziel ist schon drin, und das Köfferchen lässt sich bequem tragen und erleichtert mir so das Laufen. Ich eile zum Bahnhof, wo mich ein Zug mit dampfender Lokomotive erwartet. Und als der Bahnhofsvorsteher das Signal zur Abfahrt pfeift, packt sich alles dazu: der Bahnhofsvorsteher und seine Uniform, die Freunde, die mir weinend vom Bahnsteig aus zuwinken, und ihre Taschentücher, der anfahrende Zug. Sogar das zufriedene Lächeln, das mir entschlüpft, weil ich nichts vergessen habe; auch das wickelt sich auf wie die Winde des Gottes Äolus in ihren Schläuchen, die verschlossen Ruhe schenken. Eine Ruhe, die bleierne Müdigkeit nach ungeheurer Anstrengung ist. Es scheint, als verliere jedes Ding drinnen an Gewicht und Volumen. Auch ich gleite hinein ins watteweiche, zärtliche Dunkel. Es scheint klar, dass ich die äußerste Grenze jeglicher Fata Morgana, den Horizont der verschwimmenden Formen überschreiten werde.

Das Köfferchen wird sich mikroskopisch klein zusammenziehen und sich dann aufs Neue ausdehnen; es wird sich wieder öffnen, und die ausgeschütteten Dinge werden sich von alleine, ohne den Beitrag meiner Lungen, wieder aufblasen, und sie werden natürlicher und schöner sein. Ein Schauer wird mir anzeigen, dass ich am Gut des Vaters angelegt habe, dem Vater des Lobgesangs und des Gebets. Die Natur ringsum hat klare Umrisse und satte Farben, Duft nach Rosmarin. Weit weg die Wettkämpfe, um zu siegen, und der hektische Wettlauf, weit weg die Politiker und die ausspähenden Staaten, die Anwälte und die Gerichte, die Moralisten und die Schmeichler, die Diskriminierungen und die plumpvertraulichen Beziehungen, weit weg der Albtraum von den Eicheln, die ich im Exil den Schweinen stehlen musste, um den Hunger zu stillen! Im Schatten der von Zikaden bevölkerten Pinien ist die Zeit kein Sklaventreiber mehr, der den rasenden Rhythmus der zu erledigenden Dinge diktiert; jetzt gibt es nur die Freude am Dasein und den Wunsch, auszuruhen.

Von diesem Köfferchen habe ich heute Nacht geträumt – mit allem drin, nichts draußen. Ein Traum, der im von Sinnes- und Verstandestäuschung beherrschten Wachzustand nicht weitergeht. Der Wachzustand wird mich weiterhin glauben machen, dass die andere Welt, die neue, nur surreal sei. 

Mario Tamponi
Das Jenseits in den Dingen

Samstag, 14. Juni 2014

Europa


Spettacolo - Show

Samstag, 7. Juni 2014

Per un mondo migliore per tutti

Mi ha impressionato una considerazione molto vera e poetica 
di Luigi Pirandello:
"Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere
mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io;
vivi il mio dolore, i miei dubbi, le mie risate;
vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io
e rialzati come ho fatto io."
Il passo dovrebbe riguardare anche il prossimo
e potrebbe essere riformulato così:
"Prima di giudicare la vita dell'altro o il suo carattere
mettiti le sue scarpe, percorri il cammino che ha percorso lui;
vivi il suo dolore, i suoi dubbi, le sue risate;
vivi gli anni che ha vissuto lui e cadi là dove è caduto lui
e rialzati come ha fatto lui."
Naturalmente è impossibile sostituirsi alla vita dell'altro,
quindi è impossibile e insensato giudicare l'altro, chiunque sia,
qualunque cosa faccia o abbia fatto.
Se fossimo coerenti con questa evidenza il mondo sarebbe
decisamente più sopportabile e bello per ognuno di noi, per tutti.
Questa coerenza è difficile perchè va contro l'istinto infantile
e comodo di giudicare gli altri per giustificare se stessi.
Ma tendervi è il compito primario per crescere.

Donnerstag, 29. Mai 2014

Sondaggi all'italiana

Alla vigilia del voto europeo gli istituti italiani di sondaggio davano possibile persino un sorpasso di Grillo su Renzi... e invece il risultato reale ha dato a Renzi un vantaggio su Grillo di quasi il 20 per cento (40,8% contro 21,1%). Flop penoso da far arrossire il verde!
In Germania i sondaggi di opinione e di tendenza sono così speculari della realtà da rendere quasi superflue le stesse elezioni politiche, almeno rispetto alla curiosità della gente. Ma questo nel confronto tra i due sistemi (italiano e tedesco) mi è stato sempre chiaro. Ho sempre trovato ridicolo il ruolo da star dei sondaggisti che accompagnano trasmissioni televisive (Porta a porta, Ballarò, Virus, Anno zero...) e altro con spiegazioni procedurali che, data l'approssimazione, potrebbero risparmiarci. In Germania i sondaggi vengono riferiti col nudo dei numeri, senza teatralità e personalismi. Un pò come, sempre in Germania, l'annuncio delle previsioni metereologiche alla tv non ha bisogno, come in Italia, di colonnelli medagliati, dato che dovrebbe risultar chiaro a tutti che non sono loro i padroni del tempo, dei satelliti e dei calcolatori.
Con ciò non credo che gli italiani siano meno capaci dei tedeschi di matematica e di statistica. Credo piuttosto che da noi anche gli istituti di sondaggio facciano parte del sistema delle tante lobby, stampa o informazione compresa. I giornali non potranno garantire il controllo imparziale della cosa pubblica finchè continueranno ad usufruire (come un diritto, impensabile in Germania) del finanziamento pubblico e di altro. Lo ha denunciato e documentato recentemente in Report la coraggiosa Gabanelli. Ma un politico o un partito che cercasse di tenerne conto rischierebbe il suicidio... e nella politica il coraggio è cosa da mosche bianche.

Dienstag, 27. Mai 2014

Auguri, Matteo Renzi!

Caro Matteo, brindo al tuo trionfo europeo, non tanto per ragioni ideologiche (potremmo anche dissentire o forse no), quanto per l'esempio di civiltà che ci hai dato in una contrastata campagna elettorale. Grazie per aver reagito alle provocazioni avversarie non con l'abituale volgarità di troppi, ma con lo slancio ideale che sembra animare la tua avventura politica! Grazie per il tuo linguaggio semplice e cordiale che arriva alla gente, senza certi tecnicismi che spesso sono più vuoti del vuoto. Mi sono piaciuti anche i tuoi riferimenti etici ed umanistici in un contesto in cui il populismo e l'insulto (la forza dei deboli!) sembravano la via più facile al consenso. Spero che l'accresciuta forza politica in Europa e in Italia ti faciliti ora le riforme di cui c'è urgente, drammatico bisogno. Forse anche con la collaborazione parlamentare di Grillo e del centro-destra. Possibile perchè la tua giovane età non è solo anagrafica e agli sconfitti è tuo costume guardare con elegante pragmatismo. Buon lavoro! mt


Samstag, 24. Mai 2014

Delitto contro l'umanità

La recente esecuzione capitale di Clayton Lockett (uomo di colore!) con iniezione letale in Oklahoma si è protratta per ben 43 minuti: un’agonia incredibilmente dolorosa e angosciosa che si è conclusa per infarto cardiaco. La notizia, pubblicata in sordina qualche settimana fa, ha turbato per un solo giorno il perbenismo sentimentale di molti, per dileguarsi poi nell’indifferenza collettiva. A Clayton, vittima di un grave delitto contro l’umanità, dovremmo invece innalzare nel nostro cervello un indelebile monumento alla memoria.

Se non poniamo la dignità di OGNI SINGOLO UOMO (anche malato o “criminale”) alla base della nostra concezione politica, ritengo che molte delle nostre disquisizioni su dettagli di democrazia e sviluppo, di destra e sinistra e di tutto il resto siano aria fritta, insopportabile bla bla bla.

Personalmente non trovo giustificazioni filosofiche ed etiche per uno Stato che uccide. Ma se i fautori della pena di morte si illudono di vederne qualcuna, perchè non optano almeno per una fine dolce del condannato, con anestesia totale, come si fa con gli animali domestici quando invecchiano? Non è già abbastanza privare un uomo della vita? O bisogna anche torturarlo e umiliarlo perchè i giustizieri (boia e concittadini benpensanti) possano godere della sofferenza del condannato e della sua legittima rabbia contro quelli che – ingiustamente – gli sopravvivono?

Mi lasciano indifferente le dichiarazioni costituzionali sulla dignità dell’uomo, quando poi quelle stesse costituzioni riconoscono agli Stati il diritto di negarla.
A quanti condividono questi pensieri e sentimenti mi rivolgo con un appello accorato: organizziamoci per una rivolta senza fine contro il cinismo o sadomasochismo legale dell’uomo contro l’uomo, dell’uomo contro se stesso. mt